Nipotina mia carissima, lo sai che quando ero giovane in Italia non c’erano prefette, ambasciatrici e magistrate?

di Rosa Oliva*

rosanna-tagliata

Rosanna Oliva in una foto scattata il 10 settembre, giorno del suo compleanno.

Vorrei tanto che mia nipote e le sue coetanee crescessero in un Paese dove le donne fossero liberate dalla necessità di scegliere tra lavoro e famiglia, tra avere figli e fare carriera.

Cara Irene,

hai nove anni e presto ti parlerò di questa mia lettera che leggerai tra qualche tempo.

Una sera ti dirò del compito che ti voglio affidare per quando tu sarai una donna e io non ci sarò più. Devo trovare l’occasione giusta, magari uno di quei momenti felici in cui stai per addormentarti ed io accanto a te ascolto le tue domande difficili: “Nonna, ci credi in Dio?”, “Nonna, oggi ho sentito una parolaccia” e non hai il coraggio di dirmi quale, poi la pronunci sottovoce per conoscerne il significato, che io ti spiego, dicendoti che sì, le parolacce sono una cosa brutta e vanno evitate.

Voglio parlarti del fatto che, dal momento in cui nasciamo, dipendiamo dagli altri in maniera assoluta: mentre un puledrino nasce e dopo pochi minuti riesce a tenersi dritto sulle zampe, noi umani ci mettiamo un anno per camminare. Sviluppiamo però nel tempo una serie di capacità che gli altri esseri viventi non hanno e lo dobbiamo proprio alla complessità delle cose che sono necessarie perché, da un piccolo batuffolo come eri tu appena nata, venga fuori una bambina come sei adesso, con tanti interessi e capacità, non solo a scuola, ma anche nello sport e nella musica.

Se sei la mia piccola cara nipotina, lo devi a chi ti ha accolto nel mondo: ai tuoi genitori, alla famiglia intera, alla tua scuola, al paese in cui sei nata. Non a tutte le persone è consentito questo, perché sai bene che ci sono bambine e bambini che non hanno una famiglia o che nascono in paesi dai quali sono costretti a fuggire a causa della guerra o della fame.

Leggiamo insieme l’articolo 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Lo Stato dovrebbe eliminare queste cause di disuguaglianza, ma purtroppo non ci riesce.

cinquantanni

Conviene creare pari opportunità, perché un capitale investito su un individuo, uomo o donna che sia, ritorna alla società non solo in termini di cura dei propri figli, se ne ha, e degli altri familiari, ma anche di produttività da lavoro. La prima e più grave discriminazione è quella che colpisce le donne, la metà della popolazione.

 

Molto è stato fatto per la parità uomo-donna nel secolo scorso, nel quale l’unica rivoluzione riuscita, si dice, sia stata quella delle donne, ma nascere donna ancora adesso è un ostacolo.

Le donne, noi donne, siamo condizionate da vecchi pregiudizi e descriminazioni e, a volte, anche da vecchie leggi che sopravvivono ai cambiamenti nella società. Già attraverso i giochi le bambine ricevono messaggi nascosti che limitano le scelte per il loro futuro.

Tanti anni fa, quando ero una ragazza appena laureata riuscii a fare cancellare, con la sentenza n. 33 del 13 maggio 1960 della Corte costituzionale, una legge che penalizzava le donne nelle carriere pubbliche. Non avevo accettato che noi donne non potessimo diventare prefette, ambasciatrici, magistrate.

In quegli anni in Italia, ma anche in quasi tutti i Paesi del mondo, erano sempre soltanto uomini a decidere, le dnne non c’erano, o erano pochissime nei Palazzi del potere: in Parlamento, dove si fanno le leggi, nel Governo, dove si amministra il Paese, ma anche nei Consigli comunali, dove si prendono decisioni per la vita locale di ogni giorno, così come nella Magistratura e nelle Università.

C’era stato un grande cambiamento quattordici anni prima, quando l’Italia era diventata una repubblica. Invece del re, il potere era dei cittadini, anzi dei cittadini e delle cittadine. Nel 1946, settanta anni fa, le donne avevano potuto votare per la prima volta per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere l’Assemblea costituente, incaricata di scrivere la Carta con i principi e le regole della nuova Italia.

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Rosanna Oliva davanti al Quirinale (foto dal suo profilo Facebook). «Già funzionaria dello Stato, nel 2006 fonda, per la presenza qualificata delle donne nella politica e nei luoghi decisionali, “Aspettare stanca”, di cui cura tuttora il blog» (http://www.scienzaexpress.it/) Madre di due figli, è Grande Ufficiale della Repubblica

Nell’Assemblea costituente le donne erano soltanto 21 su 556, ma riuscirono a far inserire norme importanti, non solo per le donne ma per i diritti di tutti e tutte.

Avevo studiato che dal 1948 la Costituzione garantiva l’uguaglianza tra uomini e donne ma ancora dieci anni dopo, quando mi sono laureata, a noi ragazze veniva impedito di confrontarci con i nostri colleghi di università nei concorsi per le più importanti carriere pubbliche. Grazie alla conoscenza della Costituzione e all’aiuto di Costantino Mortati, il mio professore di diritto costituzionale, riuscii a far aprire alle donne le principali carriere pubbliche.

Per una sentenza, come per una persona, a cinquanta anni si può fare un bilancio. 

*Tratto da “Cinquant’anni non sono bastati. Le carriere delle donne a partire dalla sentenza n. 33/1960 della Corte Costituzionale” di Anna Maria Isastia e Rosa Oliva, appena uscito da Scienza Express edizioni. Nel precedente post, “Lettera alla nipotina della nonna Grande Ufficiale della Repubblica”, la versione illustrata della favola vera di cui è protagonista Rosa (meglio, Rosanna) Oliva che, subito dopo la laurea, si vide respingere la domanda al concorso per la carriera prefettizia. Da quel “no” contro la logica, la dignità e la storia, nacque la sua battaglia che aprì alle donne italiane la porta delle professioni di prestigio nella Pubblica amministrazione dalle quali erano state fino a quel momento escluse.

(Paola Ciccioli)

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