Sessismo senza sessisti: per capire il caso Angela Bruno

Maria Giuseppina Pacilli

Maria Giuseppina Pacilli

di Maria Giuseppina Pacilli*

In Italia all’assenza di sessisti – nessuno accetta più di essere definito come tale – non corrisponde un’assenza di sessismo – nel senso che gli effetti negativi della discriminazione di genere sulla vita delle donne continuano a essere presenti. Il Global Gender Gap Index, una classifica annuale del World Economic Forum che quantifica ogni anno l’entità delle disuguaglianze tra uomini e donne in termini di a) partecipazione e opportunità economiche, b) livello di istruzione, c) potere politico, d) salute e sopravvivenza, descrive un quadro poco incoraggiante. Nel 2012, il nostro paese nella classifica mondiale è solo ottantesimo su ben 135 paesi, preceduto da stati come il Ghana o il Sultanato del Brunei.

Un episodio esemplare di discriminazione di genere è avvenuto il 9 febbraio tra Silvio Berlusconi e Angela Bruno (ieri sera di nuovo intervenuta a Servizio Pubblico su La7, ndr) manager dell’azienda Green Power sul palco allestito a Mirano, episodio più volte poi diffuso dai media nazionali. Quanto accaduto, durante e dopo, è grave ed è una spia del clima culturale del nostro paese rispetto ai rapporti fra uomini e donne. Si pensi al modo in cui, in molti, hanno commentato sia l’evento sia la richiesta successiva di scuse della donna. Accanto all’indignazione di chi ha trovato oltraggioso il comportamento di Silvio Berlusconi, sono state numerose le reazioni di critica nei confronti di Angela Bruno. E lì a commentare: perché quelle risatine di fronte a quelle affermazioni? In fondo, se Berlusconi le avesse dato davvero fastidio si sarebbe difesa… Invece che ridere compiaciuta, avrebbe potuto mandarlo a quel paese subito, anziché scandalizzarsi dopo.

Il contesto: lei era lì per chiedergli di firmare un contratto, una situazione a tutti gli effetti lavorativa. Quella donna ha tentato di fingere di non capire le parole offensive di cui era bersaglio: cercava di riportare un uomo – che la stava umiliando – disperatamente sull’argomento, visto che si trattava in fondo di lavoro, mentre un pubblico plaudente e divertito incoraggiava l’uomo stesso a continuare con quelle affermazioni, quasi come se fosse il matador di una corrida. Inoltre il comunicato falso dei giorni successivi, rilasciato dall’azienda, sul fatto che la manager si fosse sentita onorata da quel comportamento, lascia intendere bene quanto, per quella donna, potesse essere difficile difendersi liberamente.

Biasimare la vittima è ciò che viene in mente pensando a questo caso. Si addossano sulle vittime le colpe di una situazione di cui loro, in realtà, non sono responsabili. Una donna in una situazione del genere dovrebbe difendersi, se non lo fa la responsabilità è anche sua, non solo dell’uomo. Ciò si collega e si spiega col bisogno di percepire la realtà sociale in cui viviamo come giusta: le cose terribili accadono solo a chi se le merita quindi a noi quella situazione spiacevole non potrà mai accadere se ci comportiamo nel modo giusto. Sono stati biasimati i sorrisi di Angela Bruno, criticandola per la sua complice leggerezza che, invece, era evidentemente un segnale di imbarazzo. È difficile per chi non subisce, di solito, questo tipo di comportamento comprendere come ci si sente a esserne vittime. Alle donne capita spesso. Inizialmente ci si sente confuse per quello che sta accadendo – se reagisco e invece ho mal interpretato? Mi coprirei di ridicolo… – e poi, quando la situazione offensiva diventa più chiara, si sente chiaramente l’umiliazione che brucia. Tuttavia, se si è in una posizione debole in termini di potere rispetto a chi ci sta facendo un torto, non solo non è facile ma neanche scontata o dovuta una reazione di difesa.

Inoltre, definire un comportamento offensivo alla stregua di una battuta consente di ridefinire non solo il comportamento maschile «gli uomini amano scherzare, un po’ di ironia e prontezza di spirito ragazze!», ma anche il comportamento della donna «se è stata al gioco sorridendo vuol dire che si è divertita!». A una battuta si risponde. Ma a una molestia? Sul sito del nostro ministero dell’Interno, nella sezione dedicata alle molestie sul lavoro, si fa riferimento alle stesse, da disposizioni comunitarie, come «ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale o qualsiasi altro comportamento basato sul sesso che offenda la dignità delle donne e degli uomini nel mondo del lavoro ivi inclusi atteggiamenti male accetti di tipo fisico, verbale o non verbale […]».

In quel momento quella donna è stata considerata non per il suo ruolo professionale ma in quanto oggetto sessuale. L’oggettivazione sessuale, che separa simbolicamente il corpo dal resto della persona trattata come mero strumento per il proprio piacere sessuale, corrisponde, a tutti gli effetti, a una negazione della dignità umana: non importa ciò che una persona ha da dire ma se viene, quante volte viene, a quale distanza temporale e che, per cortesia, si giri così valutiamo meglio anche la parte posteriore.

L’oggettivazione sessuale, rientra a pieno titolo nella definizione di pratica culturale dannosa per le donne fornita dalle Nazioni Unite poiché è spesso legittimata e giustificata dalla tradizione, si pratica a beneficio degli uomini, ha origine da differenze di potere fra uomini e donne e genera stereotipi che ostacolano le pari opportunità fra uomini e donne. Indigniamoci nei confronti di chi la agisce, non di chi ne è vittima: se non ora, quando?

*Maria Giuseppina Pacilli è docente di Psicologia sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università di Perugia

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