Nella Harlem che rinasce e prega in musica con il gospel. Tra cappelli colorati e turisti in tenuta da ginnastica

Testo, foto e ricerca immagini di Alba L’Astorina

Gospel

Gospel “rubato” al Silvia’s restaurant

Ho provato tempo fa a far parte di un coro gospel a Milano, dopo che quello in cui avevo cantato per alcuni anni, dedito a tutt’altro genere musicale, si era sciolto. Ero contenta: il maestro era bravo, il gruppo in buona parte proveniente da ex compagni di coro, il repertorio di quelli il cui ascolto mi ha sempre dato emozioni forti. Eppure, dopo un paio di lezioni, ho abbandonato il corso. La parola gospel in inglese significa Vangelo, e la forte tensione religiosa oltre al continuo riferimento, in quei brani, ai testi evangelici, mi imbarazzava; mi sembrava di appropriarmi di un contesto che mi affascina molto ma che non mi appartiene, quello dei canti religiosi dei cori afro-americani.
In effetti ho scoperto, quando mi sono avvicinata a questa musica, che quello che noi chiamiamo gospel music si riferisce a due generi che hanno in comune l’origine, ma si sono sviluppati in contesti diversi. Entrambi provengono dagli inni corali cristiani-metodisti degli afroamericani, a loro volta nati dagli antichi canti spontanei degli schiavi nei campi di lavoro, soprattutto quelli di cotone negli Stati Uniti d’America. Il primo stile si è però affermato nelle chiese afroamericane cristiane-metodiste negli Anni ’30, ed è legato alla musica religiosa e alla canzone corale spiritual; il secondo, pur avendo gli stessi temi, è una musica composta, suonata e diffusa in periodi successivi agli Anni ’30, da artisti di qualunque fede ed etnia e in contesti laici, come i night club.
Durante il mio soggiorno a New York nel periodo pasquale, ho deciso allora di andare ad ascoltare il gospel nel contesto che a me è sempre sembrato il più naturale, una chiesa cristiano-metodista, e nel suo ambiente di riferimento, la comunità afro-americana.
Di chiese dove fanno messe cantate ce ne sono anche al centro di Manhattan; una famosa è a Chinatown, la chiesa battista più antica di New York, che conta ben 4 cori. Ma avendo avuto la fortuna di abitare ad Harlem, Tonino e io abbiamo scelto di andare in una delle numerose chiese del quartiere (ce ne sono più di 400), evitando quella forse più famosa e folcloristica e optando per la Mother African Methodist Episcopal Zion Church (http://www.amez.org/), a due passi da casa nostra. Si tratta di una chiesa costruita tra il 1923 e il 1925 in stile neogotico, progettata da uno dei primi architetti afroamericani riconosciuti negli Stati Uniti, George W. Foster. La facciata è molto simile ad altre chiese protestanti di Manhattan risalenti all’800 e al primo ‘900.
La prima messa aperta ai turisti è alle 11, noi ci siamo avviati prima perché Harlem in quei giorni era presa d’assalto da visitatori attratti dalla rinascita di questo quartiere, che si aggirano per strade fino a poco tempo fa considerate pericolose, da soli o, più spesso, al seguito di guide che in una mezza giornata passano in rassegna i luoghi classici dello storico quartiere. Non c’è la lunghissima fila che abbiamo visto passando davanti alla Abyssinian Baptist Church (http://abyssinian.org/), ma anche qui delle donne afroamericane appartenenti alla chiesa, accolgono i turisti per orientare il loro afflusso.

“Midsummer night in Harlem”, Palmer Hayden (1890-1973)

Alle 10 la chiesa è già piena per metà. I primi scranni sono ancora abbastanza liberi, ma capiamo che sono riservati ai fedeli della comunità e ci mettiamo nella parte centrale della chiesa. Quello che però a noi sembra evidente, non lo è per alcuni turisti che arrivano in ritardo e cercano di sedersi nei primi posti. Vengono puntualmente fatti alzare dalle stesse donne che ci hanno accolto, con garbo e determinazione.
La chiesa è molto grande, può ospitare fino a circa mille persone; ha una forma rettangolare e si entra dal lato lungo, che finisce con gli scranni per i ministri del culto, che in questa chiesa comprendono anche alcune donne. La struttura fa pensare piuttosto a un auditorium, con un profondo presbiterio e una lunga navata con due transetti. Le panchine per i fedeli si dispongono in un ampio raggio intorno all’altare e al pulpito. In alto, di fronte, un enorme organo e le sedie per il coro, sopra la platea invece, una balconata piena di velluti rossi con altri posti.
Dopo circa mezz’ora le prime file delle panche cominciano a essere occupate da signore di colore con cappelli variopinti, di diverse forme e misure, e vestite con abiti da festa dai colori accesi, rosso, azzurro, verde, rosa, ma anche bianco e nero. Gli uomini sono in giacca e cravatta. In segno di rispetto anche noi abbiamo abbandonato lo stile casual che ci ha accompagnato in quei giorni. Alcuni turisti  si aggirano in tenuta sportiva per la chiesa con borse ingombranti, evidentemente riempite con quanto stava negli zainetti, visto che questi sono proibiti. Molti hanno in mano una guida turistica, e continuano a oscillare la testa, come per verificare che quanto scritto sul loro libro corrisponda a ciò che stavano vedendo. Si dice che la presenza degli stranieri crei molti dissidi nella comunità, divisa tra chi li accoglie, anche perché grazie alle loro offerte sono una fonte di sostentamento per la chiesa (in evidente crisi) e chi invece è infastidito dalla mancanza di rispetto che spesso questi hanno durante le loro funzioni. Non abbiamo avuto bisogno di consultare la guida per avere conferma di un rituale che si è ripetuto, immutato e fastidioso, anche davanti ai nostri occhi.

“The spirit of Harlem”, murales di Louis Delsarte

Al reverendo Richard Curtis Chapple non passa inosservata la presenza di turisti, che chiama esponenti di altre congregazioni internazionali. Li saluta cordialmente, prova a indovinarne nazionalità e provenienza; italiani, spagnoli, francesi, sudamericani, giapponesi rispondono divertiti al suo appello e al suo benvenuto nella chiesa. Con la stessa cordialità Chapple comunica a tutti che non sono gradite foto, registrazioni video, e chiede di non uscire prima della fine della funzione per evitare di interromperla.

Ancora ora mi è rimasto il dubbio se le persone non avessero compreso la lingua o ignorato volutamente quello che il reverendo aveva chiesto, perché appena è iniziata la sua omelia, molti hanno tirato fuori dalle borse i propri apparecchi di registrazione, assistendo alla messa attraverso l’obiettivo. Per qualcuno di certo non è solo una questione linguistica visto che, nonostante i chiari sguardi e cenni di disappunto di alcuni fedeli, ha continuato a riprendere imperturbabile la propria registrazione.

“Tongues”, Arcibald John Mothley Jr (1891-1981)

La funzione dura poco più di 2 ore e procede secondo lo schema tradizionale del gospel che conoscevo, dove il reverendo pronuncia ad alta voce una frase tratta da un passaggio delle Sacre Scritture e il coro la ripete, riproducendo la stessa intonazione e le stesse inflessioni. Il passaggio che il reverendo Chapple ha scelto in onore del giorno di Pasqua è quello della morte e della resurrezione di Gesù, credo tratto dal Vangelo secondo Luca. Il messaggio è chiaro nella sua reiterazione quasi ossessiva. Come un mantra, il reverendo chiede ripetutamente ai fedeli: Is God dead? Per poi rispondere, più volte: No, God’s not dead, He is alive / I can feel Him all over me / I can feel Him in my hands / I can feel Him in my feet /I can feel Him in the Church / I can feel Him in the street / I can feel Him in the air /I can feel Him everywhere / I can feel Him all over me.

Anche quando l’omelia non è cantata, la narrazione segue ritmi e toni musicali, con alti e bassi che sottolineano alcuni passaggi e modulano la tensione. In questo contesto viene naturale rispondere alle sollecitazioni, a volte istrioniche, del reverendo, quando chiede di alzarsi o unirsi ai fedeli, confermare le sue parole con un battito di mani, applausi, esclamazioni di approvazione o canti. Difficile stare fermi al proprio posto. Nel momento di scambio del segno di pace, diversi fedeli si sono mossi dai loro scranni per venire a stringerci la mano, qualcuno fermandosi anche a chiederci da dove venivamo e a rinnovarci il benvenuto. Il contatto con i presenti in sala è una costante di questa funzione, come se il reverendo avesse sempre bisogno di accertarsi che il suo discorso sia seguito, condiviso, accolto, e i fedeli stessi volessero affermare il proprio protagonismo nella funzione attraverso la partecipazione corale ai vari momenti. L’emozione, per noi che abbiamo sempre solo visto al cinema questo dialogo in note, è difficile da spiegare: non è soltanto la religiosità, quanto la forza e la coralità di questo popolo che è evidente nel  canto.

Credevo che la pensassero così anche i tantissimi esponenti di altre congregazioni internazionali (per tornare alla benevola definizione del reverendo Chapple). Mi sono girata per cercare conferma di quello che stavo vivendo e condividerlo con chi, come me, era lì da ospite. Con sorpresa la chiesa era ormai quasi vuota; molti turisti non ce l’avevano fatta ad aspettare la fine della funzione.
Che peccato, ho pensato, si sono persi la parte migliore… Me li immaginavo già in fila – con il naso sulla guida – per entrare da Sylvia’s restaurant (http://sylviasrestaurant.com), uno dei più famosi di soul food di Harlem che prepara le ricette della cucina tradizionale afro-americana e, di domenica, serve il gospel brunch.

Ma si tratta di tutto un altro gospel …

Un altro momento del gospel brunch ad Harlem

Un altro momento del gospel brunch ad Harlem

(i) Il metodismo è un’espressione del protestantesimo che ha dato vita a una delle chiese evangeliche più diffuse nel mondo (che conta oggi circa 70 milioni di fedeli), caratterizzandosi ovunque per profonda spiritualità, dinamismo evangelico e marcata sensibilità ai problemi etici, sociali e politici. Il movimento venne iniziato dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII secolo, che costituì inizialmente un’associazione di studenti a Oxford, che si prefiggeva di suddividere “metodicamente” la giornata fra lo studio della Bibbia, la preghiera e il servizio ai carcerati e alle persone in situazioni sociali di povertà e abbandono: di qui il nome di metodisti (originariamente dato in senso denigratorio dagli avversari). L’intenzione di Wesley era quella di creare un movimento di risveglio all’interno della Chiesa anglicana, che portasse a una maggiore attenzione agli evidenti problemi sociali della Gran Bretagna all’epoca della rivoluzione industriale; solo in seguito il metodismo assunse i connotati di dottrina indipendente dalla matrice anglicana, abbracciando la teologia riformata e diventando una chiesa indipendente. (da Wikipedia)
(ii) questo è solo uno dei numerosi articoli che mi è capitato di leggere sul boom di turisti ad Harlem, attratti soprattutto dal gospel nelle più importanti chiese del quartiere http://www.huffingtonpost.com/2012/03/09/mother-african-methodist-_n_1334507.html

*Il diario di viaggio di Alba continua con questi “appunti musicali” dal quartiere soul di New York, Harlem. Da leggere e rileggere i precedenti capitoli della sua recente vacanza americana:

“Imagine” il giorno degli avanzi a Central Park

Da Hershey’s, sulla 42esima, dove il cioccolato ha il sapore che mio padre portava a casa

A Ellis Island, dove i nomi della mia famiglia sono stati “abitati” da altre persone

.

3 Risposte

  1. Grazie. Il tuo racconto mi permette di viaggiare e di vivere emozioni come se fossi anch’io in quella chiesa.

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  2. Lì bisognava scacciare i gitanti dal tempio…

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  3. già questo tipo di turisti sono una presenza molto dissacrante, e anche io mi sono chiesta come li si possa sopportare; tra l’altro fino apochi anni fa nessuno si avvicinava ad Harlem per paura di non essere ben accolto: quindi il rispetto dovrebbe essere doppio, perché una apertura evidente da parte della comunità afroamericana c’è stato.

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