La lunga marcia contro la solitudine delle donne che scrivono

Anna Banti fotografata da Ghitta Carrell nel 1934

di Elisabetta Rasy*

Nel 1983 un gruppo di scrittrici italiane che avevano compiuto i settant’anni furono intervistate e le loro dichiarazioni raccolte in un libretto (Le signore della scrittura a cura di Sandra Petrignani, edizioni La Tartaruga). Erano donne che avevano avuto vite e storie diverse, difficoltà e successo diversi. Gran signore della cultura come Anna Banti, che era stata moglie di Roberto Longhi e redattrice di una delle più prestigiose riviste italiane, Paragone, e solitarie insegnanti come Laudomia Bonanni; autrici osannate e dal successo indiscusso come Elsa Morante (la sua intervista fu costruita a tavolino con brani di precedenti dichiarazioni perché la Morante, allora molto malata, si preparava alla sua morte disperata) e autrici dai cassetti pieni di manoscritti lasciati a marcire per paura e totale sfiducia nel mondo editoriale come Paola Masino. Ma in ognuna, nella diversità, c’era un uguale e vivissimo sentimento: quello della solitudine. Non solo e non tanto una solitudine esistenziale, ma la solitudine come isolamento culturale. La difficoltà non solo e non tanto a far sentire la propria voce, ma a fissare la propria immagine in una figura riconosciuta e rispettata nel ruolo che si era scelto. Lo dice Lalla Romano: «Essere donna, poi, nell’ambiente letterario del nostro Paese pesa ancora molto. Ti trattano con una sorta di condiscendenza, di concessione». E l’orgogliosa Anna Banti: «Una scrittrice, anche se di successo, è comunque emarginata. La diranno grande fra le altre scrittrici, ma non la equipareranno agli scrittori». Nessuna delle intervistate era femminista, nessuna anzi dimostrava particolare interesse per la «questione femminile». Tutte si erano formate negli anni del fascismo.

Malgrado sia sempre arduo e rischioso, quando ci si occupa di un’arte, lasciarne i confini specifici per addentrarsi nel retroterra oscuro e limaccioso del sociale e della storia, occupandosi di scrittrici, non si può prescindere da quanto scrisse nel 1929 in un articolo su donne e romanzo Virginia Woolf, madre a tutt’oggi la più autorevole, nonché involontaria, della «critica di genere»: «…quando si parla delle donne come scrittrici è preferibile mantenere la massima elasticità; è necessario riservarsi lo spazio per trattare di altri problemi oltre che delle loro opere, a tal punto le loro opere hanno da sempre subito l’influenza di condizioni che nulla hanno a che fare con l’arte». Gli «altri problemi» sulla scrittura femminile del ‘900 italiano hanno avuto un peso determinante, e ne hanno configurato un singolare quadro discontinuo, ben diverso da quello che si veniva disegnando in altri Paesi europei».

*È l’incipit dell’intervento “Letteratura”, contenuto in Le donne italiane. Il chi è del ’900 a cura di Miriam Mafai (Rizzoli, 1993). Una enciclopedia interamente al femminile, snella, scritta benissimo e molto utile. Tanto che la conservo come un cimelio. Insieme con quello di Elisabetta Rasy e l’introduzione della stessa Mafai, ci sono gli interventi di Natalia Aspesi (“Cronaca e costume”), Emanuela Audisio (“Sport”), Brunella Bellonzi (“Sindacato, società, lavoro”), Patrizia Carrano (“Spettacolo”), Miryam De Cesco (“Professioni e carriere”), Maria Grazia Tajé (“Giornalismo”), Lietta Tornabuoni (Politica”), Gabriella Turnaturi (Scuola e istruzione”), Marisa Volpi (Arte). La prima voce dell’enciclopedia è dedicata all’attrice Marta Abba, l’ultima a Giovanna Zincone, «membro della commissione per la parità uomo-donna istituita presso la presidenza del Consiglio».
Non ve lo presto.
(Paola Ciccioli)

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