Le donne di ‘ndrangheta

Lea Garofalo, uccisa dalla ‘ndrangheta**

di Enzo Ciconte*

Le donne hanno un ruolo centrale in questa realtà familiare non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai figli e nella cura complessiva della famiglia, compresa la gestione diretta degli affari quando il marito è impossibilitato perché arrestato o limitato perché latitante, hanno via via ricoperto ruoli rilevanti. Gli studi di Renate Siebert e quello recente di Ombretta Ingrascì danno il quadro di uno spettro ampio di coinvolgimento delle donne. La ‘ndrangheta è, tra l’altro, l’organizzazione mafiosa che prevede il grado di “sorella d’umiltà”, che è il più alto grado che può essere conferito ad una donna come hanno scritto Nicola Gratteri e Antonio Nicaso. Lo si trova persino in Lombardia nella ‘ndrina dei Mazzaferro lì trapiantata.

Per lungo tempo si è dato credito alla favola che per le donne fosse interdetto l’universo mafioso perché non era possibile la loro presenza in organizzazioni di uomini d’onore, composte da soli maschi. Questa convinzione era figlia di un pensiero che riteneva che lo scontro fosse solo tra uomini, da una parte e dall’altra della barricata, da parte dello Stato e da parte della ‘ndrangheta. Si fronteggiavano due eserciti di maschi schierati sul campo del conflitto armato che era sempre un attributo dell’onore maschile.

E invece non era così; anzi, non è mai stato così, neanche agli albori della ‘ndrangheta. In quel periodo le donne, vestite come i maschi per non essere individuate, partecipavano alle attività criminali dei loro uomini. Lo accertarono i giudici che avevano mandato sotto processo donne che appartenevano a ‘ndrine di comuni dei circondari di Nicastro e di Palmi. Ad un certo punto, la donna non partecipò più alle attività in prima persona e fu relegata apparentemente nelle retrovie perché rimaneva confinata entro le mura domestiche. Non era una prigione né una punizione, tutt’altro.

Rimanere a casa voleva dire svolgere il ruolo insostituibile di trasmissione della cultura ‘ndranghetista ai propri figli che dovevano essere allevati esattamente in quel modo per poter cooperare alle attività della famiglia e prendere il posto del padre alla morte di costui o in caso di impedimento nell’esercizio del suo potere di comando perché era in galera. Questa è la ragione che spiega come mai la cultura mafiosa si è trasmessa da una generazione all’altra, mummificata ma nel contempo vivificata da nuovi apporti.

Un tempo le donne erano importanti anche per concludere una faida. Le faide sono quanto di più arcaico e tribale si possa immaginare, di più stridente con la cultura moderna, e tuttavia in terra di ‘ndrangheta esse hanno assunto una diversa valenza legata al predominio territoriale. Di norma la faida tradizionale si concludeva quando una delle famiglie in lotta perdeva tutti i maschi. Arrivati a quel punto non c’era più il pericolo della trasmissione del cognome e non ci sarebbe più stato un discendente diretto del ramo maschile in grado di riprendere in futuro la vendetta. C’era un altro modo per concludere la faida interrompendo la catena di sangue, ed era un matrimonio tra le famiglie contendenti. Era un modo simbolico, ma di sicura efficacia. La vergine portata in sposa versava il suo sangue verginale in compensazione di quello versato fino a quel momento. E gli animi si pacificavano; quanto meno sul piano formale.

(…)

*Enzo Ciconte è tra i più importanti storici della criminalità organizzata calabrese. Il brano che abbiamo pubblicato è tratto dal suo libro ‘Ndrangheta (Rubbettino, 2008).

** Il 9 aprile, al processo d’appello, Carlo Cosco si è autoaccusato dell’omicidio della ex compagna Lea Garofalo. La donna aveva denunciato i suoi familiari ‘ndranghetisti-trafficanti di cocaina e per questo è stata fatta sparire. In un primo tempo sembrava fosse stata sciolta nell’acido, mentre dalle dichiarazioni del fidanzato della figlia, Denise, è risultato che il suo corpo è stato carbonizzato.

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