«Affidavo i miei figli a Gina, mamma sorella»

di Anna Caltagirone Antinori

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Gina Aguzzi Ciccioli, qui giovane e sorridente, con Maria Vittoria e Fabrizio, i figli di Anna Caltagirone Antinori. L’autrice del post è stata maestra delle elementari di Paola Ciccioli, alla quale ha donato questa foto

Era il 1959 quando mio marito venne chiamato per un incarico a tempo determinato presso la Cassa di risparmio di Urbisaglia. Era un’occasione che non potevamo lasciarci sfuggire. Fernando accettò l’incarico e, per la durata dell’anno scolastico in corso, restai sola tutto il giorno con due bambini piccoli: Marvì di poco più di due anni e Fabrizio di pochi mesi. Ci eravamo sistemati nell’appartamento dell’edificio scolastico, in contrada Collevago del comune di Treia. Stavamo bene, circondati da brava gente impegnata tutto il giorno nei lavori dei campi. Era venuta a vivere con noi una ragazza che badava ai miei figli nelle ore in cui scendevo al piano inferiore per fare lezione ai bambini di una pluriclasse. Le mie giornate si somigliavano tutte, scandite dalle ore di lezione, poi la pappa per i bimbi, il pranzo e le faccende domestiche.

Fernando partiva la mattina presto e tornava a sera inoltrata. La nostra preoccupazione era il mio dover stare sola, in campagna, senza mezzi di comunicazione (il telefono era a Chiesanuova a due chilometri di distanza) e senza mezzi di trasporto con due bambini in tenera età. Fernando non stava tranquillo e fu così che decisi di chiedere trasferimento. Avevo già abbastanza punteggio, così lo ottenni a Convento di Urbisaglia e alla fine dell’anno scolastico cambiammo residenza.

Trovammo una prima sistemazione in paese presso un’anziana gentile signora di nome Rachele. Poi, dato che era in costruzione la scuola in contrada Convento di Urbisaglia, prendemmo in affitto un appartamento in una casa a tre piani proprio accanto alla scuola che stavano costruendo.

Trascorremmo lì le vacanze e nel frattempo ebbi modo di conoscere le famiglie del vicinato. Che brave persone! Erano famiglie giovani con bambini dell’età dei miei, fu facile perciò fraternizzare e subito ci sentimmo in ottima compagnia, perfettamente ambientati. C’era la famiglia Forconi con tre belle bimbe, Magi con altri quattro bambini, la “Gorba” con il figlio, la moglie e due bambini, Giovanni e Pierina, il panettiere detto “il Mago” con la famiglia, Lena e Rirì col bimbo, Elena e Laurino con figli, Fiorani e tutta la famiglia, e poi il circondario abitato da famiglie che ho conosciuto perché i figli frequentavano la mia scuola.

In ottobre cominciò l’anno scolastico; l’edificio nuovo non era ancora pronto e il Comune ci allestì due aule nei locali del vecchio Ricovero. Sorgeva impellente la necessità di trovare una persona che potesse badare ai miei bambini durante le ore di scuola. Chiesi alle persone del posto se c’era qualche mamma disposta a sostituirmi nelle ore di lavoro. Mi proposero Gina e così conobbi la mamma di Paola Ciccioli, che allora aveva la stessa età di mio figlio Fabrizio.

Gina entrò in casa mia come una persona di famiglia; la mattina uscivo di casa tranquilla perché sapevo di avere affidato i miei figli a una “mamma sorella”. Gina aveva più esperienza di me e sapeva incoraggiarmi nel mio compito di mamma. La mia famiglia era lontana, in Sicilia, e non avevo a chi ricorrere quando mi sentivo incapace di affrontare un problema.

Gina mi era vicina col suo sorriso ora critico ora benevolo e mi faceva sentire ridicola per le mie “stupide” preoccupazioni di mamma. Qualche volta lamentandomi con lei piangevo perché Marvì non mangiava niente di quello che le preparavo. Per i primi due anni si è alimentata mangiando solo minestrine con l’olio, non carne, non pesce, non verdure, non frutta. Preparavo per lei pappe nutrienti e saporite, ma lei serrava la bocca e non mandava giù niente. Per me era diventata un’ossessione, le andavo appresso col piatto per farla mangiare, ma non c’era verso di convincerla. Pensavo che nutrendosi così poco potesse morire. Ecco allora Gina entrare in scena, mi diceva: «vai via! Ci penso io a farla mangiare, quando andrà all’asilo vedrai come imparerà insieme agli altri bambini!». Fabrizio era tutto l’opposto, cresceva come un fiore: bello roseo e… mangione. Anche Marvì, nonostante mangiasse poco era rotondetta e Gina mi diceva: «non te la prendere, vuol dire che le basta poco, non vedi come cresce bene?». Le sue parole mi confortavano; piano, piano lasciai che fosse lei a dar da mangiare ai bambini, non vedevo e stavo più tranquilla. Rientrando a casa chiedevo a Gina: «Marvì ha mangiato?… e lei mi rispondeva «stai tranquilla, ha mangiato quel che le basta».

La sua saggezza mi faceva star meglio, parlavo volentieri con lei; mi portava notizie di quel che succedeva in paese, mi informava e mi faceva conoscere meglio le persone di Convento. C’erano occasioni di stare con Gina anche nel pomeriggio, per esempio quando ci mettevamo d’accordo e facevamo i dolci insieme. Il forno era proprio accanto al cortile della scuola. Decidevamo prima cosa fare: i maritozzi col mosto, le trecce, i biscotti o i ciambellotti. All’ora stabilita uscivamo in ciabatte col grembiulino e il cestino con gli ingredienti e dopo avere chiuso al sicuro i bambini nel cortile della scuola andavamo al forno dove trovavamo bei tavoli grandi per impastare e fare i dolci tutte insieme. Era uno spasso, si parlava di tutto e di tutti, si rideva e scherzava e le ore passavano  allegramente.

A turno uscivamo a controllare i bambini che giocavano nel cortile della scuola o nel campo dietro la casa di Forconi. Che festa quando arrivavamo con le ceste cariche di dolci… I bambini seduti sullo scalino davanti alla scuola aspettavano che distribuissimo merenda per tutti.

Un altro motivo d’incontro era il giorno del bucato. Nel garage di Lena c’era una grossa tinozza in cui Gina preparava i panni lavati, vi sistemava sopra un panno ruvido su cui lasciava colare acqua bollente e cenere. Che profumo di pulito avevano qui panni stesi al sole! Quella serranda del garage tirata su, attirava le vicine e i passanti e allora ci mettevamo sedute e parlavamo del più e del meno. Ricordo Lena che faceva merenda con un culetto di pagnotta a cui aveva tolto la mollica, riempiendo il vuoto con le “erbe cotte” avanzate. Altro che pizzette o tramezzini!!! Allora la vita era più semplice, ma certamente più genuina.

Gina era il mio braccio destro, sapeva fare tutto in casa e da lei ho imparato tante cose. Ecco perché la ricordo con tanta gratitudine. Arrivava la mattina puntualmente, spesso portava con sé Paola, la più piccola dei suoi tre figli, coetanea di Fabrizio. Mentre Gina riordinava la casa, i bambini giocavano e si divertivano sotto il suo sguardo vigile. Io lavoravo tranquilla, sapevo che al mio posto c’era un’altra mamma attenta e giudiziosa. I bimbi crescevano e arrivò l’età di andare all’asilo. La scuola era in cima alla salita di Convento, era una scuola retta da suore e accoglieva i bimbi di tutto il paese. Per noi che abitavamo a Convento, c’era il problema della strada; ogni giorno i genitori si mettevano d’accordo per accompagnare la squadra all’asilo.

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«Ecco la mia Bianchina. Alberto, detto Titti, il terzo dei miei figli, con aria sbarazzina pretende di spostare la macchina»

Quando era l’ora dell’uscita, vedevamo scendere dal paese uno stuolo di bimbi vocianti e una o due mamme dietro con un bastoncino per tenere a bada il branco. Spesso toccava a Gina accompagnarli, lei aveva in consegna i miei e i suoi. Poi presi la patente e spesso li andavo a prendere io con la Bianchina Panoramica: aprivo lo sportello posteriore e li caricavo tutti come pulcini uno sopra l’altro. Il tragitto era breve e davanti casa mia trovavo le mamme ad aspettarli. Che bei tempi! Tanti bimbi coetanei e tanti genitori giovani. Da allora sono passati tanti anni: quei bimbi sono diventati mamme e papà e purtroppo molti loro genitori non ci sono più.

Sono tornata più volte a Convento quando c’era ancora Fernando.Ogni volta qualcuno mancava all’appello. Che tristezza! Che stretta al cuore! Ora che sono rimasta sola non ci sono più tornata, mi manca il coraggio. Ora molte finestre sono chiuse e dietro quelle imposte sono rimasti prigionieri tanti volti cari e tanti miei ricordi che posso far rivivere ancora nella memoria.

Ecco, Paola, quel che rimane nel mio pensiero della tua Mamma. Io voglio ricordarla giovane con l’espressione sorridente e familiare che ha nella foto che ti ho mandato, quel sorriso esprime l’indole serena di una persona cara. Pensala anche tu come la vedo io, ti assicuro GINA era così. Ti abbraccio.

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2 thoughts on “«Affidavo i miei figli a Gina, mamma sorella»

  1. Questo è il commento lasciato da Eliana Ribes nel gruppo Fb di Donne della realtà: «Penso che un ricordo così curato e approfondito della propria madre tutti ce lo vorrebbero avere! Ha commosso me, Paola, posso immaginare l’immenso piacere che possa aver fatto a te la prima volta che lo hai letto. Questa è l’eredità più preziosa che un genitore possa lasciare ai figli: l’impronta impressa non solo nella famiglia, ma anche nella comunità in cui questa è inserita. E la comunità, così importante per lo sviluppo armonico dei bambini, è descritta così bene dalla signora Anna che fa nascere il rimpianto per non averne fatto parte. Io vivevo a poche centinaia di metri dal Convento, ma non avevo tutta questa ricchezza di amicizie e di esperienze. E quanto mi sarebbe piaciuto!».

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    • Splendido ricordo! Essere mamma di tutti vuol dire avere un cuore grande , onestà di sentimenti…un bel quadro della tua mamma cara Paola che Anna ha saputo rendere con nostalgica semplicità. C’è da esserne figlia fiera! Davvero commovente.

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