“Che tempo che fa” anche in America?

Dalla donna-oggetto alla donna-sentimentale: le tacite regole della tv italiana

di Francesca Brasca*

Già nel marzo 1996, la Commissione ONU sulla Condizione delle Donne (CSW –Commission on the Status of Women) aveva identificato le donne e i media come uno dei temi critici da portare all’attenzione del Consiglio, sottolineando come gli stereotipi di genere nelle pubblicità e, più in generale, nei media rappresentassero uno dei principali fattori di ineguaglianza tra uomini e donne. Oggi, in Italia e a poco più di dodici anni di distanza, la situazione è cambiata?

Stando alle parole di Lorella Zanardo, autrice del celebre documentario Il Corpo delle Donne (2009), pare proprio di no: “Volti ricondotti a maschere della chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne che ci rimandano un’idea di donna contraffatta, irreale. Allora sono sicura che la tv la puoi guardare, la puoi sopportare, ma solo pensando che è un grande circo. Dappertutto i volti e i corpi delle donne reali sono stati occultati; al loro posto la proposizione ossessiva, volgare e manipolata di bocche, cosce e seni: una rimozione e sostituzione con maschere e altri materiali”.

La questione è sicuramente delicata, oserei dire “bollente”, e ha sollevato l’interesse di molteplici esperti, dando il via a numerose ricerche nel settore della comunicazione, prime fra tutte quella realizzata dal Censis (2006) e quella a cura dell’Osservatorio di Pavia (2001-2004), che nell’ampio panorama rilevato sono apparse tra le più complete. I risultati, in accordo con la linea diretta e a tratti provocatoria della Zanardo, dimostrano che l’immagine della donna sulle principali emittenti nazionali è piuttosto lontana dalla realtà e scarsamente rappresentativa del mondo “fuori dallo schermo”. Citando Marina D’Amato: “la donna oggetto vive nei programmi di intrattenimento, mentre la donna soggetto vive nella fiction, dove l’immagine femminile si avvicina di più alla realtà, ma solo attraverso la mediazione dell’attrice e della recitazione; in sostanza: bambole o eroine, mai donne.” (Storia delle Donne, 2007). Se da una parte, dunque, la donna è soprattutto il suo corpo, mero abbellimento che “allieta” il passaggio tra i vari momenti del programma, dall’altra la fiction è l’unico esempio di contro-stereotipo e il genere che meglio rappresenta la donna italiana degli ultimi decenni, sia nella sfera pubblica/lavorativa che in quella privata. Un altro aspetto interessante emerso da tali ricerche riguarda i programmi di informazione, che sembrano andare controcorrente rispetto all’evoluzione culturale e intellettuale del genere femminile: mentre nelle facoltà mediche e giuridiche, infatti, la percentuale di studentesse è sempre più consistente, e il processo di femminilizzazione in questi settori è un fenomeno noto, nel panorama mediatico quelle chiamate come esperte di diritto, medicina, cultura manageriale o imprenditoriale, che costituiscono campi tradizionalmente maschili, rappresentano ancora un’assoluta minoranza. Le donne, dunque, non sono invitate perché competenti, ma perché parlino di esperienze personali, introducendo nel discorso la sfera del privato e del vissuto biografico.

Di mia iniziativa, ho voluto mettere a confronto un programma di grande successo della tv pubblica italiana, Che tempo che fa, con i talk-show serali americani, evidenziandone somiglianze e differenze. La mia ricerca, se così può essere chiamata, è consistita in una rapida analisi dal punto di vista quali-e quantitativo del ruolo della donna in ciascuno di questi programmi ed è stata mossa dall’interesse di scoprire se le rappresentazioni stereotipate della donna e l’elevata selettività nei confronti del genere femminile costituiscano un elemento diffuso anche al di fuori dei confini italiani e caratteristico di una molteplicità di programmi, non soltanto quelli di approfondimento o a carattere politico ma anche quelli che, senza nulla togliere alla loro indiscussa qualità, talvolta lasciano spazio alla chiacchiera e a tematiche frivole e non troppo impegnative. Quest’ultimo è un aspetto che vorrei ulteriormente sottolineare poiché ritengo che sia Che tempo che fa sia i principali “late show” americani siano davvero programmi di alto livello: le interviste one-to-one affrontano in un’atmosfera pacata e cordiale una grande varietà di temi, siano essi di politica, sport, musica, arte, letteratura, ecc., e forse è proprio questo mix unico di humor, satira, attualità e approfondimento la chiave del loro successo.

Purtroppo è emerso che anche Che tempo che fa veicola in modo diretto lo stereotipo della “bellona senza cervello”, spesso muta e priva di un talento preciso. Fatta eccezione per Luciana Littizzetto o “Lucianina”, che dal 2005 è ospite fissa ogni domenica sera e con la sua irriverenza tiene incollati davanti allo schermo milioni di telespettatori, ormai da diverse edizioni ci allieta della sua presenza anche Filippa Lagerback, una bellissima ragazza svedese superiore al metro e ottanta che ha principalmente un ruolo decorativo, appena nobilitato dalla pronuncia di qualche parola, nella maggior parte dei casi quando il presentatore la interpella. Il suo compito, infatti, è quello di accompagnare in studio gli ospiti della serata e curare gli spazi pubblicitari. Citando ancora una volta Lorella Zanardo, la nostra tv pullula di donne che sono semplicemente di grazioso decoro, volti giovani e freschi che fungono da soprammobile: le cosiddette “donne-cornice” o “grechine”, come quelle che la maestra delle elementari ci faceva disegnare per incorniciare le pagine del quaderno o suddividere un riassunto dall’altro. Non posso fare a meno di domandarmi: “È davvero necessario saper fare qualcosa per comparire sullo schermo?”.

Anche l’altro aspetto messo in luce dai contributi empirici che ho sopra citato trova conferma nello show di Rai Tre: la scarsa presenza delle donne nelle notizie. E i risultati sono agghiaccianti. Nell’ultima edizione (ottobre 2011-maggio 2012), Che tempo che fa ha “collezionato” illustri esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo, della politica e dell’industria: Roberto Benigni, Carlos Ruis Zafòn, Emma Marcegaglia, Andrea Bocelli, Carlo Verdone, Luc Besson, Nicola Piovani, Mario Monti, Susanna Camusso e Dario Fo, soltanto per citarne alcuni. Su un totale di 205 ospiti, tuttavia, le donne intervistate sono state solo 34: all’incirca il 16,6%. L’unica puntata interamente al femminile è stata quella del 6 maggio 2012, che ha avuto come ospiti Maria Falcone e Serena Dandini.

Rispetto ai talk-show serali americani balzano all’occhio sia analogie che differenze. Pare infatti che vi sia una tacita convenzione per cui la conduzione, e tutto ciò che ruota attorno ad essa, debba competere esclusivamente a figure maschili. Proviamo a pensare al Late Show with David Letterman, al The Tonight Show with Jay Leno oppure al Late Night with Jimmy Fallon, alcuni tra i più celebri late show made in USA. La struttura di questi programmi è pressoché identica e prevede tre figure centrali, tutte di sesso maschile: il conduttore, che accoglie gli ospiti in un clima rilassato e amichevole punzecchiandoli talvolta con battute divertenti e allusive, l’annunciatore, elemento sconosciuto alla quasi totalità delle trasmissioni italiane, e il direttore d’orchestra, che ricopre il ruolo di spalla e non si risparmia dall’intrattenere il pubblico con i suoi sketch. Per contro, e questo è un fatto decisamente rincuorante, la figura della “valletta” è totalmente inesistente: fanciulle sorridenti e ammiccanti che indossano costumi eccessivamente audaci e si “offrono” alla telecamera al solo scopo di sedurre il pubblico maschile e indurlo a non cambiare canale. Una presenza costante, purtroppo, nei programmi di intrattenimento della tv italiana.

Se ci soffermiamo sugli ospiti invitati in studio, invece, si conferma in parte l’andamento osservato nello show di Fabio Fazio, sebbene i risultati siano decisamente più rassicuranti e ci facciano ben sperare. Dalla puntata del 3 gennaio 2011 fino al 13 aprile 2012 sono passati nell’Ed Sullivan Theatre di Broadway, dove viene registrato il Late Show with David Letterman, all’incirca 730 ospiti (si è tenuto conto esclusivamente delle ospitate maschili e femminili e non dei gruppi musicali, che pure sono stati numerosi): tra questi, solo 170 erano donne, pari al 23,2%, mentre gli uomini hanno sfiorato il 76,6%. Il Late Night With Jimmy Fallon, invece, dalla puntata di apertura del 3 gennaio 2011 fino al 13 aprile 2012 ha avuto poco più di 770 ospiti, dei quali 230 erano donne (29,8%). Il The Tonight Show with Jay Leno, infine, è tra tutti quello che concede maggior spazio al mondo dell’agire e del pensare femminile: dalla puntata di apertura del 3 gennaio 2011 fino al 12 aprile 2012, infatti, le donne invitate sono state 291 su un totale di quasi 800 ospiti (circa il 36,5%).

Pare, dunque, che il ricorso alle facili e comode rappresentazioni stereotipate della “donna oggetto” sia una prerogativa del Belpaese, mentre l’elevata selettività nei confronti del genere femminile rappresenta un fenomeno diffuso che ritroviamo dappertutto. In quanto donna, sono fortemente perplessa poiché sembra che le nostre competenze e le conquiste ottenute in campo lavorativo e sociale negli ultimi quarant’anni non contino: ci viene concessa apprescindere una minore visibilità mediatica rispetto agli uomini, a meno che non accettiamo di mettere sul piatto i nostri sentimenti e tutto ciò che riguarda la sfera privata. I pochi programmi in cui le donne hanno saputo conquistare un proprio spazio, infatti, sono quelli che pongono l’accento sul vissuto biografico. Non posso non citare in proposito l’Ophraw Winfrey Show che, dopo 25 anni di ininterrotta programmazione, ha chiuso i battenti il 25 maggio 2011, con una puntata speciale registrata allo United Center di Chicago davanti a 13.000 persone. Dal 1986 in avanti il successo è stato inarrestabile e ciò è merito, oltre che del carisma e della forte personalità della conduttrice, del suo costante sforzo di richiamare l’attenzione del pubblico verso temi di grande impatto sociale, come la violenza sessuale, l’uso di sostanze, i problemi familiari, ecc. I moltissimi ospiti che hanno animato il salotto di Ophraw hanno sempre raccontato la propria storia, riferito esperienze straordinarie della loro vita e condiviso con gli ascoltatori il proprio vissuto emotivo, dando vita a puntate memorabili dello show. Mi domando, però, se sia davvero necessario farsi testimoni di esperienze personali e storie di vita, slegandosi da quanto ci è più vicino, per indurre i telespettatori a non cambiare canale: è soltanto questo che colpisce l’interesse del pubblico o abbiamo molto altro da raccontare?

Non v’è dubbio, arrivati a questo punto, che occorre una seria riflessione sull’immagine femminile veicolata dai mass media, poiché vi sono trasmissioni, soprattutto nel settore dell’intrattenimento, in cui la presenza della donna è di puro abbellimento, ciò che serve per alleggerire, e questo, oltre ad abbassare la qualità del prodotto, è fortemente offensivo. Dobbiamo incrementare la nostra capacità critica, che difficilmente si svilupperebbe se stiamo seduti passivamente davanti allo schermo, e di fronte a certe immagini indignarci e premere il tasto rosso del telecomando. Per poi offrire il nostro sguardo critico agli altri. Dobbiamo trasformarci in spettatori esigenti e consapevoli e l’invito è rivolto a tutti indistintamente, non soltanto ai consumatori “voraci “di fiction, quiz, talk-show o altro, ma anche a coloro che da tempo si sono allontanati dal mezzo televisivo, ribellandosi a proprio modo ai programmi spazzatura che imperversano sulle varie reti, preferendo ad esso passatempi più costruttivi.

*Francesca Brasca si è laureata in Psicologia all’Università Bicocca di Milano con un elaborato su “Le donne e la Tv italiana” di cui quella sopra è una sintesi. Nel proprio studio ha analizzato la presenza femminile nella trasmissione di RaiTRE condotta da Fabio Fazio, facendo poi un confronto con alcuni analoghi talk show americani.

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