Di camicie da notte antiche e altre similitudini

di Adele Colacino

Nel giardino di Adele

Nel giardino di Adele

La prima volta ci eravamo incontrate a Decollatura. Le sindache antimafia calabresi erano diventate un bersaglio verso il quale arrivavano donne da diverse realtà, tutte cercando il centro doloroso di una oppressione violenta e spesso, troppo spesso, silente.

Lei ascoltava tutte, chiedeva, bloccava nella sua macchina fotografica e nella ragnatela bionda dei suoi capelli e delle calze a rete.

Eravamo sedute vicine nel cerchio che si era formato e potevo decifrare sul suo viso la gioia, l’entusiasmo o il disappunto man mano che gli interventi dipingevano con le parole delle donne presenti esperienze, entusiasmi e delusioni.

Come a volte accade si tese tra lei e me quel filo magico e invisibile sul quale corre la sensazione di ri-conoscersi tra gli altri in maniera speciale.

Le chiesi di cosa si occupasse, scambiammo poche parole e mi lasciò il suo cartoncino con la faccia di Anna Magnani. Ci scrivemmo e poi il blog e poi tante telefonate improvvise come il lampo di un flash che illumina la scena quotidiana per un attimo.

Ora sono qui che l’aspetto in aeroporto, sorrido al pensiero che mi sarebbe piaciuto farmi trovare ad accoglierla con un cartello con su scritto “donne della realtà”, ma non ho il cartoncino, né un pennarello colorato, né energie per cercarli, ché torno da un convegno dove speravo di incontrare la ministra della salute o un suo delegato al quale esporre la tragica situazione dei pazienti calabresi malati di fegato, in una Regione che spreca energie e fondi a farsi la guerra tra potere politico, potere sanitario e primariati.

Le porte automatiche scorrono, si aprono e sbottonano sorrisi di arrivo o facce stanche di chi non alza nemmeno gli occhi perché nessuno le aspetta dietro la transenna che divide gli arrivi dalle attese.

Per un attimo temo che potremmo non riconoscerci. Si sarà scordata che la sto aspettando?

Clic clac e la nuvola d’oro dei suoi capelli compare, circondata da alcune persone con le quali continua un discorso che sarà cominciato: dove? Quando? Aspetto e aspetto, poi la chiamo: «Paola???». Finalmente si accorge che ha i piedi per terra, mi presenta i due uomini e la ragazza con i quali continua a parlare .

Usciamo dall’aeroporto, Arturo ha già portato via il suo bagaglio, lei fuma e parla e quei tre fanno fatica a staccarsi da lei, da lei ragno regina che parlando imbriglia tutti con la voce, le ciglia, le mani.

Alla fine siamo in macchina, è ormai notte e andiamo verso casa al mare.

Al mattino scopriamo di avere camicie da notte antiche e simili. Di quelle che sanno di baule e di nonne.

In camicia da notte. Adele ha postato questa foto sul suo profilo Facebook con questo commento: «Paola guarda il cielo dietro la tenda gialla e ignora Gilda che le chiede un po' di mortadella. Dai,...»

In camicia da notte. Adele ha postato questa foto sul suo profilo Facebook con questo commento: «Paola guarda il cielo dietro la tenda gialla e ignora Gilda che le chiede un po’ di mortadella. Dai,…»

La spiaggia è deserta quasi a tutte le ore, facciamo qualche bagno nell’acqua fredda e trasparente, il suo telefono trilla e balla sul dorso in continuazione, spuntini frugali, viene a trovarci Anna che trascorre la maggior parte della sua vita leggendo e scrivendo, non potevano non piacersi.

Una cena con Lorenza che si è molto affannata a cercare un posto speciale, ma speciale diventa ogni luogo dove lei lascia entrare i suoi ricordi e affabulando li condivide.

Sorella Rozzi, come ancora in molti la chiamano in città – a Catanzaro – parla della scuola per crocerossine di Susanna Agnelli, della realtà contadina dov’è nata in Emilia, del suo grande amore per la Calabria e per Riccardo, ci mostra le fotografie scattate dal figlio che vive a Bologna, delle rondini che sono ancora tornate sotto il tetto della sua casa.

Il vino freddo e frizzante, una trattoria nel centro storico, Lorenza e le sue rondini, il vento fresco di una notte piena di stelle sul viso, una città che di notte, senza automobili sembra scordarsi di appartenere a un territorio abusato da mille poteri e mille indifferenze, Paola da poco conosciuta eppure così intima nell’incastrare pensieri, lo scambio di parole chiave che piano piano vanno a costruire una conoscenza sensibile, nuova, fragile , come trovare una cosa preziosa giocando con le dita tra la sabbia.

Adele Colacino e Paola Ciccioli all'aeroporto di Lamezia Terme. La foto è stata scattata da Arturo senior (perché c'è anche un Arturo junior: ... la zia RIna/ lo chiama Arturino/e lui russa/ e afferra il panino/dà fastidio/a suo cugino/butta un occhio/ al mio quadernino...)

Adele Colacino e Paola Ciccioli all’aeroporto di Lamezia Terme. La foto è stata scattata da Arturo senior (perché c’è anche un Arturo junior: … la zia Rina/ lo chiama Arturino/e lui russa/ e afferra il panino/dà fastidio/a suo cugino/butta un occhio/ al mio quadernino…)

E l’ultima sera di questa breve vacanza diventa, improvvisamente, cena con poesia, compare sul tavolo un libro con versi in calabrese antico, tentiamo di riprendere le letture con un cellulare, ma sono i bambini poi a entrare nel cerchio magico e Paola suona il piffero che li porta lontano dai cellulari .

Sul dondolo, al buio, in giardino, diventa un gioco mettere in fila le rime semplici come filastrocche:

…… Marzia bimba di grazia, capelli di miele, sorriso fedele, libri pensieri, è più brava di ieri…………

…………Paola cara intelligente, più veloce di un serpente, tanto sorridente da incollartela nella mente…………

Le risate ingenue, il profumo dei gelsomini, tante stelle, che bella cosa che sia venuta in Calabria.

 

 

 

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2 Risposte

  1. Potrei continuare a leggere per ore, bellissima linea di congiunzione quella di poter condividere con qualcuno, l’amore che si mette in ciò che si fa.
    Complimenti alla signora Adele e a Paola.

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  2. Stavo pensando che Adele ha colto e descritto un momento molto particolare che si è creato con i bambini (i suoi due nipotini e il nipote di sua sorella Rina). Non avevano occhi che per i cellulari ma è bastato che io mi mettessi a giocare con le parole perché se ne dimenticassero. Sarebbero andati avanti per ore, e si era fatto già molto tardi, a inventare rime e a scambiarci affettuosità che, senza le rime, sarebbero rimaste inespresse.

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