«È Sassari»

di Elio Vittorini

Sarà dedicata ad Elio Vittorini la puntata del 16 dicembre 2019 del ciclo L’altro ‘900, programma di Rai Cultura sulle scrittrici e gli scrittori che hanno segnato la Letteratura italiana del secolo breve. In onda su Rai 5, l’approfondimento è firmato da Isabella Donfrancesco con Alessandra Urbani per la regia di Laura Vitali e Diego Magini. Cogliamo l’occasione per pubblicare quel che l’intellettuale di Siracusa (per nascita) e di Milano (per scelta) scrisse su Sassari in Sardegna quasi sognata, diario di un viaggio emozionante che Vittorini fece nel 1932 e che pubblicò soltanto vent’anni dopo. Dedichiamo le sue parole alla viaggiatrice per antonomasia del nostro blog, Maria Elena Sini, perché Sassari è la sua città.

Un’immagine della tradizionale “Cavalcata sarda” di Sassari la cui prossima edizione si terrà domenica 17 maggio 2020 (foto da https://www.sardegnaospitale.it/eventi/5-cavalcata-sarda-a-saassari.html?date=2018-05-20-09-00)

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Natalia Goncharova e l’arte di scandalizzare

di Maria Elena Sini – da Firenze

Natalia Goncharova (Governatorato di Tula 1881-Parigi 1962), tra i principali artisti dell’avanguardia russa, “attiva come pittrice, costumista, illustratrice, grafica, scenografa, decoratrice, stilista, ma anche come attrice cinematografica, ballerina e performing artist ante litteram”. Qui l’artista è nel suo studio di Parigi in rue Jaques-Callot alla fine degli Anni 20 (foto da https://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern/exhibition/natalia-goncharova/exhibition-guide)

Fino al 12 gennaio 2020 Palazzo Strozzi a Firenze celebra Natalia Goncharova attraverso una grande retrospettiva che ripercorre la sua vita controcorrente e la sua ricca e variegata produzione a confronto con i capolavori di Gauguin, Matisse, Picasso e Boccioni. Il percorso della mostra ospita quadri, disegni, bozzetti, filmati che documentano l’arte e la vita dell’artista. Natalia Goncharova (1881-1962), poliedrica artista russa, ha aderito al Futurismo e al Cubismo, unendo elementi del primitivismo e della tradizione russa alle spinte moderniste tipiche delle tendenze della sua epoca. Non è stata solo pittrice ma anche scrittrice, costumista, illustratrice e scenografa. Nata in Russia in una famiglia della buona società, studiò scultura all’Accademia d’Arte di Mosca, dove incontrò Mikhail Larionov, suo futuro marito, che la indirizzò verso la pittura per la quale mostrava un evidente talento.

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«Presto Elisabetta, fate presto!»

di Clara Schiavoni*

La Rocca Varano, a poca distanza dal centro abitato di Camerino, nelle Marche, fu eretta nel XIII secolo come residenza fortificata della nobile famiglia dei Varano e trasformata poi in fortezza nel XIV secolo (http://www.turismo.marche.it/Dettaglio/Title/Camerino-Rocca-Varano/IdPOI/8991/C/043007) La foto di Marco Capponi è stata commentata con queste parole da Clara Schiavoni: «Un incanto che mi ha sedotta perché così era la notte dell’11 agosto 1443 (controllato il lunario storico…)».

Camerino, Palazzo Varano, stanza di Elisabetta

12 agosto 1433

Mentre all’esterno del Palazzo si stanno preparando i cavalli, Elisabetta si sveglia: sembra un giorno come tanti altri e la luce del mattino inonda la stanza.

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Un amore di musica

di Maria Elena Sini

Sof’ja Tolstaja (1844-1919) nel 1862, a soli 17 anni, sposò Lev Tolstoj ed ebbe da lui 13 figli. Il suo “Romanza senza parole” (pubblicato in Italia da La Tartaruga) è rimasto inedito fino al 2010 per volontà della stessa dell’autrice

In passato mi è capitato di riflettere sul  pregiudizio che spesso ha limitato e soffocato tante potenziali scrittrici, pittrici o musiciste che non hanno avuto il coraggio di aprire i loro diari o mostrare le loro opere temendo di essere testimoni di un mondo troppo piccolo o portatrici di un’arte che il mondo non era pronto ad accogliere. Ho letto, ad esempio, che Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Tolstoj, per molti anni fu la fida consigliera del suo sposo, trascrisse e apportò correzioni alle opere del più celebre marito al punto che oggi molti critici trovano difficile distinguere le parti scritte dall’autore di “Guerra e pace” da quelle di sua moglie.  Continua a leggere

«Le donne non ficchino mai il naso in un libro, né impugnino mai una penna»

di Sylvain Maréchal

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“Alice in Wonderland”, George Dunlop Leslie, 1879

I. La Ragione vuole (anche a costo di sembrare incivile) che le donne (nubili, maritate o vedove) non ficchino mai il naso in un libro, né impugnino mai una penna.

II. La Ragione vuole:

All’uomo – la spada e la penna.

Alla donna – l’ago e il fuso.

All’uomo – la clava di Ercole.

Alla donna – la conocchia di Onfale.

All’uomo – i prodotti del genio.

Alla donna – i sentimenti del cuore.

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«Le donne spostano qualcosa quando non si fanno trovare al loro posto»

di Maria Elena Sini

Libro

Il libro di Anna Simone è stato al centro del convegno che si è tenuto all’università di Sassari: Maria Elena Sini ce ne dà conto in questo articolo

Il titolo del convegno che si è tenuto a Sassari il 13 maggio nell’aula magna dell’Università, organizzato dalla sezione cittadina della Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni e affari), ha origine dal libro I talenti delle donne, scritto da Anna Simone, sociologa e ricercatrice presso l’università di Roma 3. Si tratta di una riflessione sul presente e sul futuro del femminile che cerca di leggere i mutamenti sociali del presente attraverso ventuno profili esemplari di donne, evitando il più possibile la retorica della vittimizzazione o, al contrario, l’esaltazione di un femminile da cui estrarre solo plusvalore economico. Le voci di Emma Bonino, Chiara Saraceno, Norma Rangeri, Ilaria Cucchi, Lucrezia Reiclin e di altre donne piene di talento e passione per quello che fanno raccontano il proprio percorso per dimostrare quanto le loro singole biografie, le loro esperienze e le loro scelte siano irriducibili alle narrazioni di superficie che, per fortuna o per sfortuna, a seconda delle circostanze, toccano l’universo femminile.

Attraverso questo mosaico di testimonianze l’autrice indaga i rapporti di potere che si realizzano nella politica, nel mondo del lavoro, nella vita quotidiana per dimostrare come possa essere possibile, nonostante tutto, per passione e per talento, riuscire a fare ciò che si desidera anche se si è donne.

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Gina, che ha partorito storie di cortili e di «donne fedeli al marito come a un elettrodomestico che non si cambia»

 di Alba L’Astorina

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Gina Marpillero: «Qui avevo 15, 16 anni. L’acqua la prendevo sul serio, non per posa, e le gambe le tenevo così perché ho sempre capito di averle un po’ stortine. Lo sfondo è la stalla con il fienile e l’orto dove la neve rimaneva fino a primavera perché non batteva mai il sole». In prima persona, a sottolineare una presenza ancora viva, le didascalie alle belle foto che Alba L’Astorina ha avuto dai figli della scrittrice friulana alla quale è dedicata una mostra a Milano

Eravamo solo in quattro lunedì scorso, al Circolo Filologico Milanese, a vedere la mostra fotografico-letteraria che Milano dedica in questi giorni alla scrittrice friulana Gina Marpillero: io, Bruna, Flora e Adriana. Eppure è stato come se per alcune ore in quella stanza, la bellissima sala liberty del palazzo ottocentesco di via Clerici 10, si fossero incrociati i destini e le storie di tante persone, vissute in tempi e spazi diversi, sullo sfondo di Guerre Grandi e piccole battaglie quotidiane. Madri friulane e napoletane in eterno dialogo con le proprie figlie, padri sfollati al nord o al sud, nonni spaesati nei confini ridisegnati dai nuovi imperi, fratelli persi al fronte o dentro i labirinti della propria mente. Nelle orecchie, una lingua materna, quella friulana, appresa e abbandonata da piccola, poi riemersa da chissà quale remoto angolo del proprio esistere grazie ad una poesia mormorata a voce alta, poi spezzata. E, nelle narici, odore di carta, di legno, di inchiostro…

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La maestra «infelice con classe» e l’allievo che vuole essere lei

di Maria Elena Sini

Milano, 22 marzo, 2017. Michela Murgia coordina nella Sala Alessi di Palazzo Marino l’affollata conferenza stampa di presentazione di “Tempo di libri”, la prima Fiera dell’editoria italiana che si terrà nel capoluogo lombardo dal 19 al 23 aprile. «Il libro è un attivatore di relazioni», ha felicemente sintetizzato la scrittrice sarda (http://www.tempodilibri.it/it/)

Da tempo mi sono messa sulle tracce di Michela Murgia perché, al di là delle sue doti di scrittrice, ne ammiro l’energia, la chiarezza espositiva, la capacità di comunicare, la forza con la quale conduce le sue battaglie, l’originalità che è in grado di sprigionare anche partendo dalle cose semplici. In questo solco si inserisce la modalità innovativa con la quale ha lanciato sul mercato Chirù, il suo ultimo romanzo edito da Einaudi. La pubblicazione del libro infatti è stata preceduta dalla creazione di un profilo Facebook del personaggio che dà il titolo al libro. Io sono una di quei lettori che sono entrati nell’orbita creata dall’autrice prima della pubblicazione della sua opera attraverso le vicende di Chirù, un adolescente studente del Conservatorio, che dal suo profilo raccontava le sue pene d’amore, i suoi rapporti con gli amici, la relazione con la sua città, Cagliari, l’incontro con l’altra protagonista del romanzo.

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Parole che oltrepassano i muri

di Angela Giannitrapani

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Angela Giannitrapani (al centro) con: da sinistra, Vittoria Longoni, Filomena Rosiello, Maria Alice Tagliavini, Martina De Santis, Laura Viganò, Francesca Amoni, Ornella Bonventre, Irene Quartana, Pasqualina Gullo, Anna Mazza. Lo scatto è di Giancarlo Viganò

La kermesse letteraria e culturale milanese BookCity 2015 si è da poco conclusa. La città si è animata di centinaia di eventi e ha visto fiumi di persone fluire da un sito all’altro, da un incontro all’altro. Lettori accaniti e meno accaniti hanno riempito le sale e vivacizzato il Castello Sforzesco. Si dice che non si legge abbastanza. Sarà vero? Eppure, durante questi eventi c’è partecipazione, curiosità, contiguità tra pubblico, di età anche avanzata, e le occasioni di riflessione, i confronti con i temi caldi, le questioni di coscienza e, anche, la lettura. Non è una fiera del libro, è una festa in cui letture e curiosità vanno sotto braccio.

Nelle scorse edizioni mi sono felicemente persa anch’io nelle strade e nelle sale decorate, seguendo i fili dei miei interessi e, benché non mancassero banchetti con libri da vendere, la voglia di comunicazione e confronto era prevalente a qualsiasi altra pressione meramente commerciale.

Quest’anno ho dovuto rinunciare a vagabondare come avrei voluto perché sono stata impegnata a preparare, insieme alle mie compagne di gruppo, uno degli eventi di BookCity. La Casa delle Donne di Milano infatti ha partecipato, per la seconda volta nei suoi due anni di vita, alla festa letteraria. Il gruppo Libr@rsi, che ne è parte, ha organizzato una lettura, curando e scegliendo brani da libri, in maggioranza romanzi. Il titolo dell’incontro è stato “Donne tra due mondi. SconfinamentiOltre i confini, le vite e le parole per dirle di scrittrici africane e mediorientali”.

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Calixthe Beyala, autrice di “Come cucinarsi il marito all’africana”, romanzo nel quale la protagonista Aissatou per conquistare il vicino di casa Bolobolo «deve sfoderare tutte le sue arti e armi segrete, le pozioni magiche e i misteriosi “mix” afrodisiaci, trasmessi a lei da sua madre». Fonte: http://www.shikamana.org/

In tempi di barriere, divieti e confini si assiste sempre più all’impatto di una marea umana che li oltrepassa e li travolge, dimostrando che non esistono recinzioni solide a sufficienza contro la fame, la violenza e i sogni. Le donne, poi, da sempre murate, confinate, ristrette in ambiti fisici e spirituali, ne hanno sperimentato la sofferenza. Hanno attraversato deserti e montagne con le loro famiglie profughe e hanno sempre tentato di creare di nuovo famiglia oltre lo sconfinamento. Spesso hanno migrato, senza neanche muoversi, da una cultura all’altra, da una appartenenza all’altra. Quale sarà stato il prezzo di un tale attraversamento? Cosa avrà voluto dire per loro oscillare tra territori diversi? Questo ci siamo chieste nella Casa delle Donne. E abbiamo tentato di trovare le risposte nei libri di scrittrici che provengono da terre straziate dalle guerre e dalle sopraffazioni, costrette a patirle senza muoversi o fuggendo; oppure ancora costrette a lasciare la propria terra e la propria cultura. Tra tante, ne abbiamo scelte otto nell’area africana e mediorientale. Ma abbiamo scoperto che ognuna va oltre confine a modo proprio; spesso in modo imprevedibile e, a volte, senza rinunciare al sorriso e all’ironia.

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Fuori dalla finestra Milano, dentro “un disperato bisogno di debolezza”

di Francesca Duranti*

Milano, autunno 1989

Il settimo racconto è autobiografico e non ha titolo. Potrebbe anche essere scritto in corsivo.

La vicenda comincia nel punto dove ho terminato l’ultima stesura della Carezza di Dio e ho dato alla macchina l’ordine di stampare.

Sono uscita sul terrazzo e mi sono seduta su una poltrona a sdraio posta a metà strada tra il crepitio della stampante, proveniente dallo studio, e il canto dei merli, che saliva dal terrazzo della signora Imposimato. Cullata dall’effetto stereofonico ho ripensato alle notti invernali sul treno della Cisa, agli arrivi alla Stazione Garibaldi deserta, all’attesa del taxi, alla consolazione di arrivare finalmente nella soffitta di Mina.

Mina è toscana come me ed è stata mia compagna all’università: è stata, per meglio dire, la mia unica compagna di università. Io, già da matricola, ero sposata con Carlo e aspettavo Nicola. Il bambino è nato in agosto, a metà strada tra Diritto Romano e Istituzioni di Diritto Romano. In seguito avevo un bambino piccolo e poco tempo da perdere. Così non frequentavo molto le lezioni e meno che mai partecipavo agli impercettibili movimenti studenteschi o alla intensa vita goliardica di quegli anni. Ero un’estranea che andava a dare gli esami in un posto dove tutti mi erano estranei e tutti si conoscevano tra di loro.

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«Da quando hanno assassinato Leone, la città illuminata è degli altri»

di Angela Giannitrapani

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Natalia Ginzburg, giovanissima, con il marito Leone. L’immagine è tratta da http://lanostrastoria.corriere.it/2009/05/08/carlo_ginzburg_mio_padre_leone/

MEMORIA

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibi e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto,
solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe erano quelle di sempre. E le mani eran quelle
che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso per l’ultima volta.
Se cammini per strada nessuno ti è accanto,
se hai paura nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra,
e guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c’era la sua voce serena;
allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.
ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre;
e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

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Natalia Levi Ginzburg (Palermo 1916 – Roma 1991) «La sua vita ha attraversato eventi storici difficili, pesantissime tragedie personali. Cresce a Torino in un ambiente intellettuale e antifascista: continui controlli della polizia, la prigione che tocca diversi membri della sua famiglia, tra cui il padre e alcuni dei fratelli. Sono anni che sintetizzerà bene, in seguito, nel suo “Lessico famigliare” (1963)», Laura Balbo da http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/natalia-levi-ginzburg/

***

La poesia è stata scritta da Natalia Ginzburg qualche mese dopo la morte del marito Leone, avvenuta il 5 febbraio 1944 a Regina Coeli, in seguito alle torture alle quali fu sottoposto dai nazi-fascisti. Fu pubblicata nel dicembre del 1944 su un numero speciale della rivista Mercurio.

Qui di seguito una lettera:

Caro Adriano,

Ti scrivo da Roma. I bambini sono con i miei genitori, a Firenze, da quando è stato assassinato Leone.

Tu, conoscendo a fondo noi e il legame che ci univa, puoi capire il senso di vuoto che provo. Vedo che, attorno a me, gli uomini continuano a vivere, comprano giornali e si procurano di che mangiare. Io sono rimasta lì, vicino al suo corpo freddo, che non mi avrebbe più dato calore, che non mi avrebbe più guardata.

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Grazia Livi e la “scabrosa libertà”

di Grazia Livi

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Grazia Livi (Firenze, 1930 – Milano, 18 gennaio 2015)

Questo è il testo di una intervista alla scrittrice Grazia Livi, pubblicata sul n. 22 del giugno 1994 di “Lapis”, rivista fondata e diretta da Lea Melandri.

Grazia Livi è morta domenica 18 gennaio a Milano. Non mi dilungo a scrivere di lei, qui, perché altri più autorevoli di me lo stanno facendo sulla stampa e altrove.

Posso solo dire di averla conosciuta personalmente, in questi suoi ultimi anni di vita e averne colto, oltre la scrittura, la levità del vivere e la profondità del sentire, misti a una dolcezza e garbo nelle relazioni con gli altri, che non so se furono da sempre sue o acquistate con una canuta e saggia vecchiaia.

(Angela Giannitrani)

Giornalista. Ancora oggi, se pronunzio questa parola e la riferisco a me, provo un senso di malessere, quasi dicessi qualcosa di bizzarro e di incongruo, come “acrobata” o “venditrice di accendini”. Eppure, per vari anni, fra il ’57 e il ’70, quando l’area dell’informazione non era ancora stata invasa dalla TV, sono stata giornalista per un grande settimanale a rotocalco. Avevo un contratto di collaborazione con esclusiva di firma; ero una specie di inviata. Inchieste, interviste. Il mio territorio era genericamente culturale. D’un tratto, io ragazza fiorentina borghese, educata studiosamente e moralisticamente, firmavo disinvolta articoli col mio nome e cognome. Che fossi impaurita non si vedeva: il nome appariva in lettere grandi, in neretto. Firmavo e viaggiavo. Incontravo artisti. Portavo a termine incarichi, in Italia e all’estero. C’era di che inebriarsi un poco. Cosa facevano, nello stesso periodo, le ragazze del mio ambiente? Finito il liceo e l’università, sposavano un professionista, mettevano su una famiglia regolare. Io, invece, spinta dall’energia, dalla curiosità, dal bisogno di conoscere, da un’informe ansia di attuazione, mi ero allontanata da quelle regole. In verità, come scrissi molti anni dopo, cercavo di sottrarre “la mia identità all’informe destino femmineo”. Sì, questo era il punto. Da sola, senza essere cosciente di nulla, priva di una ideologia che mi sostenesse, andavo verso la mia emancipazione, così, per l’impulso ad allargarmi, per l’impossibilità di credere in quei modelli femminili, statici e inespressi, che mi toglievano la voglia di vivere. Il giornalismo fu, nei primi tempi, più delizia che croce. Intanto avevo un committente che mi convocava, e percepivo uno stipendio. Entravo nella stanza del direttore con una mascherina vivace e tiravo fuori un foglietto con una lista di proposte, c’erano a volte degli assensi subitanei. In segreteria veniva prenotato per me l’albergo e il treno. Sperimentavo così un rapporto di dare e avere che a me pareva fondato sull’equità e sull’oggettività e che mi lusingava perché era lo stesso che legava gli uomini fra di loro, sul terreno della professione. In secondo luogo imparavo un mestiere, sfruttando un dono per lo scrivere che giaceva nella mia oscurità e obbedendo a una mia acerba esigenza: che le parole mettessero ordine, conferissero un significato, una lucidità, una ragione.

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«Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita?»

di Sibilla Aleramo*

Sibilla Aleramo (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960)

Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole, quasi, di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare!

E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana. Continua a leggere

Joyce Carol Oates: «Scrivere è re-inventare, re-immaginare, ricostruire un universo»

Joyce Carol Oates è nata a Lockport, negli Stati Uniti, nel 1938

di Maria Elena Sini

Un mio professore di inglese sostiene che non esistono donne scrittrici all’altezza dei più grandi nomi della letteratura di sesso maschile: non è una differenza genetica che ha determinato l’assenza di Tolstoj o Hemingway donne ma a suo parere motivi storici, che hanno consentito l’accesso all’istruzione per le donne solo più tardi rispetto agli uomini, e ragioni culturali, che per molti anni hanno reso la vita delle donne povera di esperienze significative impedendo la formazione di quel substrato che alimenta la creazione letteraria. Tuttavia nella sua misoginia letteraria il professore in questione ha citato Joyce Carol Oates tra le poche donne capaci di fare letteratura ad alto livello e questo ha suscitato la mia curiosità e ho iniziato a leggere i suoi libri che non sono stati una delusione ma una continua piacevole scoperta.

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Women’s Fiction Festival: scrittrici in cerca di editore tra i sassi di Matera

La curatrice Elizabeth Jennings: “E’ un evento unico nel suo genere in Italia, sulla falsariga di quelli che spopolano negli Usa, dove si impara a confezionare libri per il pubblico”

MATERA – Corsi e workshop per imparare il self-publishing e l’arte dell’ebook, con una nuova sigla editoriale digitale al femminile Continua a leggere