“L’orda”, quando i trafficanti di donne e bambini eravamo noi

di Gian Antonio Stella

Tre pagine del libro L’orda, quando gli albanesi eravamo noi di Gian Antonio Stella (Rizzoli) per tentare di arginare la cascata di oscenità e di invettive in malafede e a senso unico con cui dobbiamo fare i conti in questi giorni di campagna elettorale. In apertura, il trailer del film di Luigi Comencini “La tratta delle bianche” del 1952.

Via del Paradiso alla Salute: doveva essere stato il Demonio a scegliere per i suoi bastardi quella strada del rione Mater Dei, nel cuore della vecchia Napoli. Perché era da lì che decine e decine di poverette furono mandate all’inferno: i bordelli dell’Africa orientale. Lo denunciò nel 1881, su Il Dovere, Antonio Fratti, un garibaldino che sarebbe poi morto a Domokos per la libertà della Grecia. E la denuncia era così precisa da essere raccolta da Raniero Paulucci de Calboli, il delegato italiano alla Conferenza di Parigi del 1902 sulla «tratta delle bianche». E rilanciata in un appassionato e documentato saggio sulla Nuova Antologia, in cui lo stesso Paulucci si scagliava furente contro quel «losco ufficio d’emigrazione napoletano» che faceva «tratta regolare di ragazze per l’Egitto». Dove chiedevano, stando alla corrispondenza sequestrata, «fanciulle bionde e di esile corporatura».

Come si chiamassero quelle sventurate, quanti anni avessero e come fossero state adescate non si sa. Si sa qual era il loro destino: la deriva dei bordelli di lusso a quelli di seconda classe e poi di terza e poi di quarta e giù giù sempre più sfatte e scavate dalla sifilide fino alle bettole, alle baracche, agli angoli più luridi dei suk impestati dalle friggitorie di polpette di miglio finché la morte non avesse avuto pietà di loro. E si sa come si chiamavano alcune di quelle che per i lupanari arabi s’imbarcarono da Brindisi nel 1875. Lo dice un rapporto prefettizio trovato da Marina Sindaco, autrice di Lanterne rosse bolognesi: Caterina Moro era di Villaco, Ida Panizza di Milano, Maria Viviani di Padova, Maria Salimberni di Firenze. Pace all’anima loro.

Non si facevano certo scrupoli, i nostri trafficanti di donne. Basti leggere la lettera del 19 ottobre 1905, recuperata dalla ricercatrice Barbara Maggiolo, con la quale il ministero degli Esteri invitava quello dell’Interno a stare allerta. Il console italiano in Egitto, «denunciando il penoso stato delle cose e il numero sempre crescente di uomini e donne italiane presenti in Egitto che vivevano con la prostituzione», aveva riferito infatti che «alcuni speculatori appartenenti alla numerosa classe dei lenoni e degli sfruttatori di donne», approfittando del disastroso terremoto del 1894 in Calabria «e della conseguente miseria di quei luoghi», si disponevano «a indurre giovani donne e fanciulle calabresi a emigrare in Egitto colla speranza di essere collocate a servizio, ma in realtà per essere gettate nella malavita».

Diceva il Journal du Caire del 23 luglio 1902 che l’Egitto era «lo sbocco favorito dei prossaneti internazionali» e purtroppo, sottolineava Paulucci de Calboli tornando alla carica in settembre con un nuovo saggio su Nuova Antologia, «per la merce italiana». La conferma era venuta dai processi contro certi trafficanti dai quali era emerso, «dando pure dolenti ragguagli sulle nostre compatriote chiuse nelle case di prostituzione», che anche i bordelli erano gestiti da italiani. Di più: «Nuova forma di emigrazione assunta dalla tratta per l’Egitto (e anche per la Turchia) sarebbe quella delle nostre giovani artiste reclutate e speditevi quasi in pacco postale da Napoli e da altri porti italiani». Commento: «Non è l’arte del canto che darà loro da vivere!».

Ma non bastava: «Informazioni complementari favoriteci da Alessandria ci narrano la triste odissea delle nostre donne e le arti dei mediatori per la libera introduzione della merce. Le disgraziate vengono soprattutto da Tunisi, dove pare esista un traffico regolare di passaporti» messo su da un italiano. «Le indicazioni forniteci per Alessandria ci danno i nomi e i cognomi degli agenti e delle loro socie di questo commercio che è esercitato con filiali, con rappresentanze e con commessi viaggiatori». Tutto senza badare troppo, s’intende, all’età delle poverette: «Ci è ingrato dover notare che nelle case malfamate di Alessandria […] vi sarebbero tuttora molte minorenni italiane, condotte in Egitto senza passaporto ed ivi vendute dai soliti mercanti».

Passaporti falsi, rete internazionale, barche di scafisti, carichi di clandestini. Tolto il Giappone (dove preferivano le russe), la Russia (dove erano ricercatissime le francesi, le sole che rivaleggiavano sul mercato internazionale con le italiane), il Transvaal sudafricano (dove anche i boeri volevano il cosiddetto article de Paris) o l’India (anche se esisterebbero tracce di italiane perfino nei lupanari di lusso di Bombay), ci siamo venduti le nostre donne, le nostre bambine e i nostri bambini a tutti».

(a cura di Paola Ciccioli)

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3 thoughts on ““L’orda”, quando i trafficanti di donne e bambini eravamo noi

  1. Questo estratto del libro di Gian Antonio Stella, che abbiamo ripostato anche nella pagina Facebook dell’Associazione Donne della realtà, ha interessato migliaia di persone. Ecco il commento della blogger Maria Elena Sini, che svolge la professione di insegnante: «Ogni volta che discutendo con i miei alunni saltano fuori i soliti luoghi comuni sugli immigrati che ci rubano il lavoro leggo qualche pagina di questo libro».
    https://www.facebook.com/donnedellarealta2015/

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