Pasolini, la schiavitù dell’amore e “I cento passi”

Felicia Impastato

di Paola Ciccioli

«… ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù». Le immagini de “I cento passi” scorrono sullo schermo del salone Di Vittorio della Camera del lavoro di Milano. Venerdì 1 febbraio. Peppino Impastato, interpretato nel film da Luigi Lo Cascio, declama la poesia Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini. E io annoto quel verso: «ma tu/sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù». Ascolto ed è come se sentissi la sofferenza e il terrore di Felicia, la mamma di Peppino, che va a comprare tutte le copie dell’”Idea socialista”, il giornalino su cui il figlio aveva riversato il disgusto nei confronti della ragnatela mafiosa che erodeva (e continua a erodere) le coscienze e la bellezza della Sicilia. Felicia vuole occultare le prove della ribellione esplosa all’interno della sua famiglia, ma non riuscirà a convertire Peppino alla connivenza. Anzi, sarà lei – anche nella realtà – a essere contagiata dall’esigenza di giustizia e di verità.

Ci sono, accanto a me, Paola Periti e Ico Gasparri. Avevo mandato un messaggio nel pomeriggio a Paola per segnalare l’iniziativa dell’associazione “Adesso basta” che ha riproposto il film del 2000 di Marco Tullio Giordana, intervenuto alla proiezione insieme con Giovanni Impastato, fratello del militante di Democrazia proletaria ucciso nel 1978 dalla mafia a Cinisi. Ico ha visto tante volte “I cento passi” ma, anche se appena tornato dall’inaugurazione di una mostra a Brindisi, arriva. E mi allunga la scheda del suo lavoro fotografico Peppino Impastato antichissimo fiore”, che dovrebbe essere presto esposto a Palermo.

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

(Pier Paolo Pasolini)

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