A Manhattan nella cattedrale del consumo

Testo e foto di Alessandro Mongili – da New York

Lo sguardo di un sociologo dentro l’Oculus del World Trade Center Transportion Hub di Manhattan, progettato (non senza accese polemiche) dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava nei luoghi devastati dall’attacco alle torri gemelle l’11 settembre del 2001.

Alessandro Mongili è professore di Sociologia generale presso la Scuola di Psicologia e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza alla Scuola di Scienze umane dell’università di Padova. In questi giorni si trova a New Orleans, negli Stati Uniti, per il “4S”, il “mostruoso” (la definizione è sua) convegno annuale della Società per gli studi sociali della scienza. Prima di arrivare nella città della Louisiana, però, ha fatto tappa a New York e in questo post, prima pubblicato sulla sua pagina Facebook, racconta la sua prima volta lì in compagnia, tra gli altri, di due donne che chi frequenta questo blog conosce: Annalisa Mongili e Paola Ciccioli. Buona lettura, seguire Alessandro nei viaggi di lavoro e di ricerca intorno al mondo è sempre una scoperta.

Sono arrivato a New York per la prima volta nel 1981, con Giulia, Paola, Stefano, raggiunti poi anche da Annalisa, e da altri. Abitavamo a Brooklyn, lontanissimo, tutti assieme nel basement di una casetta, ospitati da nonna Isabella. Ricordo ancora la luce di quel primo giorno, la meraviglia per la metropoli, dopo un lunghissimo viaggio sino a Bruxelles per prendere un aereo pagato 500.000 lire, a/r. Rimasi quattro mesi. Studiammo, lavorammo, camminammo. Eravamo tutti comunisti e New York era un’altra cosa. Sporca, pericolosa, ma più interessante di oggi.

Amo questa città, anche in questi due ultimi giorni di camminate continue. Amo l’aria, la luce tersa, il vento, la gente. È l’unico posto in America che amo, almeno non è noiosa e provinciale come tutto quello che c’è oltre l’Hudson. Amo l’energia e il conflitto, fra le classi, la ricchezza della composizione etnica, la minore segregazione rispetto al resto degli USA. Da sempre ho sentito vicini i loro problemi di eguaglianza non solo di classe, ma etnica e razziale, di genere e di orientamento. Oggi sento come mio lo scandalo degli antidolorifici oppioidi e ammiro la capacità di mobilitazione degli Americani. Ma New York è cambiata, soprattutto a Manhattan. Piena di turisti, è sempre di più trasformata in proscenio diretto al turismo. Esemplare la simulacrizzazione di Ground Zero. La storia è stata trasformata in memoria, molto rapidamente, e la memoria in consumo sacralizzato.

Intendiamoci, se c’è un posto dove vale l’espressione marxiana del capitalismo come ammasso gigantesco di merci, questa è New York, dove però i suoi abitanti osservano e vivono la cosa distrattamente, da sempre amanti del riciclo, a loro modo eleganti e poco propensi all’eccesso del consumo, fatta eccezione per il Prozac a pranzo e a cena. Ma per chi arriva da fuori, New York è la festa del consumo in servizio permanente effettivo. Il Mall-Cattedrale di Calatrava è la cosa più strana che io abbia mai visto, così solenne e così figa per lo shopping. Come se nel pozzo di Santa Cristina il raggio lunare al solstizio toccasse i tavoli in legno di un Apple store e non la polla d’acqua, che infatti è piazzato in un punto centralissimo, sotto la cresta sacra del monumento, l’Oculus, perché tale è il nome di questo Mall prospiciente una delle Sacre vasche realizzate nelle fondamenta delle Twin Towers, circondate da placche che recano incisi i nomi delle vittime.

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