Strade parallele (la prima volta in Sicilia e un magico bambino)

Miriana Ronchetti bambina con il padre

Miriana Ronchetti bambina con il padre

racconto di Miriana Ronchetti

“C’è in me una giovinetta che si rifiuta di sparire”
ha detto la scrittrice danese Tove Ditlevsen.

Tutt’oggi non comprendo come possa avere, per così tanto tempo, sepolto quello che in questo attimo è un film che scorre davanti ai miei occhi, ricco di tutti i minimi dettagli, tracciati come in una sceneggiatura, catturati nell’archivio della memoria.
Sono qui con i miei pensieri che mi portano in giro per il mondo e dentro me stessa, mentre cerco le tracce di quel primo incontro.
Per anni mi era stato promesso, come premio per la mia bravura di bimba, un viaggio in Sicilia, la terra di mia madre. Quando avevo poco più di due anni, la mamma si ammalò di una strana malattia che la costrinse nel letto per molto tempo. Raramente poteva alzarsi e, nei miei ragionamenti di bambina, credevo fosse una cosa del tutto naturale. Non amavo giocare con gli altri bambini; mi piaceva inventare un mondo diverso e colorarlo a mio piacere, inserendovi i personaggi della mia immaginazione. Questo mi permetteva di stare sempre accanto a lei. La toccavo sempre , quasi fosse una reliquia; le accarezzavo le mani, gli occhi, la fronte , i bei capelli lunghi e ondulati; le ripetevo in continuazione: “ti voglio bene” e lei a volte era felice, altre volte si innervosiva.
Ascoltavo sempre attentamente le sue parole e mentre parlava, la mia fantasia si armava di bagagli e iniziava a spaziare nelle mie strade, che avevo costruito gelosamente, dando fisionomia a tutti coloro che incontravo, dei quali mia madre mi parlava; nonni, parenti, amici, cugini, tanti cugini… ma quanti cugini… la balia della sua infanzia, le comari, e donna Ciccina, e donna Carmela, e Comare Nuzza e Totò Calasanzio; tutti parevano usciti da un racconto di un grande scrittore. Ma,io avrei voluto vederli… per davvero.
Il viaggio finalmente… la strada.
Un giorno mio padre diede l’annuncio: “…ai primi di agosto partiamo, in auto con Perlasca e sua moglie. Dovremo solo arrivare a Padova dove loro ci attendono”. Il viaggio più lungo della mia infanzia attraverso un’Italia mai percorsa, mai vista, solo immaginata. Finalmente l’alba cominciava lentamente a svegliare il mondo con i suoi colori velati e quelle, che poco prima erano solo ombre gigantesche che si scagliavano contro il cielo nero della notte, ora, ai miei occhi, prendevano nitidamente forma rendendosi grazia nella loro maestosità.
Le alte montagne vegliavano sul mio viaggio come silenziosi angeli custodi aggrappati alle nuvole. Con una bella macchina di un amico di mio padre, (litigavano sempre per idee politiche molto diverse in quanto papà era un socialista convinto e l’altro, fascista) lo “zio Giò”. Compii il mio primo viaggio verso la Sicilia all’età di sei anni. Ci ero già stata in Sicilia con la mamma, ma avevo solo un anno e i ricordi sono coperti da troppe voci e immagini sovrapposte . Eppure rimasi nell’isola per ben due anni con lei, fino alla sua guarigione. Ma quei due anni dove sono andati a finire… persi nella memoria? Su quelle stradine strette, assolate, profumate di pane fresco, pomodori e basilico, dove tanti piccoli bambini vagano alla ricerca del loro “tempo perduto”.
Per quanto mi riguardava, non avevo chiuso occhio tutta la notte, ma incredibilmente la luce sembrava fosse stata per me rigenerante. Firenze, Roma, Napoli, vallo di Lucania, Battipaglia; nulla vidi di quei luoghi perché nel viaggio mi salì una febbre altissima che svanì soltanto dopo il mio arrivo sull’isola. Ricordo solo il rumore del treno che saliva sul ferry boat e poi un’immagine… la Madonnina di Messina. Mi scendevano delle lacrime. Mai un viaggio fu così emozionante.
Non mi sentivo affatto stanca. Le mie membra al posto di essere intorpidite, come avrebbero, a ragione, dovuto essere, vibravano di una carica di energia solleticante, al punto che sarei volentieri scesa per proseguire camminando l’ultimo tratto di strada.
Ricordo perfettamente tutte le sensazioni, che percorrevano il mio corpo: eppure sono passati… mille anni. Schiacciata contro il finestrino di quell’auto straripante di gente e bagagli, mi addormentai e subito ecco il sogno divenire realtà: la terra, le strade polverose e qualche albero di fico d’india. Persa nelle sensazioni e nelle parole bagnate di gioia della mamma che continuava a ripetere: “la mia Sicilia… la mia Sicilia…”.
Incrocio lo sguardo di un uomo con camicia bianca e una coppola sulla testa, grandi baffi bianchi e due occhi azzurri come il cielo; non appena mi vede fissarlo, subito con la mano fa cenno che ci saremmo visti più tardi. Ma i suoi occhi sono tristi, molto tristi e così quando il motore si mette in moto gli mando un bacio che lui acchiappa al volo con la mano. Ora penso di non aver notato che piangesse solo perché forse era molto felice di vederci. Non sapevo che quell’uomo era il fratello del nonno, il famosissimo zio Carmelo.
Dovevano essere più o meno le otto del mattino e il bellissimo paese , costituito da tante strade in salita ai lati delle quali sorgevano antiche case con un sacco di “riccioli”, finestre dagli infissi colorati e intervallate da piccole botteghe, da altri negozi che parevano garages stracolmi di un assortimento di prodotti infiniti, pullulava di vita. Bambini più piccoli di me erano seduti ai margini della strada vicino alle case o ai negozi in cui lavoravano i genitori e si dilettavano giocando in mezzo alla strada; le donne indaffarate portavano pesi su e giù per la via aiutate dai figlioli più grandi, mentre gli uomini seduti davanti ai loro negozi aspettavano pacificamente i loro clienti.
Provai nettamente la sensazione di essere capitata dentro a uno dei racconti di mia madre e pensai: “che brava, la mia mamma… è tutto vero !”
I segni della fatica e di una vita dura si potevano notare sui loro volti, ma gli occhi riflettevano i colori di anime rare e diverse.
Ero stanca e, si… sì immersa nei miei pensieri, ma abbastanza sveglia per rendermi conto che qualcuno mi stava insistentemente osservando; girovagando con lo sguardo notai un bambino piccolo con dei pantaloncini a righe, dall’altra parte della strada, che sembrava essere interessato soltanto a me; in piedi immobile fra la gente che andava e veniva e che nulla sembrava destarlo dal centro del suo interesse.
Eravamo distanti un centinaio di metri, ma incredibilmente vedevo i suoi occhi come fossero ad un solo passo da me; chiari e profondi, di una profondità mai vista prima nel viso di un essere umano.
Mentre mangiavo con gusto una granita di mandorla con dei biscotti speciali, diciamo poco attenta al galateo, rialzando la testa dalla mia colazione, non potei non notare, con curiosità, che il piccolo che aveva la mansione di accendi-musica, ora se ne stava proprio davanti a me, osservandomi con attenzione.
Era proprio piccoletto, più di me, non più di due o tre anni, tanto che solo la testolina sbucava dal tavolo. Incredibilmente bello, con un ciuffo di capelli chiari che gli scendeva sulla fronte.
Sembrava essere davvero molto interessato alla mia personcina; mi scrutava intensamente in viso, ogni tanto inclinando la testa e concentrandosi su di un punto preciso. Pensai che, probabilmente, non aveva avuto molte volte, nella sua giovane vita, l’occasione di incontrare bambini stranieri e provai,con dolcezza, a rivolgergli la parola.
“Ciao bambino, come ti chiami?”… non ottenni nessuna risposta, se non un intensificarsi del suo sguardo nei miei occhi.
“Io mi chiamo Maria, piacere di conoscerti.” Ancora nulla, ma il bimbo, spostandosi dalla posizione in cui era, mi venne vicino, sempre osservandomi con attenzione.
Quello sguardo durò il tempo di una vita… lo avrei riincontrato più avanti negli anni, quello sguardo. Era la sua anima che mi guardava e che mi aveva scelta.
Dopo alcuni istanti di quella che mi sembrò essere una conoscenza, per così dire, mentale, il piccolo prese a parlare con un italiano perfetto: “Lo so che tu stai cercando le mie stesse cose ma devi sapere cosa cercare se vuoi davvero trovare. È tutto davanti ai tuoi occhi, ma devi comprendere come si guarda con gli occhi dell’anima e non con quelli che hai in mezzo alla faccia.”
Poi riprese a guardarmi intensamente come se mi stesse studiando.
Ero davvero sbalordita e incredula che un bimbo così piccolo potesse dire cose tanto sagge e veritiere. Nella mia testa di bambina ero rimasta ai bambini come io ero ,che amano giocare e rotolarsi nella terra; di bambini filosofi, a dire il vero, era la prima volta che ne incontravo. Incredibile il fatto che fra i cinque, massimo sei geni di quattro anni dell’intera popolazione mondiale, uno lo avessi incontrato proprio io.
Avrei voluto dire qualcosa, ma nel momento stesso in cui mi decisi a farlo, fui fermata, dall’alzarsi delle esili braccia vicino al mio viso e dalla sensazione di quelle minuscole e morbide manine sulle mie guance, e poi sul naso e sulla fronte, così per alcuni istanti, tastando come fosse cieco tutti gli angoli del mio viso lentamente, quasi a voler assimilare con il tatto l’immagine.
Poi riprese a parlare, quasi cantilenando: “Se riuscirai a vedere le cose con i sensi che stanno sotto quelli che sei capace di usare, vedrai che la strada ti si svelerà senza inganni. Ora che sei qui, non andartene prima di capire perché ci sei venuta, anche se ti ci hanno portata… c’è un motivo. Io ti posso aiutare”.
Ero stranita da quelle parole, e avrei di sicuro continuato volentieri la conversazione, ma quel momento per ora confuso e ancora poco rivelatore, venne bruscamente interrotto dal proprietario del locale, che con fare perentorio gli ordinò qualcosa nel loro dialetto venendo velocemente verso di noi. Subito il bambino quasi come un adulto si diresse verso l’uscita, nella parte opposta della stanza, fino a sparire dietro una porta.
L’uomo arrivò al tavolo in un buffo inchino ripetuto verso mia madre: “Le chiedo scusa, signora, per il disturbo, è un bambino curioso. Continui tranquilla la sua colazione, non accadrà più.”
“No, no, non c’è problema, anzi è stato un piacere fare due chiacchiere, è un bambino molto intelligente.”
Mi guardò con aria interrogativa, e io spalancai i miei occhi stupiti e felici; poi alzando le spalle: “… si è un bambino sveglio, lo ha notato da quel luccicare intenso degli occhi, non è vero? E poi è attento a tutto, molto attento a quello che gli accade intorno. Apprenderà in fretta, e poi è un bambino speciale.”
Se prima ero rimasta sbalordita, adesso, alle parole dell’uomo, rimasi letteralmente di stucco. Mi ci volle qualche secondo per ragionare. Avevo compreso io ciò che un piccolo mi aveva detto come un saggio di ottant’anni? Qualcosa che non quadrava stava vorticosamente scompigliando i miei pensieri, ma non dissi nulla a nessuno… vidi la mia immagine di bambina mutare velocemente e catapultarsi in un corpo di donna e poi di vecchia… vidi in pochi secondi la mia vita futura, tutto concentrato come in un logaritmo matematico e rimasi catturata da quell’attimo che avrebbe determinato la mia vita. Quel bambino lo avrei rincontrato un giorno. E da lì avrei iniziato a capire cos’è l’amore.
Probabilmente la mia testa era stata messa eccessivamente alla prova, nelle ore trascorse nel viaggio, e tutti i flash avuti avevano contribuito a scompigliarla ulteriormente. Era stato tutto vero? Ma nooo, io ho sempre fantasticato, inventandomi anche i volti e le parole e i pensieri, creando figure che esistevano solo nella mia sfrenata immaginazione. La mamma mi guardava sempre sospetta e la sua tipica frase: “smettila di fissare le persone… sembri matta”,avanzava imperante sulla mia libertà, dando ancor più determinazione alla mia voglia di inventare.
Sempre ripensando alla conversazione con il piccolo, spazzolai tutto quello che avevo davanti fino all’ultima briciola, sotto l’occhio compiaciuto del proprietario del locale e immediatamente mi sentii di nuovo in forza e pronta per riprendere a cercare un posto dove inebriarmi di una nuova fantasia.
Mi alzai raccogliendo la borsetta di paglia contenente un bambi di gomma. La mamma pagò e l’uomo ci squadrò da capo a piedi. La mamma gli diede alcune tavolette di cioccolato e dei pacchetti di sigarette senza che io ne capissi il motivo.
Rimasi stupita, ma non osai chiedere. Non mi importava, pensavo solo a quel bimbo. La strada fuori era ciottolosa e nell’uscire, ma non prima di dare un altro sguardo all’interno del locale, nella speranza di vedere di nuovo il bambino, inciampai su di un gradino, sotto gli occhi di rimprovero della mamma che mi accusava sempre di camminare con la testa nel cielo. Di solito il mio angelo mi accontentava ascoltando i miei desideri. Questa volta, però, non fui ascoltata e nonostante avessi una gran voglia di continuare quella strana conversazione, del bimbo, più nessuna traccia. Promisi a me stessa di tornare a cercarlo per saperne di più e mi incamminai ancora notevolmente incerta verso la casa degli zii, avvolta dal caldo conturbante di quella bella terra.
Un arcano e nel contempo simbolico senso di novità misto a curiosità e ansia pervadeva quel luogo e un impeto sinuoso e incontenibile, si stava radicando anche dentro me.
Dopotutto, questo viaggio quanto mai inaspettato, era realmente come un ritorno a quella vita che si era come interrotta qualche anno prima; una sorta di rinascita proprio lì dove avevo lasciato le mie prime fantasie, o forse erano sogni…
Camminando a passo lento, spingevo il mio sguardo ovunque fosse in grado di arrivare, cercando particolari e vedute capaci di regalarmi altri ricordi, nella speranza di riuscire a scorgere ancora il bambino. Tuttavia, per ora, nulla tornava più alla mente, mentre cominciavo a chiedermi quale strano gioco fosse questo a cui ero chiamata a partecipare.
Ad un tratto fui catturata da uno sbilenco cartello nero piantato a lato della strada, che a grandi caratteri indicava un viottolo trasversale che pareva addentrarsi in un campo: “San Corrado fuori le mura”.
Restai per un attimo ferma a osservare cartello e stradina, stradina e cielo; poi la mamma decise di percorrere quella strada, che ci avrebbe portate ad un santuario. Iniziai ad essere stanca e mi tornarono alla mente le parole del nonno: “quando sei stanca, ricordalo sempre, è il momento in cui devi iniziare ad andare. Non ti devi mai fermare”.
Il sentiero, che a prima vista pareva condurre nel folto di un boschetto disordinato, era al contrario, ben curato e pulito da sterpaglie e accompagnato da uno steccato coperto di carrube e gelsomini rampicanti. Forse, pensai, si stava per arrivare nella casa delle fate…
Su quel pensiero mi svegliai nel caldo dell’auto che percorreva gli ultimi chilometri prima dell’arrivo. Era stato solo un sogno? Così breve? Come fare per riprendere quel filo… come il gomitolo di una lunga matassa.
Spesso ripensai a quel viaggio, al sogno, al bambino, alle sue parole, ai suoi occhi, al perché non me ne potessi staccare, quasi una fissazione. Nei momenti più difficili della vita mi veniva alla memoria quel sogno e il bambino… era vero? Era sogno?
Così rotolarono gli anni, con i giorni di paglia e di ferro, di luce e di buio e come tanti esili foglietti di carta velina, uno sopra l’altro vennero depositati centinaia, migliaia, milioni di sensazioni che tramano la consistenza del nostro esistere, del nostro sapere, della nostra volontà, delle nostre miserie di esseri umani.
Per caso, per fortuna, non saprei come, accadde che un giorno incontrai un uomo.
Non c’era un preciso motivo per cui io lo volessi incontrare e neppure riuscivo a capirne la ragione. Avevamo un appuntamento in un palazzo storico di una grande città, nell’atrio. Stavo molto male, ero intimorita e non me ne spiegavo la ragione. Lo vidi e mi avvicinai. Aveva il capo piegato sopra tanti libri… era certamente una persona di tutto rispetto, una persona importante, conosciuta; ma non era questo che mi portava a lui. C’erano molte persone, quindi aspettai che si accorgesse di me. Avrei voluto andarmene… non si sarebbe minimamente accorto… ma quando alzò lo sguardo, il tempo si fermò.
Come in un film tornai al mio antico sogno di bambina restando sopraffatta dai suoi occhi. Era tornato… era lui, il bambino del mio sogno; la sua anima si fece riconoscere e sebbene la sua forma fisica fosse cambiata, lo riconobbi.
Anche lui ebbe una sensazione ma forse troppe cose, troppi pensieri affollavano la sua mente per ricordare, o semplicemente in quel sogno c’ero io sola… ma no, impossibile, anche lui c’era… ne sono certa. Interiorizzai quell’attimo restando senza parole per lungo tempo, anche nei nostri incontri successivi. Sempre senza parole, per lungo tempo, fino a quando fui sicura che fosse proprio lui.
Il mio quadro ora era completo, appunto come in un puzzle al quale mancava un solo pezzetto. Credo di essere arrivata alla quasi comprensione della felicità che puoi scoprire percorrendo una strada, una piccola e polverosa strada che puoi trovare in qualsiasi spazio parallelo.

“La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza”, Albert Einstein

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