La nevicata dell’85 salvata dalla memoria (e dai traslochi)

Mariagrazia, al centro, in Olanda durante le festività natalizie

Mariagrazia, al centro, in Olanda durante le festività natalizie (foto di Francesco Cianciotta)

di Mariagrazia Sinibaldi

Il racconto che segue è stato scritto l’anno della grande nevicata, il 1985. In quel tempo vivevamo a Treviglio, facevamo i pendolari, e gli amici venivano a trovarci con lo spirito allegro di chi va in gita. Francesco e Luca stavano facendo il militare; Marco era riuscito a evitarlo. Avevo perso questo testo ma l’ho ritrovato (unico di tanti) in maniera un po’ inaspettata e lo trascrivo qui, sul computer, per non perderlo ancora, come, per via di traslochi, ho perso molte cose. Cominciamo

LA NEVICATA

La COSA ha avuto inizio domenica pomeriggio, quando Mariella e Alberto, che erano venuti a pranzo da noi, alle 5 del pomeriggio sono letteralmente fuggiti, sotto una neve leggera, fine ma insistente. Mariella che è di Bolzano e di neve se ne intende, aveva pronosticato che sarebbe aumentata… E infatti dopo neanche un’ora veniva giù che Dio la mandava; Arduino (marito) Marco (figlio) e io eravamo romanamente, scioccamente piuttosto eccitati, e allegramente siamo andati a letto.

L’indomani mattina, lunedì, ci siamo resi conto che aveva nevicato durante tutta la notte… e ancora NEVICAVA. Alle 7,30 tutti fuori casa: Arduino e io per prendere il treno delle 7,55. Marco in auto, portandosi dietro la mia macchina da cucire, aghi, fili, forbici per certi suoi lavori artistoidi. Arduino e io abbiamo preso il treno delle 7,55 per Milano e quello per tornare a Treviglio alle 17.33, arrivando a destinazione con due ore e mezzo di ritardo. NEVICAVA. Ed era tutto il giorno che andava avanti così. Sul piazzale della stazione abbiamo recuperato la macchina, spalando la neve che la copriva tutta. E siamo entrati dentro casa alle 9. Alle 9 e mezza ha telefonato Marco avvertendoci che non sarebbe tornato a dormire. Gli ho detto con tono acido che speravo di poterlo riabbracciare l’indomani sera e che oltretutto rivolevo la mia macchina da cucire, che mi era stata regalata da Mamma e alla quale tenevo in modo feroce.

Era lunedì sera e NEVICAVA da 32 ore.

Il martedì mattina NEVICAVA ancora. Io e Arduino siamo andati a Milano col treno solito delle 7,55 che però è partito alle 8,45; che, contrariamente alle sue abitudini, procedendo a 30 km all’ora, si è fermato a tutte le stazioni e che per di più, giunto a un km dalla stazione di Lambrate si è fermato. NEVICAVA e non arrivavano notizie di alcun genere sul nostro prossimo futuro. C’è stato chi pessimisticamente prevedendo il “peggio” è sceso dal treno e arrancando nella neve fresca ha cercato di raggiungere… “la civiltà”.

Guardavo, attraverso il finestrino appannato, il mondo bianco e incominciavo a sentire quel vago senso di eccitazione che prende noi romani davanti lo spettacolo della neve. “…e se scendessimo anche noi?…”, ho azzardato io.

Lo sguardo di mio marito avrebbe incenerito un bosco: “Non fare la scema!”.

Dopo un altro po’ (si parla di un’altra mezz’ora) il treno è ripartito, ed è entrato lento lento nella stazione di Lambrate, insieme al gruppo di viaggiatori che, a piedi, avevano ricercato la civiltà.

Erano le 10,30 invece delle 8,45, orario programmato. NEVICAVA…

Ma qui è arrivata un’altra sorpresa: l’altoparlante ha annunciato che il treno si sarebbe fermato lì a Lambrate e non avrebbe raggiunto la Centrale, ultima sua destinazione secondo l’orario pubblicato. Che vuoi vedere il fuggi fuggi generale? Via… via tutti giù dal treno, per raggiungere la metropolitana attraversando il piazzale ingombro di neve cittadina, fanghigliosa, scivolosa e nera come il carbone. Poi giù, sotto terra, nei sottopassaggi verso i binari. E quando, arrivati a destinazione, siamo riusciti fuori naturalmente NEVICAVA…

Avremmo dovuto prendere il treno delle 17,33 e arrivare quindi a Treviglio alle 18,15… e invece: quando ci siamo incontrati alle 17 alla stazione Garibaldi abbiamo scoperto che il treno delle 16,05 stava per partire dal binario n°18 e che se ci fossimo affrettati avremmo potuto acchiapparlo al volo! E quindi corri corri,
su e giù per le scale… lungo i sotterranei e infine al treno. NEVICAVA, anzi non aveva mai smesso tutto il giorno.
Seduti al calduccio mio marito ha attaccato la lettura dell’Espresso ed io del mio libro (studio sociologico sulla vita di corte sotto Luigi XIV), ci siamo preparati al breve viaggetto per l’arrivo a Treviglio: incoscienti!

Erano le 17,30 e NEVICAVA.

A questo punto è cominciata la girandola… è successo di tutto… e… tutto è successo!

L’altoparlante ha annunciato per quattro volte consecutive, senza peraltro che ne seguisse qualche azione concreta

– che il treno era in partenza

– che i viaggiatori per Piacenza e per Voghera se volevano partire dovevano andare alla Centrale

– che da Garibaldi non sarebbero né partiti né arrivati treni

– che il treno delle 16,05 per Cremona era pronto al binario 18

– che il medesimo treno avrebbe subìto un ritardo indefinito

– che il medesimo era in partenza dal binario 18.

NEVICAVA.

Qualcuno, me compresa, s’azzardava a scendere alla ricerca di generi di conforto e per fare telefonate del tenore: tardo un po’. A casa Marco non c’era. Tutti, alla fine, ci siamo trasferiti sul binario 13 dove c’era una specie di gabbiotto, ufficio dei “dirigenti” per sapere cosa ne sarebbe stato di noi.

Qui c’era gente che, arrivata da Venezia doveva raggiungere Genova; da Parigi diretta a Bolzano; provenienti da Zurigo per Bologna… I dirigenti non dirigevano più.

NEVICAVA.

Alle 22,30 macchinisti e capotreno hanno abbandonato il convoglio perché avevano terminato il turno e sono stati sostituiti da due macchinisti di Cremona che speravano di raggiungere casa loro. Non si è trovato un capotreno.

Alle 11 e mezzo mio marito ha preso una decisione epocale: andiamo in albergo!

E così, passando per i sottopassaggi dal pavimento scivoloso, abbiamo attraversato tutta la stazione e barcollando dalla stanchezza, appoggiandoci l’un l’altro, siamo risaliti su, all’aria fresca.

NEVICAVA.

Come due naufraghi, senza bagaglio, sporchi disperati abbiamo fatto la nostra clamorosa entrata nella hall dell’albergo: Executive Hotel, categoria lusso, poltrone in velluto, pareti in perspex marrone e oro, luci soffuse, concierge e clienti di gran classe.

Io ero conciata così: trucco zero; mani luride nascoste da guantini di lana nera, vezzosamente orlati di rosso; scarpacce da montagna, ormai buone per zappare l’orto, pantalonacci color nocciola idem; golfacci vari sotto un paltò ex bellissimo; sciarpa ex bianca e in testa, ben piazzato sugli occhi, un passamontagna di colore indefinibile con pon pon… una befana.

Stanza 522… 210.000 lire a notte, esclusa colazione!!! …e mi sono spogliata: via il cappello, la sciarpa, il paltò, le scarpacce, via i due golf, una camicia, un body; via un paio di calzettoni gialli, un paio calze di naylon rosse, un paio di calze di lana marrone…

Alla fine, di dimensioni assai ridotte rispetto a quella che ero un quarto d’ora prima mi sono infilata sotto la doccia e lì sono rimasta, immobile, l’occhio vacuo, le braccia abbandonate lungo il corpo: unico movimento quello delle dita dei piedi: su-giù… allarga-stringi… su-giù… allarga-stringi.

Era mezzanotte e fuori NEVICAVA.

Mio marito ha telefonato a casa: «Marco non c’è… dove sarà?». E io sonnacchiosa: «A dormire da qualcuno».

L’indomani mattina NEVICAVA.

Alle 8,30 mio marito è andato in ufficio, io alla stazione per prendere un treno, uno purchessia. Sul binario 18, fermo ancora il treno delle 16,05 del giorno prima. Il rapido delle 6.50 per Bolzano è partito alle 8.45 dal binario 16 con due viaggiatori a bordo: io e un tedesco dall’aria sprezzante, due macchinisti e un capotreno. Sono arrivata alla stazione di Treviglio alle 12.15; ho spalato la neve che copriva la macchina e ho guidato fino a casa con molta prudenza.

NEVICAVA.

Davanti la porta di casa c’era la macchina da cucire: un pensierino gentile è corso a Marco. Ho aperto la porta (era l’una) ho preso la macchina, sono entrata, ho depositato la macchina da cucire in cucina, sono tornata indietro per chiudere la porta di casa e mi sono trovata davanti Marco così…

La sua è una tragedia a parte.

Pare, dai suoi racconti confusi, che avendo dimenticato le chiavi di casa, abbia vagolato da un inquilino all’altro fino alla mezzanotte e abbia finito poi, col dormire sul pianerottolo, disteso su un giornale… Sembra che, alle 8 della mattina, sia andato a chiedere ospitalità alla vicina di casa, e da qui abbia telefonato a tutta Milano per ritrovarci, mettendo in moto un meccanismo infernale a base di telefonate agli ospedali e persino agli obitori!

Basta, l’ho detto, la sua è una tragedia a parte. Io so solo che all’una e mezza si è presentata la vicina di casa con una terrina di pasta sugosa e fumante: Marco se l’è finita quasi tutta, lasciandomene (bontà sua) un po’. Poverino! Istupidito, coi baffi sempre più all’ingiù, si è poi aggirato per casa vuotando portaceneri e strofinando argenteria, per rendere abitabile la casa nella quale avremmo dovuto vivere (ragionavamo) per svariati giorni.

NEVICAVA.

Io sono uscita alla ricerca di un qualcuno che mi mettesse le catene. La neve cadeva… cadeva…cadeva. Non c’era nessuno in giro se non qualche locale che occhieggiava dai bar. Lo spettacolo era bellissimo, tutto era bianco… tutto immacolato. Ma di aiuti nemmeno l’ombra…

Allora, proni di fronte alla necessità, coi baffi sempre più all’ingiù, Marco, col berretto sempre più calcato sugli occhi, io, raccogliendo le ultime forze a disposizione, abbiamo messo le catene. Poi, tornati a casa, tolti i vestiti fradici, abbiamo acceso il camino e, i movimenti ridotti al minimo, abbiamo atteso pazientemente il ritorno del padrone di casa. Il quale alle tre e mezzo ci ha telefonato dalla stazione.

«Cretini! – ha tuonato con la voce roca – chi c’era al telefono? Venitemi a prendere! Butta la pasta!» (naturalmente, in mezzo a tutto ‘sto macello, i telefoni erano impazziti).

NEVICAVA.

Marco è andato alla stazione, io ho buttato giù la pasta e Arduino è arrivato. Anche la sua è una tragedia a parte… anche il suo racconto confuso… Ma pare che abbia sostato alla stazione di Lambrate, al freddo, al gelo, alle intemperie, in attesa di un treno dalle undici all’una. Poverino! Non sembrava più lui! Fradicio… abbacchiato… senza più nemmeno la forza di arrabbiarsi, si è seduto di fronte al suo piatto di pasta bollente, si è tolto le scarpe e ha poggiato i piedi sulla borsa dell’acqua calda: «Aehhhh aaahhh aaahhhh!», e intanto un sorriso di beatitudine gli si dipingeva sul viso… ci ha amati.

Da quel momento viviamo atmosfera da luna di miele: tutto bene!… tutto bello!… la sua casa che con braccia amorose lo accoglie e lo stringe al calduccio… i divani tanto bistrattati perché scomodi, ora meravigliosi e comodi… la TV si vede poco?… beh non fa niente.

HA SMESSO DI NEVICARE: erano le cinque del pomeriggio.

ERANO 82 ORE CHE NEVICAVA.

ERANO 85 CM DI NEVE SULLA MIA TERRAZZA.

GLI UCCELLINI SCOMPARSI.

La temperatura s’è alzata e la neve ha cominciato a sciogliersi.

L’indomani mattina (giovedì) tutto il paese era un pantano spaventoso, le grondaie e i cornicioni hanno cominciato a cedere e a crollare miseramente; le catene, non solo inutili, ma addirittura pericolose. L’atmosfera, qui a casa, ancora sull’onda del «beh non fa niente».

Ci siamo riforniti di ottima legna, la sera abbiamo “giocato” con la griglia e gli spiedini, abbiamo bevuto vino e birra. Arduino sonnecchia davanti alla TV, che funzioni o no; io mi taglio e cucio una gonna; Marco “produce”.

Lunedì ricominceremo la nostra vita convulsa, saltando da un treno a una metropolitana e viceversa.

Ma a questo punto mi sento così romana… così prepotentemente, orgogliosamente, superbamente romana!

È vero che Roma impazzisce per 20 cm di neve, ma la neve dura solo 24 ore e durante questo tempo, i romani, prudentemente, abbandonano ogni velleità lavorativa, giocano a palle di neve, fanno lo slalom sulle rampe del Campidoglio o lo sci di fondo sui marciapiedi dei lungotevere, si godono la loro bella calamità naturale e attendono allegramente tempi migliori!!!

© Riproduzione riservata

2 Risposte

  1. Questo è il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che io in realtà vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si è parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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  2. “Trovo quasi difficile discutere con te”: cioè? “Te” chi?
    Per il resto grazie, cerchiamo di fare del nostro meglio. E potremmo fare ancora di più, stiamo lavorando per questo. Ciao.

    Mi piace

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