Giovanna, Jane e la lezione di scacce

di Chiara Ciarlantini

Giovanna e Jane durante la lezione

Giovanna e Jane durante la lezione

Una delle iniziative più carine e divertenti che mi piace proporre agli ospiti di Zuleima, l’associazione culturale di accoglienza turistica a Ragusa Ibla di cui faccio parte, è senza dubbio la lezione di scacce di Giovanna, mia suocera!

Per tutti coloro che ancora devono metter piede in quest’angolo di Sicilia sud-orientale, le scacce fanno parte dei cosiddetti rustici, anche gli arancini fanno parte del genere “rustico” ma la scaccia è proprio ragusana. La scaccia classica è una sorta di focaccia pomodoro basilico e ragusano D.O.P. (caciocavallo), ma con una consistenza che rimanda alla lasagna…, mentre tutte le altre assomigliano nella forma ai calzoni, ma le scacce non sono fritte, bensì cotte al forno, meglio se a pietra! Il ripieno va dalla ricotta e fave, ricotta e cipolle, bietola-topinambur e uvetta, melanzane e pomodoro, fino al pesce. Insomma, provare per credere! Continua a leggere

Gli occhi verdi di Chiara nel faticoso “paradiso” di Ibla

di Angela Giannitrapani*

Angela Giannitrapani davanti alla sede di Zuleima a Ragusa Ibla

Angela Giannitrapani davanti alla sede di Zuleima a Ragusa Ibla (foto di Giampiero Masi)

C’è una terra a forma di triangolo che galleggia, isola, al sud dell’Europa e di fronte le coste africane. Da secoli incrocio di genti, il più delle volte in scontri furiosi e in crudeli giochi di potere. Ma anche, a ben vedere nelle pieghe meno note della storia, frutto di alleanze lungimiranti e integrazioni astute che hanno generato gioielli d’arte, deliri di architettura e le pagine più ricche della sua stessa cultura. A sud di questa terra a sud dell’Europa, il fiume Irminio ha scavato con tenacia e discrezione una breccia tra severi costoni di roccia bruna e sbitorzoluta. Dal risultato del loro incontro, oggi, si possono attraversare canyon, ma è bello dire “cave”, come le chiamano i locali, sinuose e inquietanti.

Gli uomini e le donne, nati o migrati in quelle zone da tempo immemorabile, non ne ebbero paura; anzi chiesero asilo e protezione a quello zoccolo duro: lo penetrarono inventandosi lì le loro case. Così, il Vallo di Noto è disseminato di borghi scavati arroccati o sovrastati dalla roccia scura. Quando cominciarono ad uscire dalle abitazioni delle cave, che oggi restano vuote e buie come delle piccole bocche spalancate dallo stupore d’essere state abbandonate, quelle genti presero a costruire fuori, creando strade come gironi danteschi, attorno ai cocuzzoli. E, benché i più poveri continuarono ad abitare parte di quegli antri fino agli anni cinquanta del secolo scorso, nel 1500 e nel 1600 costruirono e costruirono. Vennero anche i nobilotti di contee vicine che conquistavano o vincevano quelle terre brulle in sorte di disfide o matrimoni. Come liberati dal buio protetto delle loro abitazioni cave e squadrate, si lanciarono in costruzioni destinate alla luce del sole, alte maestose ricche e sovrabbondanti, a riscattare un passato buio e nascosto. Ma non tradirono quella pietra che li aveva protetti, perché di quella ornarono frontali e balconi, portali e stemmi gentilizi.

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