Con la suora che ha accolto la donna scappata dal marito violento

di Paola Ciccioli

Rosso

«Se vuole passare a trovarmi, sa dove sono».

Aveva aggiunto queste parole mentre mi allontanavo dal portoncino di fianco alla chiesa di Milano dove ha chiesto aiuto a una suora la mattina del 14 agosto. Il giorno in cui ci siamo casualmente incontrate alla fermata di un autobus e lei mi ha raccontato di essere scappata dalla sua città e dalle botte del marito cocainomane.

La sera stessa ha letto quel che avevo scritto sul blog, lasciando un commento: «Che bello… grazie… Ha ricordato proprio tutti i particolari!!!».

Le ho risposto privatamente, chiedendole via mail come stava e se aveva trovato una sistemazione, di tenermi informata sulla sua situazione.

Ma non ho più avuto notizie. Ho aspettato uno, due, tre, quattro giorni. Poi, dopo una notte con qualche domanda di troppo a ostruire il sonno, sono tornata davanti alla chiesa.

Tutto chiuso, nessuno che risponde al campanello. Di fianco ci sono un portone spalancato e dei lavori di ristrutturazione. Entro e mi infilo tra i ponteggi, facendo attenzione a dove metto i piedi perché stanno rifacendo anche la pavimentazione del cortile e non so con esattezza cosa sto calpestando. Ormai sono qui, devo trovare la suora e parlarle.

«Ma dove va, signora? È pericoloso!». Sono inseguita da un uomo più che allarmato.

Quasi grido il mio nome e cognome e la ragione che mi ha spinto a farmi strada nel cantiere, visto che al citofono del portone accanto tutto tace.

Grido perché spero che dalle finestre aperte che si affacciano su badili e sacchi di cemento qualcuno mi senta. E così è. Avverto voci sfocate in lontananza. L’operaio che aveva cercato di farmi tornare indietro sembra rassicurato, passano pochi minuti ed ecco che la suora è di fronte a me. Niente tonaca e il grembiule di chi sta rimettendo in ordine la cucina.

Non ho bisogno di molti preliminari perché è informata. La donna che si è rivolta a lei per trovare un aiuto dopo la fuga notturna in treno dalla sua città del Sud, e dalla paura che le fa l’uomo che ha sposato, le ha raccontato del nostro incontro, dello sfogo, delle confidenze.

«Si è trasferita da un’altra parte. Qui non c’è la possibilità di ospitarla, come vede», mi dice la suora con molta affabilità. «L’ho sentita l’ultima volta due giorni fa», aggiunge. «So che è in contatto con il centro che le ho indicato appena è arrivata a Milano. E ha detto anche di aver consultato un legale. Vuole fare le cose con calma, farsi assistere per tutte le pratiche, eventualmente anche per il divorzio. Ogni decisione spetta a lei. Mi ha detto che tra qualche giorno tornerà “giù”, che adesso la situazione è più tranquilla. Che “laggiù” c’è una persona che le vuol bene, che la protegge e di cui si fida. Non so se mi telefonerà ancora. Chissà. Non so. Ma credo di sì».

«Ogni decisione spetta a lei».

Ritorno a piedi verso casa e non mi dà conforto quel che provo.

È vero: ricordo «proprio tutti i particolari».

Stefania IllustrAutrice Spanò

Immagine dal profilo Facebook di Stefania IllustrAutrice Spanò

Quando mi aveva descritto il crescendo di violenza del marito, di com’era cambiato per la cocaina, quando mi aveva raccontato delle fughe precedenti e dei ritorni in famiglia per le promesse «che non sarebbe successo più», le avevo chiesto: «Perché è venuta a Milano?»

«Perché è lontano», mi aveva risposto.

Quel “lontano” mi è rimasto in testa, insieme con tutti i «particolari» di cui ho scritto. Ma anche con quelli che non ho commentato e che sospetto o intuisco.

Gli stessi che, la suora e io, parlando tra i ponteggi – in una metropoli popolata a chiazze nel continuum di cartelli “riapriamo a settembre” – abbiamo definito all’unisono “a rischio”.

 

 

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