I “Barbisin” in uniforme al mercato dell’Isola

di Luca Bartolommei

Nell’immagine in formato Gif, creata dallo studio Boombangdesign, riconosciamo tutti il venditore di rose, elegante e gentile, ormai più “isolano” del bosco verticale. L’idea geniale di realizzare cartoline animate con i personaggi del quartiere è venuta alle creative Lorenza Negri e Caterina Pinto http://www.postcardsfromisola.com/

Ogni promessa è debito, quindi eccomi a completare la vista del cielo isolano con la metà che mancava, ovvero quella degli uomini, sempre con D’Anzi e Bracchi che mi aiutano a non fare troppo il serioso e mi accompagnano nella passeggiata per il quartiere.
Ebbene sì, anche una parte dell’Isola è citata dai Nostri, attraverso un personaggio che sicuramente faceva parte della fauna stanziale molti anni fa, ma guardandosi bene intorno, ancora oggi ne possiamo trovare qualche emulo.
Parlo del “Barbisin della Mojazza*” tipo da ligera, violento, rapido nell’uso del coltello, sciupafemmine che mangia carne tutta la settimana, oltre a pollo, zucchero, formagg de grana, (quindi si occupa anche di “borsa nera”, visto che siamo in guerra), e che spaventa tutti gli abitanti.
Qualche bellimbusto del genere ancora si trova, soprattutto intorno agli ultimi “fortini” rimasti nella zona dove non è che si respiri proprio aria di legalità, dove il commercio sottobanco di burro e caffè è stato sostituito da quello di ben altri generi di conforto…
Ma non è il caso di continuare con questo tono che potrebbe sembrare negativo, in fondo all’Isola i modelli maschili sono tanti e anche divertenti.
Parlando sempre degli stanziali, si muovono in bicicletta, scatto fisso e manubrio stretto i più giovani, bici sgarrupata da garzone del panettiere per i più grandi, compiendo evoluzioni ecologiche sui marciapiedi, così come le loro colleghe donne, ma questo l’ho già detto. Nei giorni di mercato, ovviamente, te li trovi a pedalare tra le bancarelle.

I look sono meno codificabili rispetto a quelli femminili e si va dall’uniforme da ufficio, gessatino da parata magari con la cravatta ripiegata nel taschino della giacca, perché in fondo è “l’ora senza pari” quindi mi rilasso, a quella con Dockers khaki, scarpa da vela e camicia azzurrina, per passare al nostalgico dell’Husky che arriva sotto al sedere (manica sempre on cicinin troppo lunga), condito da un bel paio di pantaloni di velluto a costine (poi magari c’ha il macchinone, ma cucca davvero poco).

D’estate, però, la faccenda cambia. Anche gli stanziali si trasformano, come tutti i milanesi, e lasciano le scarpe per i sciavàtt, i pantaloni khaki per braghette corte che mettono in mostra gambette glabre color pollo appena spennato (con qualche varice), o garoni ben palestrati, già abbronzati a giugno, potenza della barca e del sole di Vapallo. Si possono mettere in mostra, era ora, porca vacca con quello che mi sono costati, i tatuaggi. Le magliette multicolor si sprecano, quelle da polo, ma da polo vero, impazzano e finalmente il nostro papà-gagà può spingere il passeggino McLaren/BMW, sedile avvolgente e cintura di sicurezza a 5 punti, senza l’hard top che un po’ dava fastidio. E poi le cifre ricamate a mano sul bavaglino del bebè-gagà (poverino, gagà a sua insaputa) non si vedevano bene, uffa!

E dall’altro lato della strada? Beh, chi mi colpisce di più sono quelli col mal d’Oriente/Africa indotto-e-politicamente-piùchecorretto. Quindi sandaletti fatti con poche striscioline di cuoio, brache svolazzanti tipo Sheherazade, borsetta moscia portatutto, sì anche i maschi, a tracolla, camicetta con decorazione tribale aperta su petti un po’ villosi ma non troppo che fanno a volte coppia con barba caprina e aspetto faunesco. Cannetta sempre pronta ma tant’è. Tatuaggi, anche qui, d’ordinanza e bambino tenuto al petto o sulla schiena con fasce etniche di materiale bio. Però, secondo me, questo espediente tecnico funziona ed è comunque meglio di certe armature iper-tecno che abbiamo visto sull’altro marciapiede, il bambino sembra vero e anche vivo. Di solito ha il moccolo al naso, ma essendo a volte sistemato sul dorso di papà, questi non vede e non glielo pulisce.

Però, nei deliri estivi che mi turbano, tra caldo e fantasmi di estati passate che si riaffacciano, non trovo qualcuno che mi faccia sorridere, banalità e conformismo, cattivo gusto e sguaiatezza, musica lounge e tarante, anche queste indotte, mentre spero di intravedere una persona che non mi faccia sentire solo su quest’Isola.

Sì, sono sempre in coppia e sono un’istituzione. (Quando mi sono messo a scrivere questo post, ancora non sapevo che fossero già una divertente e più che mai centrata postcard from Isola) https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-milano/20160706/281874412729000

Ecco, bastava dirlo, bastava pensarci bene, ho trovato, Eureka!
È lui, l’anziano, l’uomo, lui sì, che si stacca di potenza dal gruppo e va a vincere facile il titolo di “GranGagà” dell’Isola.

A volte sono in due, seduti sul gradino a chiacchierare tranquilli, con la schiena appoggiata alla saracinesca abbassata di qualche negozio di giovani che ora sono in vacanza, col fazzoletto in mano, tanto, per andare al mercato c’è tempo. E li senti dire «Certo che quand che gh’era lu…», «Ma lu chi? », «El Silvio, no??? Pistola…».
Un altro circola in canotta con spallina stretta, calzoncini blu corti, molto corti ma con le tasche, che servono, pedalino beige e mocassini in cuoio intrecciato. Queste sì che sono varici, guadagnate sul campo, direi nel campo, o anche sul ponteggio a mettere a posto le case dei sciori un po’ radical-chic che adesso abitano qui e lo guardano “strano”. Cappello, eccome, col sole che c’è, però di paglia, bel fresch.
Eccone uno con l’abito chiaro, che Dio solo lo sa come fa a indossarlo con quello stile e questa temperatura, camicia bianca a maniche rigorosamente corte, si vede qualche pelo canuto ma fa niente, e con il cinturino marrone dell’orologio d’oro un po’macchiato di sudore. Il copricapo sembra un Panama, potrebbe aver fatto l’avvocato.
Adesso ci siamo.
Belli, gli anziani dell’Isola. Belli gli anziani che vanno a fare la coda al mercato, a fare la coda in farmacia in Archinto, a fare la coda all’ufficio postale in Lambertenghi, beh, lì c’è fresco, si sta bene, non come al supermercato che se barbella.
Spesso non li notiamo, non li guardiamo e non capiamo che in quei passi lenti come i loro gesti, in quelle fermate improvvise, oh mama, in dove che l’è el borsin?, c’è tanta dignità e, soprattutto, tanta vita.
La loro, la nostra.

*Il cimitero della Mojazza si trovava tra le attuali vie Guglielmo Pepe e Luigi Porro Lambertenghi. Tra le vie Pepe e Pietro Borsieri, corrreva la Strada Comunale detta della Mojazza. Il cimitero fu in seguito spostato nell’area tra le piazze che oggi si chiamano Segrino e Lagosta. Tra i personaggi illustri sepolti alla Mojazza possiamo citare Giuseppe Parini, Cesare Beccaria e Melchiorre Gioia.

Il 15 settembre, per la Giornata del dialetto milanese, canterò accompagnato dalla fida chitarra una selezione di canzoni di Giovanni D’Anzi, dedicate a Milano e al quartiere Isola. L’appuntamento è per le 18.30 nel cortile di via Guglielmo Pepe 16. Per questa volta, gli iscritti all’Associazione Donne della realtà hanno la precedenza.

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