La felicità del presente (ultimo giorno utile per parlare di neve)

Questa digressione personale della nostra esperta di stereotipi è un saluto al freddo e al libro È come vivere ancora (che Roberta cita), in cui abbiamo raccolto i post di Mariagrazia Sinibaldi, destinataria naturale dell’ultima manciata di copie cartacee rimaste del volume edito dall’Associazione culturale Donne della realtà. Chi vuole leggerlo, può comunque scaricarlo direttamente dal blog,  scorrete la colonna di destra, cliccate sulla copertina e seguite le istruzioni per l’acquisto della versione digitale: buona lettura. E buona primavera!

di Roberta Valtorta

La Madonna, il suo bambino, un mantello di neve: creazione di Vera Omodeo Salè. La foto è stata scattata con il cellulare da Luca Bartolommei il 2 marzo 2018 in un giardino fuori Milano

Mi hanno sempre detto che per vivere appieno la vita è fondamentale imparare a esserci nel presente: se si impara a concentrarsi su ciò che si sta facendo, nel momento stesso in cui lo si sta facendo, sarà più facile preoccuparsi di meno e sentirsi più felici. Mi hanno sempre detto così, ma io non ci sono mai riuscita. La tentazione del ricordo è sempre lì, a braccetto con la paura per l’avvenire: passato e futuro costantemente insieme, a interferire sul presente. Un disastro, insomma.

Io sono sempre stata una nostalgica, ma di quelle patologiche: una settimana fa, avevo appena rivisto quella persona; un mese fa, stavo preparando le valigie per quel viaggio; giusto un anno fa, avevo appena ricevuto quella notizia. Non sono tanto sicura che sia una cosa normale, ma penso di esserci nata così: inchiodata tra i ricordi come stile di vita.

Anche mia mamma è un po’ fatta in questo modo, ma forse in maniera meno ossessiva. Dice che le metto l’angoscia quando parto con la testa sul mio elenco meccanico di date, eventi e giorni passati. Lei è più, come dire… “selettiva”. Quello che poi combina coi ricordi è particolare perché non si limita a mantenerli vivi per sé, ma li ritira fuori periodicamente così che un suo ricordo, nel giro di poco tempo, diventa un po’ il ricordo di tutti quelli che le stanno attorno. Molte cose successe prima che io nascessi, le ho sentite raccontare così tante volte da considerarle anche parte della mia vita, come quando da bambino mio fratello prosciugò l’anima a mia madre per poter mangiare un caco. Non lo aveva mai assaggiato, ma lei era sicura che non gli sarebbe piaciuto. Lui giurò che, anche nel caso in cui gli avesse fatto schifo, lo avrebbe finito ugualmente. Non lo finì e, anzi, non mandò giù neanche il primo boccone perché lo sputò subito nel piatto.

Mia mamma è estremamente comprensiva, ma che non le si tocchi il cibo! Prese il caco e glielo spiaccicò sulla testa. Ora mio fratello non mangia cachi, ma nega qualsiasi tipo di correlazione con l’evento. Quando lui nega, mia madre sorride.

Un altro ricordo che è ormai un po’ parte di me nonostante la mia assenza è la famosa nevicata del 1985. Mio fratello aveva 5 anni e oggi, a ogni nevicata, mia madre racconta di quella volta che nevicò come non mai. Lei doveva accompagnare mio fratello all’asilo per poi, come ogni giorno, dirigersi al lavoro. Non riuscì a fare né una cosa né l’altra: imbacuccò mio fratello dalla testa ai piedi ma, aprendo il portone, si rese conto che era impossibile uscire di casa. «Tuo fratello aveva la neve che gli arrivava fino al naso perché lui era alto così!». Quando le ho fatto leggere il ricordo della nevica dell’85 di Mariagrazia Sinibaldi nel suo È come vivere ancora, ha sorriso soddisfatta.

Come mia madre, ho sempre provato uno strano piacere nel lasciarmi trasportare dai ricordi. Hanno un loro inspiegabile potere e per descriverlo non trovo definizione più bella di quella data da la signora del blog: «[…] strana cosa i ricordi; belli o brutti che siano, hanno una loro strana forza, una loro terribile volontà, vivono di vita propria e se, avvicinandosi, mi afferrano in qualche modo, diventano i miei padroni. Sono loro che mi trascinano via. Io non posso che seguirli».

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