La solidarietà che guarisce il mondo

di Maria Elena Sini

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Un’immagine da “Miracolo a Le Havre” del regista finlandese Aki Kaurismäki. Il film, come spiega in questa recensione Maria Elena Sini, si è distinto per intensità e qualità nella consueta e melensa programmazione della Tv natalizia (http://www.aki-kaurismaeki.de/)

Durante le feste la televisione ci ha propinato film traboccanti di buoni sentimenti: se siamo stati fortunati ci è toccato “La vita è meravigliosa“ di Frank Capra, che viene rispolverato per ogni Natale, se ci è andata male ci siamo beccati film melensi e stucchevoli su renne ferite, alberi di Natale consegnati in ritardo, regali smarriti etc…

Ma, per caso, facendo zapping da un canale all’altro, ho visto su Rai 5 il perfetto film di Natale, una favola moderna con una tematica attuale, che senza retorica e senza enfasi, con uno stile minimalista affronta il problema della clandestinità. “Miracolo a Le Havre” di Aki Kaurismäki è ambientato nella città portuale che dà il titolo al film, dove uno scalcinato lucida scarpe, Marcel Marx, con un passato di scrittore bohémien, entra casualmente in rapporto con un giovane migrante africano, Idrissa, arrivato dentro un container e sfuggito ai controlli della polizia che lo cerca. L’uomo, la cui moglie nel frattempo ha scoperto di avere una malattia che le lascia poco da vivere, si prende cura del ragazzo e cerca di fargli passare la Manica per raggiungere la madre in Inghilterra, facendo rete con i suoi amici del quartiere e cercando di eludere le attenzioni del commissario Monet. Marcel e Idrissa non hanno niente in comune, solo il senso della propria vita marginale e minacciata: l’uomo dalla paura di restare solo e il ragazzo dal fallimento del viaggio che doveva portarlo a Londra.

La denuncia sociale di “Miracolo a Le Havre” sta nella contrapposizione tra Marcel e i suoi amici, persone semplici che però si mostrano subito pronte ad aiutarlo e sostenerlo una volta conosciuto il suo piano per far arrivare il ragazzo in Inghilterra, e un sistema politico e giudiziario cieco e meccanico, nel quale però fortunatamente esistono ancora anticorpi d’umanità d’altri tempi. D’altri tempi infatti è tutta la comunità che abita intorno al porto e d’altri tempi è il commissario, una figura con una grande carica morale, implacabile nell’arrestare i criminali ma generoso con gli indifesi.

Il miracolo della splendida e improbabile fioritura di un ciliegio nel finale di questo toccante racconto dei giorni nostri accentua il tono da favola contemporanea densa di poesia e disincanto, ottimismo e amarezza, anacronismo e attualità, e ci rimanda al miracolo dell’ inaspettata guarigione della moglie di Marcel e alla partenza di Idrissa per l’Inghilterra. Attraverso la solidarietà un altro mondo è possibile e la profonda malinconia che pervade tutta la storia si trasforma in un soffio di gioiosa speranza. Non è solo un apologo sulla carità è anche un invito a riflettere sull’ottusità di alcune leggi repressive e sulla possibilità di cambiare. Non basta desiderare un mondo migliore, bisogna agire e Marcel, che crede nel potere della tolleranza e della solidarietà, lo fa.

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Una Risposta

  1. Favole più vere della realtà: è la sigla del cinema di Kaurismaki.

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