Cicliste all’Isola (con stile vario)

Testo e foto di Luca Bartolommei

Il murales all’uscita della metropolitana che colora la zona del quartiere di fronte al giardino condiviso “Isola Pepe Verde” di Milano dove, il 20 maggio 2017, ci sarà una festa in musica con i bambini del nido Soprasotto

Ogni canzone milanese deve essere crudele e sbarazzina, recita l’incipit de La “Gagarella” del Biffi Scala, composta dalla coppia simbolo della musica meneghina Giovanni D’Anzi – Alfredo Bracchi, di cui ho parlato ieri. Attraverso un brano, quindi, si possono prendere in giro usi, costumi e personaggi della nostra città con ironia tutta ambrosiana.
Proverò ad adeguarmi all’invito dei due maestri, non scrivendo rime e note ma soltanto un breve testo nato ascoltando, ma anche suonando, questa canzone che tanto mi piace e che mi dà l’opportunità di usare la mia lingua madre, il milanese.

Abito all’Isola, quartiere di Milano una volta noto come Isola dei lader, da qualche anno diventato trendy, alla moda, addirittura fashion, pieno di locali e localini, ultimamente definito (ORRORE!) food district. In questa bella parte della città negli anni si sono potuti via via ascoltare diversi dialetti, prima solo il milanese, poi il pugliese stretto unito a napoletano e calabrese, in seguito diversi idiomi e lingue di vari paesi nordafricani, ma anche africani e basta, fino ai giorni nostri in cui si parla molto con la erre arrotata, un po’ in inglese, francese, cingalese, italiano minga tropp.
I bambini più piccoli girano dentro passeggini firmati dai migliori designer e architetti, probabilmente gli stessi che firmano i boschi verticali con cui è stata recentemente piantumata la zona, e i genitori si trovano per il brunch con i marmocchi un po’ più grandi, o per l’aperitivo tra adulti, se riescono ad ammollare la prole a qualche tata o nonna paziente. I trentenni o giù di lì si nutrono di ramen e/o si fanno le canne, come si diceva una volta a Roma, in piazza, contemporaneamente ubriacandosi a bestia con birra scadente bevuta a canna o dentro bicchieri di plastica, magari di design. Bottiglie e bicchieri di design e mozziconi rimangono naturalmente nei giardinetti e sui marciapiedi, a disposizione dei bambini, che finalmente hanno qualcosa dei più grandi con cui giocare.

Altra protagonista della vita isolana è la bicicletta. La poverina è sempre in pericolo. Fino a pochi anni fa il ladro ufficiale di biciclette della zona te ne proponeva qualcuna, ma non tantissime, a volte anche di pregio, poi l’Aids se l’è bevuto in un attimo come faceva lui con “l’americano” che tanto gli piaceva. Ora ladruncoli di bassa lega, la classe non è acqua, fanno sparire il ciclo ai malcapitati frequentatori degli apericena, agli amici dei residenti, agli allievi degli insegnanti di chitarra (solo la ruota posteriore, ma quanto s’è infuriato – uso questo termine per evitare gli strali della censura domestica – quella volta Stefano) e… e… a LORO, le gaga-reginette dell’Isola.

Due i tipi di reginetta, identificabili dall’abbigliamento e dagli accessori.

Tipo 1 – Birkenstock chiuse davanti consumate in punta e sul tallone, portate senza calze d’inverno, con calzini a cacaiola, invece, in primavera/estate. Bragoni stretti alla caviglia, tatuaggi diffusi un po’ ovunque, sigaretta bio autoprodotta con cartine e filtrini, sacca informe di tela di colore indefinibile.
Ansia a mille e voce che la sentono fino alla Bovisa.

Tipo 2 – Mocassino basso scollato, a volte ballerine, a mettere in mostra il collo leggermente pronunciato del lungo piede ossuto. Alte, segaligne, domina il colore blu. Jeans, camicetta, giacchino tecnico ma elegante, gioielli tremendi, che però si comprano in zona, errrrhhe che neanche a Parigi, di norma tata al seguito, ché due bambini stancano…

Ce ne sarebbe un terzo tipo che è una via di mezzo tra i due ma è poco significativo statisticamente.

Per tutte, bici sport equipaggiata con doppio sedile per baby, anteriore e posteriore, doppio specchietto retrovisore, doppio cavalletto elettrico, doppia palettina marca-ingombro catarifrangente, ruotone da caterpillar, manopole in cuoio Connolly’s cucite a mano, sella in cuoio ammortizzata che sembra una bardella, e freni a bacchetta (perché fanno tanto old school). Di rigore, sulla forcella posteriore subito sotto il sellino, la targhetta “No Oil”.

Il tutto viene via per poco meno o poco più di un duemila al negozietto all’angolo sotto casa.

Come la loro antesignana “Gagarella” girano con stile vario, rigorosamente sul marciapiede (per sicurezza), gli occhi fissi sullo smartphone per la stessa ragione, tanto il bambino ha il caschetto, arrivando alla scuola per ritirare i figli dopo aver fatto un po’ di piscina in una delle palestre della zona.

Osservarle e rimpiangere la signorina di D’Anzi e Bracchi, che amava la pizza con la cipolla e si vestiva all’Upim, accompagnata da uno così magro da fare pietà è un tutt’uno.

Degli uomini, e del Rim che serve a mantenere la linea, parleremo necessariamente un’altra volta.

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