Con il mio nome ma non a nome mio!

La strage di Madrid in 192 scatti

di Alba L’Astorina

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Le stazioni ferroviarie si assomigliano tutte un po’. Ovunque binari, treni, panchine, sale d’attesa, cartelloni, e passeggeri che partono, arrivano, sostano, si affrettano.
La mattina, poi, nelle stazioni ferroviarie, si ripetono rituali comuni a milioni di persone nel mondo. Donne e uomini “della realtà” abbandonano le loro case, dopo aver salutato genitori o figli, e diventano pendolari che incrociano altri pendolari, studenti, professionisti, operai.
E’ questo rituale della vita che la mattina dell’11 marzo del 2004, tra le 7:36 e le 7:42, è stato spezzato, impedito nel suo ripetersi. Quattro convogli ferroviari delle linee regionali spagnole, un treno fermo e uno in arrivo verso la stazione di Atocha, un treno nella stazione di Santa Eugenia e uno in quella di El Pozo, sono saltati in aria a seguito dello scoppio di diversi ordigni piazzati nei loro vagoni[1]. Le vittime, 192 in totale[2], erano in maggior parte operai e impiegati che andavano al lavoro e studenti di alcuni istituti tecnici e del Politecnico di Madrid. 142 erano spagnoli, 40 di altre nazionalità. Provenivano tutti dai sobborghi della capitale spagnola, Guadalajara e Alacalà de Henares e da uno dei quartiere più poveri della città, El Pozo.
A 10 anni di distanza da quell’attacco terroristico, 192 artisti da tutto il mondo decidono di ricordare quei momenti drammatici e dedicano una fotografia a ciascuno di quei passeggeri che non ci sono più, mettendo al centro della propria immagine il nome di una delle vittime. E’ il Projet 192, ideato e coordinato dal fotografo Ciro Prota, che ha raccolto le foto in un libro che si può sfogliare dalle pagine del sito web del progetto.
Ampia la gamma di contrastanti emozioni che le immagini mescolano: il dolore, la pietà, l’orrore, la paura, la rabbia, la denuncia. C’è chi il nome se lo incide sul corpo, chi se lo lascia dietro i propri passi, tra le pietre o sui binari, chi lo scrive su muri o su finestrini appannati, chi su una valigia o tra le pagine di un libro, chi lo disegna con le mani di un bambino, chi lo imprime su un biglietto ferroviario. Qualcuno lo scrive su un cartello o su un pezzetto di carta, lasciato al vento o affidato ad «uno sconosciuto, che si fa testimone d’accusa e portatore di pietà».
Come Alessandra Attianese, fotografa e insegnante, che dedica la sua foto a Maria Pìlar Gamiz Torres, 40 anni, una delle 19 vittime di cui la famiglia non ha voluto diffondere il volto nell’elenco delle vittime pubblicato nei giorni successivi agli eventi. E’ questo particolare a impressionare Alessandra, che decide di affidare a un’amica, una donna di età simile a quella di Maria Pilar, un cartello su cui ha scritto a mano il suo nome. Nello sfondo altre donne sottolineano il suo gesto, con l’intento di rispettare la scelta dei familiari, e tuttavia di restituire a Pilar un’identità collettiva, che testimoni e insieme denunci la sua assenza. Lo sguardo è rivolto nel senso contrario a quello di marcia del vagone in cui le donne viaggiano, un treno che attraversa uno dei pochi tratti di superficie della linea metropolitana di Milano.

Alessandra Attianese per Maria Pìlar Gamiz Torres

Alessandra Attianese per Maria Pìlar Gamiz Torres

Bruna Orlandi preferisce affidare a un ragazzo, scelto tra gli studenti della scuola dove insegna, il nome di Sergio Sanchez Lopez. La sua somiglianza con la vittima, di cui mostra una foto con una breve biografia, è impressionante. Aveva 17 anni Sergio e, come molti ragazzi della sua età, aveva abbandonato la scuola, e cominciato a lavorare presso una ditta di vernici nel tentativo di rendersi indipendente dalla propria famiglia. Il testimone di Sergio vuole farsi carico non solo della morte ma anche della vita del suo coetaneo, cristallizzata nel suo momento di massima incertezza esistenziale. Guarda dritto nell’obiettivo con un’espressione cupa che sembra voler fermare quel tempo e lanciare un monito a chi osserva. Dietro di lui, altri ragazzi, di spalle, scrutano i binari in attesa che un treno arrivi e li porti via, che il loro rituale si ripeta senza interruzioni.

Bruna Orlandi per Sergio Sanchez Lopez

Bruna Orlandi per Sergio Sanchez Lopez

E’ stato Ciro Prota a proporre gli abbinamenti tra i fotografi e i nomi della vittima a cui ispirarsi per la loro immagine. Ma, raccontano Bruna e Alessandra, è come se ogni vittima avesse scelto il proprio testimone, perché molti artisti hanno trovato delle risonanze con la propria vita, delle “coincidenze” che li hanno messi subito in sintonia con il pezzo di vita affidatogli. E lo stesso è successo alle persone – amici, parenti, colleghi – che si sono prestate a fare da testimone nelle foto e a condividere il progetto.
Biagio Ippolito ha fatto molti scatti prima di decidere l’immagine da dedicare a Nuria Del Rio Menéndez, 38 anni, morta nell’incidente insieme alla sorella, al cognato e a una collega. Alcuni particolari che ha scoperto di questa donna, come la sua passione per la lettura e per il giornalismo, lo hanno convinto ad affidare la sua testimonianza alla forza della parola scritta invece che a un volto umano. Così nella sua foto appaiono solo il nome di Nuria e la data dell’11 marzo, incisi sul finestrino di un treno in folle corsa che pare sfiorare, all’esterno, delle spighe di grano. L’immagine, molto mossa, vuole rimarcare l’istante della scomparsa di Nuria, e nello stesso tempo tutti gli altri momenti che lei ha trascorso in viaggio su quel treno.

Biagio Ippolito per Nuria Del Rio Menéndez

Biagio Ippolito per Nuria Del Rio Menéndez

Per molti di coloro che hanno partecipato al Projet 192, si è trattato di un lavoro sulla memoria pubblica e privata, personale e collettiva. Spesso le stragi di cui veniamo a sapere ci scivolano addosso e noi stessi tendiamo a dimenticare nomi e date. «L’aver trascorso dei giorni con queste persone fino ad allora sconosciute», mi racconta Biagio, «alla ricerca di un gesto artistico in grado di alludere alla loro assenza o restituire loro una presenza, è come se avesse scavato dentro ciascuno di noi un segno indelebile.»
Alcune foto ricordano il legame della strage di Madrid, avvenuta a 3 giorni dalle elezioni politiche spagnole[3], con altre stragi. Come la foto che Alberto Valente dedica a Javier Mengìbar Jiménez, Scattata davanti alla lapide che ricorda le vittime della stazione di Bologna nel 1980. Anche a Madrid come in Italia, a quei giorni seguirono speculazioni, strumentalizzazioni e tentativi di depistaggio delle indagini.
La foto di Ciro Prota chiude l’album. Era da molto tempo che il fotografo l’aveva in mente. Scattata alla stazione di Saint Lazaire a Parigi, una fila di persone diverse tra loro mostra il palmo della mano su cui è segnata una lettera che forma il nome della vittima, Patricia Rzaca, una bambina di sette mesi che viaggiava con il padre Wieslaw. Il gesto di voler fermare qualcosa è inequivocabile: «Un atto feroce, un pensiero innaturale», racconta Ciro. Poi, però, la foto è diventata parte di un’altra foto, dove appare nuovamente il nome di Patricia, su una scarpetta in primo piano, forse appartenuta a uno dei due figli di Ciro. L’ambientazione è lo studio di Parigi, dove Ciro si è trasferito da Napoli alla ricerca di una opportunità migliore per sé e per i suoi figli, una motivazione che condivide con i genitori polacchi della piccola Patricia. E’ qui che è nata l’idea del progetto, qui che sono state messe in relazione persone, vive e morte, qui che i binari di ciascuno si sono incrociati, a cominciare a quelli di Ciro.

Ciro Prota per Patricia Rzaca

Ciro Prota per Patricia Rzaca

link utili:
sito web del Project 192, http://www.projet192.org./, dove è possibile vedere le foto raccolte nel libro
siti web delle associazioni delle vittime del terrorismo in Spagna: http://www.asociacion11m.org/index.php, http://www.avt.org/
[1] Gli ordigni esplosivi posizionati all’interno dei vagoni erano in totale 13, ma solo 10 bombe esplosero; 2 furono fatte brillare in seguito dagli artificieri e l’ultima venne ritrovata quasi per caso da un poliziotto in una borsa contenente 500 grammi di esplosivo, un telefonino e alcuni cavi. Il materiale condusse alla pista islamista e ai primi arresti, il 13 marzo, di 3 marocchini e 2 indiani.
[2] Ufficialmente le vittime furono 192, ma a queste fu aggiunto, due mesi dopo, un bimbo appena nato e morto a causa delle ferite subite dalla madre nell’attentato; secondo alcune stime, i feriti furono 1858.
[3] In seguito agli attentati si scatenò una forte contrasto tra il Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) a proposito di chi fosse l’autore degli stessi, se l’ETA, organizzazione indipendentista Basca oppure al-Qāʿida, gruppo islamista già colpevole di atri attentati. I due partiti si accusarono a vicenda di utilizzare scorrettamente la situazione con fini elettorali, date le imminenti elezioni che si sarebbero svolte 3 giorni dopo gli attentati, il 14 marzo 2004. Per gli esiti del processo si veda, tra l’altro, i siti delle due associazioni a sostegno dei parenti delle vittime, l’Asociación mayoritaria de víctimas del 11-M, nata tre mesi dopo gli attentati, che raccoglie la maggior parte dei parenti delle vittime, e la più vecchia Asocicion Victimas del Terorismo.

 

Martedì 11 marzo 2014 in Piazza Navona a Roma gli artisti che hanno partecipato al Projet 192 ricorderanno le stragi dell’11 marzo 2004

 

2 Risposte

  1. Un testo commovente per diffondere in’iniziativa encomiabile.Grazie per avercelo fatto sapere.

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  2. grazie Maria Elena, sì devo dire che anche io scrivendolo mi sono appassionata molto, leggere tulle le storie delle persone coinvolte nella strage, e poi vedere come i vari fotografi hanno reso la loro assenza o la loro presenza nelle foto è stato molto interessante. E’ veramente un bel modo per rendere concreta una memoria.

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