A New Orleans, la città dell’emergenza ecologica

Testo e foto di Alessandro Mongili – da New Orleans

A New Orleans per il convegno della Società per gli studi sociali della scienza, e dopo la tappa a New York raccontata nel post precedente, il sociologo Alessandro Mongili ci fa vedere lo stato in cui versa ancora la città della Louisiana che tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 2005 fu devastata da un uragano che causò 1.800 vittime, mentre 400 mila persone furono costrette a lasciare le proprie abitazioni.

«Il Mississipi è un fiume inquinatissimo a causa dell’estrazione di petrolio e gas naturale che le compagnie texane effettuano in Louisiana, e di altre attività industriali e agricole. Il suo bacino comprende tutta la parte centrale degli USA e parte del Canada e New Orleans è piuttosto vicina alla sua foce. Costituisce un porto fluviale naturale che ha avuto un ruolo importantissimo per la città». Docente di Sociologia e di Processi di modernizzazione e tecnoscienza all’università di Padova, Alessandro Mongili ha pubblicato questo reportage sulla propria pagina Facebook, anche per quanto riguarda le didascalie abbiamo dunque deciso di utilizzare le sue stesse parole. Lo ringraziamo per averci concesso il suo scritto e queste immagini.

Nel 2005 un gigantesco uragano (“Katrina”) colpì la città di New Orleans, e in particolare distrusse, quasi per intero, alcuni quartieri prevalentemente afro-americani, come il Lower 9th Ward, Holy Cross, ecc., costruiti fra il Mississipi e un canale mal protetto da argini vetusti e senza manutenzione, collegati con un ponte che sembra crollare.

A visitare Lower Nineth Ward, come ho fatto, la prima sensazione è la desolazione. Infatti, sono molte le aree abbandonate, i resti di case, chiese, attività. La seconda, è la rabbia. È terribile lo stato delle infrastrutture, delle strade, degli accessi, dei servizi. La terza, è la speranza. Il quartiere è pieno di iniziative di resistenza, di piccoli luoghi di memoria della tragedia, di investimenti di Ong che, coinvolgendo grandi architetti o semplicemente sostenendo la popolazione rimasta, hanno ricostruito, e costruito anche in modo innovativo. New Orleans ha però perso il 30 per cento della sua popolazione. Chi non è potuto tornare, è perché era povero, non aveva la proprietà della casa. E perché è nero. Infatti, negli Usa la disuguaglianza sociale si sovrappone a quella etnica. Si tratta di una società che, in questo, ci può insegnare molto per studiare la disuguaglianza come insieme ibrido, non caratterizzabile solo in base alla ricchezza posseduta. Perché così non è. New Orleans è il massimo della contraddizione in questo senso.

Città “creola”, si dice. Ma cosa vuol dire “creolo”? Non vuol dire nero, ma vuol dire “misto”. Ancora oggi unica città cattolica degli Usa, almeno a maggioranza relativa, ha sempre praticato il matrimonio misto e i suoi quartieri sono solo in parte segregati, anche se la divisione del lavoro appare fondata su base razziale. Anche le aree devastate da Katrina, non sono interamente afro-americane. Creola perché la sua cultura non yankee non è propriamente afro-americana, ma con una fortissima componente caraibica e di origine haitiana.

La sua popolazione di colore, prima della Guerra civile nella seconda metà del XIX secolo, era formata da “gens de couleur libres” (il francese è stato ufficiale sino al 1860), cioè da neri liberi, non schiavi, che potevano condurre una vita abbastanza libera, e perfino possedere, loro stessi, schiavi. Tutto era regolato dal Code Noir francese del 1724, più liberale e rispettoso delle leggi vigenti nelle aree protestanti e anglo. In larga parte, i creoli sono ancora cattolici, mentre gli afro-americani sono principalmente battisti. Ma fu anche il principale mercato di schiavi d’America. Di tutto questo, non c’è molta memoria. Il principale mercato di schiavi è stato sostituito da un hotel. Tutto è mascherato da un fake jazz che risuona ovunque, ma è in larga parte insincero.

«Alcune case, fra cui quelle finanziate da Brad Pitt, hanno osato innovare le tipologie architettoniche impiegate»

Non esiste un Museo della Schiavitù. Solo due anni fa sono state rimosse tre statue dedicate a esponenti schiavisti della Confederazione. Comunque meglio di noi, che abbiamo ancora Carlo Felice che svetta (il professor Mongili è di Cagliari, ndr). Non c’è traccia neanche dei lunghi anni della segregazione e delle leggi che impedivano sino al 1965 ai neri di iscriversi ai registri elettorali e di votare, con ogni pretesto, simili a quelli che oggi usa Israele per scoraggiare il voto dei palestinesi con passaporto israeliano. Pensate che nel 1910 gli elettori neri erano solo 730 in tutto lo Stato, di cui costituivano quasi la metà della popolazione, prima delle grandi migrazioni verso Chicago e le città non segregazioniste del Nord degli Usa.

In sintesi, questa città mostra in modo spettacolare l’emergenza ecologica, causata dalle trivellazioni selvagge e dalla mancanza di manutenzione delle opere necessarie di gestione del territorio, l’emergenza sociale-razziale-etnica, cioè in sintesi sul problema della disuguaglianza così come si pone oggi, e la necessità di affermare la diversità e la differenza attraverso il riconoscimento e la dignità di ognuna delle sue forme, e l’emergenza caratterizzata da un’economia estrattiva, che si rivela distruttiva e incapace di favorire il progresso, ma solo uno sviluppo rapace e, alla fine, mortifero.

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