Silenzio! Tuo padre dorme!

di Angela Giannitrapani

Angela Giannitrapani

Angela Giannitrapani

Il padre socchiuse gli occhi, ricominciò a parlare con i suoi fantasmi, chiamandoli ad alta voce, raccomandando loro di fare questo e quello, e tessendole intorno una ragnatela di personaggi evocati con i quali era costretta a recitare la sua parte per amore di lui. Ormai le riusciva naturale ed era disinvolta nelle battute e nei silenzi. Si alzò per versare una limonata dalla grossa brocca di vetro e il tintinnio del ghiaccio si intonò come un accordo brillante al coro delle cicale. Avvicinò il bicchiere alle labbra del padre, ma lui non ne volle.

Così, ricadendo nell’ampia poltrona, bevve lei, avidamente. Era fresca e le diede un po’ di tono; le sembrò di bere anche l’aroma dei limoni e di trattenere in gola un po’ dell’amaro delle foglie verdi. Arrivò, improvviso, un refolo filtrato dalle persiane e dal rosone e con esso l’odore caldo e acre della stoppia. Chiuse gli occhi, appoggiando la testa alla poltrona e tentò di respirare profondamente, ma i polmoni sembravano schiacciati dalla calura e poté solo ingoiare qualche bolla d’aria. Tuttavia le bastò per dare un ritmo regolare e lento ai suoi pensieri, dapprima ordinati, poi, gradualmente scomposti ed ambigui, travestiti di ricordi ed imbastarditi da vecchie emozioni. Spaventata, aprì gli occhi e, come per afferrare la realtà, strinse le dita sui braccioli della poltrona e fissò i fiori della tappezzeria, imponendosi di concentrarsi sui colori.

Il padre si mosse appena e la chiamò. Lei si avvicinò e si chinò su di lui, ma non ci fu nessuna richiesta. Se lo sarebbe aspettato, perché il suo nome era sempre stato pronunciato dalle labbra di quell’uomo per una richiesta o per un comando.

Quante volte, da adolescente, aveva desiderato che suo padre l’avesse chiamata per il piacere di averla a sé; o, così, per uno scherzo, per una tenerezza. Accadeva adesso, sorprendendola impreparata e perfino dissuasa a desiderarlo. E capì com’era successo. Era diventata un fantasma. Faceva parte di quella folla di fantasmi con cui lui colloquiava da settimane nell’inesorabile decomposizione della mente ancor prima di quella del corpo. Dentro di sé cercò sentimento a questa verità: ma non ne trovò. Non era offesa, né delusa, né divertita o sorpresa. Si raddrizzò sulla schiena e si allontanò di qualche passo dal letto, soffermandosi a guardarlo: si era smagrito, ma, nonostante l’evidente fragilità, mostrava ancora la sua ossatura squadrata e molti segni di un aspetto corpulento. O forse era lei che ancora indovinava i resti di una figura lontana mille ricordi, desiderata ed amata nei suoi impulsi di bambina.

Sì, lo aveva amato, profondamente, di un amore adulto già dall’infanzia, tessendo ogni giorno i fili della loro consanguineità. Le tornò in mente la grossa giacca di velluto verde scuro, all’attaccapanni dell’ingresso, gli stivali ancora sporchi di fango e il fucile con la canna un po’ piegata, appoggiato in un angolo. Tutti segni che lui era tornato dalla caccia, che bisognava far piano perché riposava e non andava disturbato. E il suo impulso di correre a svegliarlo dirottava su quegli oggetti che le parlavano di lui, feticci di un amore solitario che, allora, sembrava bastare per entrambi e ne escludeva altri.

Anche adesso, mentre si avvicinava alle persiane, sentiva l’odore acre e stantio della polvere da sparo nelle cartucce vuote, quelle con i fondi rinforzati di metallo dorato che lei faceva schioccare e tintinnare come nacchere, infilandosele nelle cinque dita delle mani. Silenzio! Tuo padre dorme! E lei smetteva subito, fissando quelle cartucce colorate conficcate nelle dita e immaginava, partendo da quella mano, d’essere un mostro, onnipotente e malvagio. Silenzio.

Quanto silenzio sentiva esserci stato nella sua vita. Quanto silenzio, anche adesso in mezzo al gracidare delle cicale. Silenzio anche a tavola, quando lei avrebbe voluto raccontargli della sua vita o chiedergli di portarla con sé nelle sue battute di caccia. Non aveva mai potuto. In realtà, forse, non ne aveva mai avuto il coraggio, perché, una volta che era stata lì lì per farlo, il fratello le aveva lanciato un’occhiataccia e lei aveva ingoiato dolorosamente quel codice maschile di norme e comportamenti che l’avrebbe tenuta sempre in bilico tra l’amore e l’odio.

CoverProfDonneQuesto è un estratto del racconto Ricami contenuto nella raccolta Profili di donne, pubblicato nel 2007 da Ila Palma. Qui i post scritti da Angela Giannitrapani per il nostro blog.

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