«Amo di più le tue rughe, che lo splendore della giovinezza»

di Paola Ciccioli

«Amo di più le tue rughe…». Scriveva così, nel VI secolo, il poeta Paolo Silenziario. E non potevo non scegliere i suoi versi per tentare di raccontare il recital sulla vecchiaia nella poesia di tutti i tempi, ideato insieme con Alessandro Quasimodo. Ci prepariamo ad andare in scena domenica 15 luglio, al tramonto, al teatro romano di Urbisaglia, nelle Marche. Un collega, diventato un amico su facebook, mi ha scritto che siamo “coraggiosi” ad affrontare un tema “rimosso” dalla società contemporanea, quella televisiva italiana in particolare, aggiungo io. Ma non è stato un atto di coraggio intellettuale né il desiderio di sfidare l’osceno che tracima da trasmissioni come “Velone” o dalle pornografiche caricature propinate da Maria De Filippi a spingerci verso l’appuntamento di domenica prossima. Meglio, non soltanto questo. Ci siamo arrivati piano piano, unendo le nostre curiosità e sensibilità.

Da tempo sto cercando di mettere insieme in forma scritta tutti i capitoli della vita di Alessandro Quasimodo. Ho scavato nel suo rapporto con il padre Salvatore, negli insegnamenti, anche involontari, e nelle omissioni di un genitore imperfetto e nello stesso tempo in grado di creare poesia universale, quella che gli è valsa il Premio Nobel. Durante il suo lungo racconto, Alessandro mi ha fatto conoscere donne che hanno segnato la sua esistenza, a cominciare – e non poteva essere altrimenti – dalla madre Maria Cumani. Ma anche le zie di Siracusa, le stesse che lo hanno curato amorevolmente in casa di Elio Vittorini quando era bambino. E poi Emma Gramatica e Teresa Franchini, le due grandi vecchie del teatro italiano che lo hanno incoraggiato a seguire la vocazione del palcoscenico. Fino alla misteriosa Eva, che tra qualche giorno compirà 101 anni, conosciuta per caso a Milano alla fine di uno spettacolo e che Alessandro ha “adottato”, aiutandola a ricongiungersi con il figlio abbandonato in Svezia quando era un adolescente.

Lui ha portato queste figure di donne, di donne vecchie e ricchissime di vita, nel nostro incontro. Io le mie. Mamma, che per fortuna ha fatto in tempo a conoscerlo e che invece ci seguirà chissà da dove, domenica, mentre la penseremo. Mamma, Gina. E poi le sue amiche filandaie, quelle che hanno diviso con lei gli anni della fatica senza limiti e del “pane nero”, come dice il titolo del bel libro di Miriam Mafai sulla guerra vista con gli occhi delle donne.

Quel che abbiamo capito, così credo, Alessandro e io lavorando insieme, è che le biografie celebri e quelle sconosciute custodiscono una identica grandezza. Vogliamo ricordarle e onorarle. E non c’è preghiera più adatta, per farlo, della poesia.

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