«Sentivamo le urla delle madri, sorelle, fidanzate dei ragazzi portati in Germania»

di Edda Moretti

Arriva il fascismo e, letteralmente, l’oro si trasforma in ferraglia. La spoliazione dei poveri, le bombe a mano nei vicoli di un paese marchigiano, la censura, i rastrellamenti: una bambina di allora ha lasciato a Urbisaglia questa eredità.

Edda Moretti (Urbisaglia, MC, 25 agosto 1930 – Macerata, 26 marzo 2017). «Da tempo desideravo scrivere qualcosa sulla seconda guerra mondiale e scrissi questo qualcosa nel 1998. Poi lo lasciai chiuso in un cassetto, mi vergognavo a farlo leggere a chicchessia, perché avevo paura di non esprimermi bene dato il mio titolo di studio di quinta elementare». Anni dopo, durante gli incontri per il progetto “Radici” di Paola Ciccioli, Edda ha consegnano il suo scritto alla giornalista che ora ne presenta qui la parte iniziale, d’accordo con Riccardo Pagnanelli, figlio della signora Moretti. (Foto di Francesco Cianciotta in una fotoriproduzione di Paola Ciccioli)

Presento la mia famiglia: babbo spazzino nel senso più spregevole della parola in quel periodo; mamma filandaia, noi sei figli, cinque femmine ed un maschio. Io la più piccola, troppo piccola per capire la tragedia di una guerra, troppo piccola per subire ogni sorta di privazioni.

Accantonato il grembiulino ed il cestino dell’asilo senza niente nostalgia, tranne a Natale e a Pasqua che ci veniva fatto un regalino da un certo conte Giannelli. Le suore non erano tanto buone; una in particolare molto bella, distinta, ma in quanto a bontà lasciava molto a desiderare. Allora, accantonato il grembiulino a scacchetti rosa e bianco, subito sostituito con il grembiulino nero, colletto bianco, fiocco rosa, eccomi alle elementari. La mia maestra era molto buona, sapeva guardare fin dentro l’anima dei suoi scolari, era sempre molto triste, chissà quanto soffriva a doverci insegnare quello che lei stessa non condivideva, mentre le altre facevano lavorare molto la bacchetta o righetta sopra la scrivania, senza dire le altre punizioni come il granturco sotto le ginocchia, i castighi dietro la lavagna e così via. Erano all’altezza della situazione: ho ripensato più tardi. Il Comune d’inverno passava un po’ di legna, che era verde come un prato a primavera e così noi scolari dovevamo portare un pezzo di legno ciascuno; la nostra era secca, ma quella stufa di terracotta ingoiava tanto e per quanto si scaldava l’aula la lezione era finita e noi infreddolite ed affumicate come aringhe tornavamo a casa.

Due volte la settimana facevamo ginnastica; eravamo agili come cerbiatte (chissà se Mussolini oltre la ginnastica ha fatto qualche altra cosa di buono!). Comunque a me che ero nata sotto quella stella (pardon, regime) sembrava di vivere una vita quasi normale: da una parte i poveri, dall’altra i ricchi. Io i ricchi non li vedevo quasi mai, pensavo solo una cosa dei ricchi, chissà perché, mentre i poveri erano tutti brutti, sporchi e cattivi: pensavo che i ricchi non andassero in bagno, cioè che ci andassero solo per fare la pipì, non per i bisogni grossi; anche per i sacerdoti e le suore avevo lo stesso pensiero, senza dire i vescovi e i cardinali, credevo che questi addirittura non mangiassero nemmeno: è difficile capire i pensieri dei bambini.

Sentivo i commenti dei grandi quando leggevano il giornale: erano preoccupati, avevano paura che scoppiasse la guerra; la loro paura era più che giustificata, la guerra scoppiò, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Inghilterra. I poveri con tanti figli da sfamare diventarono più poveri, e i ricchi? I soldi vanno sempre sottobraccio ai soldi.

Cominciarono le prime censure, all’ingresso delle osterie c’erano dei cartelli con su scritto: Il sole risplende, buon vino si vende/ di politica non parlate, prima di uscire pagate e ancora qualche cartello qua e là che recitava così: La persona civile non sputa e non bestemmia, chi bestemmiava e chi sputava per terra veniva multato. Mamma impaurita diceva sempre: «Non pensate e non immischiatevi nella politica, è peggio delle puttane, almeno loro ci rimettono di persona e con la politica ci rimettiamo sempre noi». Anche se analfabeta, in quelle parole c’era racchiusa tutta la verità. Mio padre ogni tanto calava giù qualche bestemmia sommessamente, se prima la vita era dura e difficile dopo diventò impossibile.

Cominciarono subito a mancare i beni di prima necessità, perciò per chi voleva sopravvivere c’era il mercato nero a portata di mano ma non di tasca: ricordo mio padre che una volta comperò un quintale di farina dal mugnaio; anche con tanta fame quel pane era immangiabile, allora mia madre per camuffare quel cattivo odore di muffa faceva la crescia, così la chiamavamo, poi la cuoceva sulla graticola con un po’ di erbe cotte scondite messe sopra: così ci sfamavamo.

Ormai il mercato nero si era allargato a macchia d’olio. Cominciò a mancare il carbone, lo zucchero, la pasta, l’olio; per il sale c’era un pozzo d’acqua salata, ci voleva tutta la notte per prendere un po’ di quell’acqua e trasformarla in sale, ma quanto era cattiva, il cibo cotto con quel sale era amaro come il fiele! La sera mi piaceva accompagnare le mie sorelle in campagna, c’era un contadino che vendeva l’olio a mercato nero. Lui si arricchì e chi aveva bisogno si attaccava; fu comperata una damigiana di olio di oliva, mia madre, come tutti in paese, la nascose nel sottoscala, insieme alla macchina da cucire; la biancheria e quel poco che avevamo stava sotterrato.

Cominciò il coprifuoco, la sera non si poteva uscire, gli uomini non dovevano e non potevano formare piccoli gruppi per parlare magari di sport, era severamente vietato. Le piccole vie del paese erano buie perché i fascisti dicevano che con la luce si potevano mandare dei messaggi o segnali al nemico, ma il buio ormai si era impadronito del cuore di tutti. La sera si andava a letto presto, io per un po’ mi infilavo nel lettone con mia madre, lei mi raccontava qualche storia, qualche favola, ma finivano sempre male queste storie. Una in particolare era di un piccolo spazzacamino orfano, senza madre e senza padre, senza tetto, il suo letto era soltanto di neve: io mi sentivo in colpa e privilegiata perché avevo la mamma, il babbo ed un letto, anche se dovevo dividerlo con altre tre sorelle. D’inverno la camera era una neviera, la notte quando ci giravamo dovevamo metterci d’accordo tutte in una volta e tutte nello stesso verso per risparmiare spazio.

Intanto mio fratello, partito per il servizio di leva, da Rodi fu portato in Germania; le poche lettere che arrivavano quando arrivavano erano censurate e lui lo sapeva per cui la verità “niema”, mamma piangeva sempre. Allora per tranquillizzarla una volta mia sorella le lesse una lettera di vecchia data; anche se non sapeva leggere, non so come, se ne accorse, non si fidò, prese la lettera, la fece leggere a qualcuno e capì l’imbroglio.

I fascisti cominciarono a requisire l’oro, il rame per la patria (o saccoccia?). In un piccolo piazzale fu ammucchiato tutto il rame: cuccume, pentole, paioli, scaldaletti, l’orgoglio delle nostre madri che lo tenevano sempre lucido appeso in un telaio nelle cucine. Invece per l’oro c’era un signore che lo requisiva e quei piccoli cerchietti d’oro, l’unica ricchezza dei nostri genitori, vennero sostituiti con cerchietti di ferro o qualcosa di simile.

I fascisti cominciarono con i rastrellamenti, arrivavano a Urbisaglia cantando a squarciagola: Avanti siam fascisti, abbasso i comunisti, e chi ne dubitava. Oppure: Duce tu sei la luce, fiamma tu sei del cuore. Forse per questo noi stavamo sempre al buio. C’era chi ci illuminava: appena arrivavano tiravano le bombe a mano, mandando in frantumi tutti i vetri delle nostre finestre e urlavano: «Fuori gli uomini, fuori gli uomini!». Una mattina, durante un rastrellamento, mamma stava mettendo fuori gli indumenti di mio fratello per far prendere loro un po’ d’aria. E loro: «Di chi sono questi vestiti?». «Di mio figlio che sta in Germania». Non so quel giorno come il cuore non ci scoppiò, perché sul terrazzo di casa nostra c’erano nascosti cinque o sei ragazzi che erano passati per i tetti; i fascisti non entrarono, la facemmo franca, uno di quei ragazzi si sentì male, dovemmo metterlo sul letto di mio fratello. Dalla piazza del paese si sentivano le urla delle madri, delle sorelle, delle fidanzate di questi ragazzi che furono presi ed anche loro finirono in Germania, qualcuno non tornò.

(1.Continua)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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