Natalia Aspesi, regina di cuori

di Fabrizio Ravelli

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Natalia Aspesi (foto di Laila Pozzo)

Lei che ha conosciuto la povertà, la cronaca nera, i fasti della moda, la guerra, il cammino delle donne, il declinante cattivo gusto, l’arte e la letteratura, i tormenti del cuore di una sterminata platea. E che pure ha il vezzo, lei strepitosa giornalista, di dichiararsi ignorante, smemorata, una che vive alla giornata. In casa, fra librerie colorate, le due scrivanie (una per leggere e una per lavorare) e il bellissimo terrazzo, mostra una sua foto da bambina. «Ero una bambina biondissima, con la frangetta, pettinata come adesso. Quasi bianca di capelli. Che ha avuto una prima infanzia bruttissima, perché a un certo momento ho avuto la pertosse, per cui non camminavo più. Ho avuto un’infanzia senza padre, perché mio papà è morto che io ero molto piccola, e prima era malato quindi non me lo ricordo. Con una mia sorella e la mia mamma, che era una maestra elementare qui a Milano, in periodo fascista. E lei era una delle rare maestre antifasciste, come tutta la sua famiglia. Quindi noi eravamo delle piccole italiane, come tutte, ma magari con una scarpa nera e una marrone, oppure con la gonna sbagliata».

Apposta, immagino.

«Di sicuro. Ci mettevano sempre in ultima fila, perché davamo fastidio. Siamo cresciute molto poveramente. Vivevamo del suo stipendio di maestra, che poi era appunto mille lire al mese: era stato decurtato. Io ho comprato quel quadro che vedi, La vera alla patria, perché la mia mamma, poveretta, era stata costretta a dare la sua vera. Lei Mussolini lo chiamava quel schifùs, anche perché l’aveva costretta. Ma mentre le sue amiche ricche si erano rifatte la vera di ferro esternamente, e d’oro all’interno, lei aveva quella di ferro che le avevano dato, e aveva sempre il dito nero. Era disperata, io ho i miei ricordi d’infanzia di questa mamma che era sempre incavolata contro Mussolini, e con gli zii che erano tutti antifascisti, però nessuno fece qualche azione perché erano tutti vigliacchissimi».

E che bambina eri?

«Non me lo ricordo. Credo una bambina qualsiasi, forse molto timida. Poi ero bruttina, quindi quando si giocava al dottore venivo poco visitata, e mi incazzavo moltissimo. Ma ti dirò, non ho ricordi. È strano, ma io ho sempre vissuto alla giornata. Se mi chiedi anche del lavoro, io mi trovo degli articoli che dico: “Ma l’ho scritto io?”. Non mi ricordo neanche di esser stata in quel posto, di aver parlato con quelle persone. Ho sempre cancellato. Cancello tutto, e vivo alla giornata. Questo l’ho fatto sempre. È un mio modo inconscio, non programmato, di vivere. Anche col mio compagno, l’Antonio, siamo insieme credo da 37 anni. Lui mi dice: “Ti ricordi quella volta?”. Io faccio finta di ricordarmi».

Tu hai cominciato a lavorare prima di far la giornalista.

«Io ho cominciato a lavorare verso i diciotto anni. Siccome non avevamo soldi, io non ho fatto il liceo. Sono andata al liceo artistico delle suore Orsoline, perché durava quattro anni anziché cinque. Finito quello, la mia mamma pensava di farmi fare la professoressa di disegno. Andai a fare una supplenza e ci resistetti due giorni perché i ragazzini io li detestavo. Per cui ho detto: “No, mamma, qualunque altra cosa”. E allora sono andata via dall’Italia, in Svizzera e poi in Inghilterra a far la cameriera. Avevo vent’anni, ormai. In Svizzera, a Losanna, e in Inghilterra facevo la au pair. Avevo due bambini e facevo anche i mestieri, non lontano da Londra, sul mare».

E poi hai fatto l’impiegata, no?

«Sono stata sei mesi qua e sei mesi là e, quando sono tornata, sapevo un pochino le lingue, così sono entrata in un ufficio di una ditta che vendeva macchine per fare il formaggio, a fare la corrispondente in lingua straniera. Però prima ancora, me lo dimenticavo, ero andata a disegnare tessuti da questa Rosa Scalini che era una molto brava. Poi un mio vecchio ex fidanzato che lavorava alla Notte, di cognome faceva Panin, ma il nome non me lo ricordo, mi ha detto: “Ma tu che scrivevi così delle belle lettere, perché non provi a collaborare?”. Allora mi sono presentata a questo ragionier Chiappe, che si occupava del personale, e mi ha detto: “Guardi che lei non sarà mai assunta”. Ho lasciato il formaggio, perché avrei dovuto andare in Germania, ho cominciato a fare questa cosa e mi sono accorta che mi piaceva molto. Il primo pezzo che ho fatto è stata una storia delle api, non so perché. Il secondo, mi hanno mandato a Bellagio a una mostra di cani, e lì ho capito che mi piaceva pazzamente guardare, parlare, e poi scrivere. Ero collaboratrice di un tale Brambilla, capocronista. Facevo anche il giro degli alberghi, per scrivere quali celebrità arrivavano e partivano».

Donne non ce n’erano.

«No, alla Notte no e neanche al Giorno quando poi ci sono entrata. E ci sono entrata perché l’Adele Cambria, che era la star di allora, fu l’unica a licenziarsi perché avevano licenziato il direttore Baldacci. Tutti i maschi, quieti. Lei, per solidarietà col direttore, se ne andò. E restò questo buco, che ci voleva la femmina per far vedere che il Giorno era meglio del Corriere della Sera, più moderno. Il Corriere neanche immaginava o ipotizzava che una donna potesse fare la giornalista lì. Così sono entrata al Giorno, con il nuovo direttore Italo Pietra. Ma sempre per vie basse, di poveri: una mia amica faceva la segretaria. Siccome non trovavano nessuna disposta ad andare lì – lo chiesero anche alla Fallaci che gli fece una pernacchia – la mia amica fece vedere un articolo che avevo scritto, mi pare al festival di Sanremo, forse un’intervista a Celentano, non so, e mi assunsero come impiegata. Però facevo la giornalista. Così, sette mesi dopo, siccome dicevano che avevo un bel sedere, ma questa era solo una voce che circolava, non mi vollero in redazione. Perché ero un turbamento: lì c’erano ancora i giornalisti con l’impermeabile come Humphrey Bogart. E allora mi fecero inviata, e non misi mai piede in redazione. Fui fortunatissima, avevo la proibizione di entrare in redazione. Mai fatto un giorno di redazione in nessun giornale».

E hai scoperto che ti piaceva fare la cronista, guardare, parlare con la gente. M’è capitato di lavorare con te, e ho visto che tu sei una che riempie il taccuino.

«Sì, anche se poi non lo so leggere. Agli inizi, al Giorno, ho fatto moltissima cronaca nera. Andavo dalle mogli degli assassini, o presunti tali. Allora si faceva seriamente: partivo con la macchina, l’autista, io e il fotografo, roba da sciuri. E quindi anche il fotografo mi aiutava. Poi la mia fortuna è stata che cominciavano un po’ i problemi sociali, si cominciava a parlar di ospedali, di aborti, mi ricordo che avevo fatto una serie sulle maestre di montagna. Tutti temi che i veri giornalisti non volevano fare, perché tutto ciò che riguardava le donne era basso. Così lo facevo io. A poco a poco sono diventati grandi temi, l’aborto, per esempio, o il lavoro delle donne. Anche se la prima e vera passione è stata la cronaca nera. Io ero bravissima a piangere con la mamma, con la moglie, tenevo la mano e spargevo lacrime».

E non erano poi lacrime finte, magari.

«Un po’ mi commuoveva l’innocenza. La mamma che diceva: “Mio figlio, si immagini”. E invece aveva appena squartato due o tre persone. Mi ricordo, andai nella casa di questo padre sindacalista di sinistra, il cui figlio terrorista rosso aveva ammazzato qualcuno, e questo padre attonito non ci poteva credere. Io facevo queste cose qui. E partendo dal fatto che ero, e sono ancora, timidissima, mentre andavo da questi qua pensavo: “Speriamo che si rompa la macchina, o che io vomiti e mi senta male, o all’autista gli venga l’infarto”. Poi arrivavo e mi scoppiava il desiderio di sapere, e allora la mia timidezza finiva».

Ma non è invece utile la timidezza per stare a sentire la gente?

«Sì, di sicuro mi è stata utile, perché riuscivo a mettermi nei loro panni. Certo, cercavo di portar via delle notizie. Ma partecipavo davvero all’innocenza, allo stupore, o al dolore di queste persone. E poi prendevo anche delle cantonate tremende. Mi ricordo che mi avevano mandato a intervistare una signora che era sospettata di aver ucciso il marito. Mi trovai davanti a questa specie di adolescente, con delle manine così, delicate, un fiore proprio. E feci un’intervista a questa donna. Insomma, venne poi fuori che non solo aveva ammazzato il marito, ma l’aveva segato in numerosi pezzi e messo in valigia. Trovarono questa valigia ripiena del cadavere, ed era stata lei. Io invece avevo fatto un grande pezzo: ‘Questo fiore di donna, giovane e innamorata, disperata’. E solo dopo avevo pensato: “Come avrà fatto, con quella manine?”».

E in quei tempi eri l’unica donna in un quotidiano.

«Nei quotidiani non ce n’erano. Io sono stata la seconda, dopo la Cambria, al Giorno. Subito dopo da noi sono venute la Donata Righetti, la Maria Pezzi. Il Corriere ha tardato, solo qualche anno dopo è arrivata la Giulia Borgese».

Ce n’erano nei settimanali, per dire la Cederna e la Fallaci.

«Sì, e non solo loro. Ce n’erano anche altre molto brave».

E da chi pensi di aver imparato?

«Dalla Camilla Cederna: non solo ho imparato, ma lei mi ha insegnato. Due maestre ho avuto. Una Camilla, che era una donna di una generosità pazzesca. Mi diceva: “Guarda, tu magari quella parola lì non la ripeti, la prossima volta”. Io ascoltavo, perché poi tutto ciò avveniva con gentilezza e garbo, e imparavo a memoria i suoi pezzi. E talmente imparavo a memoria, che poi mi obbligavo a non dire le cose che mi venivano in mente. Mi aveva colpito che lei usava l’espressione nel ramo, e quindi mi sforzavo di trovare un altro modo per dirlo. L’altra maestra, che è venuta dopo, – era una mia coetanea mentre Camilla aveva qualche anno più di me – è stata Lietta Tornabuoni. Mi ha insegnato che non si poteva scrivere quel che si voleva, come facevo io. Che ogni parola andava controllata, che ogni nome doveva essere verificato. Lei mi ha insegnato la precisione, e l’amore per le parole. Mi ha insegnato che non dovevi scrivere ‘la punta dell’iceberg’, ma dovevi trovare qualcos’altro. E quando questa cosa l’ho afferrata, poi era un vero piacere scegliere le parole».

Grande giornalista, la Tornabuoni.

«Secondo me Lietta è stata grandissima, e non abbastanza apprezzata, anche per sua colpa, per il suo orgoglio incredibile. Eravamo sorelle. E io le dicevo: “Guarda che questi stronzi ti trattano male, telefona, protesta”. Si faceva pagare pochissimo. Per orgoglio, per aristocrazia. Ed era una che si dedicava agli altri: a sua madre, al fratello pittore, a Oreste Del Buono che la moglie aveva cacciato di casa. Alla fine, quando è stata sola, non ha avuto più voglia di vivere».

Come hai cominciato a occuparti di moda?

«Sono stata io a impormi, a Repubblica. A dire alla redazione – e stava cominciando il prêt-à-porter, le prime sfilate a Milano – che era una faccenda interessante. Ci han pensato su tanto, perché gli sembrava una cosa volgare, la moda. Dopo di che mi hanno detto: “Fai”. E lì mi sono divertita moltissimo, perché ho capito che allora, oggi non più, la moda era una fonte di creatività, di personaggi e di vita fantastica. Di quei personaggi Giorgio Armani è stato uno dei primi. C’erano già i romani che andavano a sfilare a Firenze. E poi la Krizia a Milano. Ma è stato con Armani che il prêt-à-porter poteva diventare importante, alla portata di tutti. Gli altri sono venuti dopo. Anche Valentino, che faceva l’alta moda, ha poi fatto il prêt-à-porter. Mi ricordo le prime sfilate di Armani, tutte di pantaloni e camicie uguali ma di colore diverso. I giornalisti italiani l’avevano snobbato, e l’America l’ha scoperto. Prima di lui, i grandi sarti facevano sfilate precluse anche ai giornalisti, non vedevi nemmeno le fotografie. L’anno dopo, le sartine potevano copiare certi modelli. Improvvisamente, la moda era diventata pronta a essere indossata, e mostrata, e pubblicata in fotografia, e pubblicizzata: lì iniziò anche la pubblicità, che poi è stata quella che ha impedito di parlare di moda, perché devi solo dire che tutto è meraviglioso. E infatti io ho smesso la prima volta che una tizia, non so che cosa avessi scritto, mi ha detto: “Tolgo la pubblicità al tuo giornale”. Basta, fine, ho deciso di non farla più».

E di guerra ti sei mai occupata?

«Sono stata in Vietnam nell’ultimo mese di guerra. Mi ricordo, non sapevo neanche cosa fosse e dove fosse. E il giornale, non so per quale bizzarria, decide di mandarmi. Non ho avuto neanche il tempo di leggere qualcosa, ero frivola. E lì, appena arrivata ho incontrato la Fallaci, che mi ha fatto una scenata: “Dov’è il fiume tale?”. “Boh”, dico io. E lei: “Ecco chi mandano a fare queste cose importanti!”. “Sì – dico io – hai proprio ragione”. A parte che avevo appena conosciuto l’Antonio, per cui era stata una disperazione abbandonarci. Così sono stata lì un mese, l’ultimo mese, a Saigon. E le cose di guerra non si raccontavano, a parte qualcuno che poi è morto. Noi stavamo chiusi in albergo, ci veniva a prendere il settore americano, ci portavano e ci dicevano cosa stava succedendo. Poi ci veniva a prendere il settore vietcong, altro giro, mi ricordo ancora un capo che mi ha regalato una borsa. E allora decidevo che volevo vedere qualcosa davvero. Prendevo un taxi: “Mi porti al fronte!”. Andavamo in un villaggio, e non succedeva niente: c’era il mercato, la gente in giro. Poi tornavo indietro, e mi dicevano che quel paese non c’era più. E si passava il pomeriggio in piscina. Altra cosa che non ho fatto, perché mi faceva orrore: c’erano giornalisti che andavano nei mercati, a comprare le cose che la gente abbandonava e vendeva per poco. L’unica cosa che ho fatto, l’ultima settimana, è andare tutti i giorni a prenotare l’aereo per il ritorno: non avevo nessuna voglia di restare lì coi vietcong, magari due anni. L’ultimo volo Air France l’ho preso e sono tornata».

Da molti anni tieni una seguitissima Posta del cuore sul Venerdì di Repubblica.

«Sì, e mi piace ancora tantissimo. E devo dire che, dopo tanti anni di giornalismo, dandomi delle arie, nessuno sapeva chi ero. Adesso mi riconoscono, perfino a Londra, e non so come mai. Vado in paesini di due case, nel Salento, e c’è qualcuno che mi ferma. E a parte questo, una cosa di cui sono orgogliosa è vedere questa montagna di lettere scritte benissimo. I colleghi mi dicono che le riscrivo. No, io casomai le accorcio ma non tocco una parola. E mi citano magari delle robe di cultura che io non so cosa siano, ma vado a vedere sull’internet. Di questa rubrica, e del rapporto con i lettori sono proprio orgogliosa. Pensa che la Mondadori sta per pubblicare un libro di un architetto di Bologna, che mi aveva scritto una lettera, e poi ha continuato con lettere finte, cioè di cose vere ma vissute da amici e conoscenti. Io certe lettere palesemente finte le cestinavo, tipo quello che scrive: ‘Ho visto la mamma sotto la doccia e l’ho scopata’. Ma succede che qualche lettera, che riconosco come finta, la pubblico lo stesso perché racconta una cosa del tutto verosimile e autentica».

Alla fine, si tratta sempre della stessa cosa: dar retta alla gente, stare ad ascoltare.

«Mi ricordo che quando l’ho cominciata qualche collega mi diceva: “Ma come, fai una cosa simile?”. E io: “Scusa, ma tu se sei becco sei contento, o vorresti che qualcuno ti desse una mano?”. Rubriche così ce n’erano sui femminili, però sempre moraliste. Io cerco di non esserlo. E impiego molto tempo. Adesso, per esempio, arrivano molte lettere di uomini traditi, che raccontano la loro sofferenza di uomini traditi. Stupidamente si pensa che siano solo le donne a soffrire, ma non è così».

Negli anni, hai visto i mutamenti delle donne, degli uomini, delle famiglie.

«Diciamo che il mutamento più grosso da parte degli uomini è stato nella difficoltà, nell’incapacità di accettare la libertà delle donne: di piantarli, oppure di voler lavorare. Ho ricevuto molte lettere di uomini incattiviti contro il genere femminile. Adesso c’è questa scoperta del dolore degli uomini, non più espresso con l’odio verso le donne, o il desiderio di vendetta, ma quasi con comprensione di quello che è successo e di presa di responsabilità».

E le donne?

«Le donne hanno un desiderio di libertà fortissimo. Di liberarsi, oltre che dalla famiglia, anche dall’amore. Mica tutte, ovvio. Ma c’è una voglia di essere se stesse, di smettere di essere la moglie di, la compagna di, adattandosi a tante cose. Ci sono più cinquantenni e oltre, piantate o vedove, che scoprono come la condizione di donne sole sia piacevole. E ci sono quelle che vogliono ancora un uomo. E lì, devo rispondere ogni volta che a cinquant’anni sì, può capitare, ma insomma ci vuol molta pazienza».

C’è qualcosa nel tuo mestiere che avresti voluto fare e non hai fatto?

«Mah, forse avrei voluto essere più brava nelle interviste. Io leggo – sui giornali inglesi o americani, non su quelli italiani – un approccio molto ampio nelle interviste, che io per esempio non ho. Ho dei limiti. Però del lavoro che ho fatto sono soddisfatta perché è quello che io potevo fare. Io ho dei grandissimi limiti, innanzitutto di cultura perché non ho studiato, poi di interesse. A me certe cose non mi interessano minimamente. Io voglio fare solo le cose che mi interessano. E sui giornali italiani escono tante sciocchezze. Ma guardate quelli stranieri. Per esempio l’Herald Tribune, giornale serissimo: l’altro giorno c’era un pezzo sugli ultimi butteri della Maremma. Bellissimo. Poi io leggo i pezzi sulle mostre italiane sull’Herald Tribune, perché noi non li facciamo. È che non si fa più questo mestiere. L’ideale è il sondaggio. C’è il sondaggio che dice che gli uomini portano lo slip? Facciamo un pezzo. Oppure l’anniversario. Però devo dire che io i giornali li leggo pochissimo, quasi niente. Basta che uno dica uno stronzata, e gli fanno un’intervista. Ma perché io devo leggere cosa pensa Stracquadanio?».

Natalia Aspesi

Nata a Milano in una famiglia antifascista, Natalia Aspesi ha cominciato a fare la giornalista a trent’anni, prima alla Notte, poi al Giorno, come inviata. Arrivata a Repubblica come critica cinematografica, si è occupata anche di moda e costume. Dai primi anni Novanta sul settimanale Il Venerdì di Repubblica cura la rubrica “Questioni di cuore”, da cui ha tratto l’omonimo libro “Questioni di cuore. Amori e sentimenti degli italiani all’ombra del Duemila (Tea, 1995). Negli anni Ottanta per Rizzoli ha pubblicato “Lui! Visto da Lei”. Nel 2007 è stata protagonista del documentario “Natalia Aspesi. Giornalista per caso di Mietta Albertini”.

Questo articolo è stato pubblicato E – Il mensile di Emergency diretto da Gianni Mura. 

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