Violenza sessuale: un orrore che non fa distinzione tra guerra, pace, latitudini

di Maria Luisa Marolda

Maria Luisa Marolda, autrice con Carla Prosperi e Maria Galluppi di “Insegnanti allo specchio” (Omega Edizioni), ha raccontato sul nostro blog lo stupro subito da sua madre a Esperia, nel Frusinate, durante la seconda guerra mondiale da parte dei goumiers. Impossibile non pensare all’orrore delle “marocchinate” al centro del romanzo “La ciociara” di Alberto Moravia da cui nel 1960 Vittorio De Sica trasse il film che è valso l’Oscar a Sophia Loren. 

Paola Ciccioli ha chiesto a Maria Luisa di rileggere per il noi quel libro e di estrapolarne i brani a suo giudizio più significativi. Lei ha generosamente accettato e questo è il primo dei suoi contributi: grazie.

Questa immagine proviene dal diario Facebook del compositore Marco Tutino, autore dell’opera “Two Women”, ispirata a “La ciociara” di Alberto Moravia e andata in scena con grande successo prima a San Francisco e poi al Teatro Lirico di Cagliari. Nel ruolo della protagonista, Anna Caterina Antonacci (https://www.youtube.com/watch?v=RKpDviqIhTM)

Il ritorno eterno di forme ancestrali in lotta con quelle razionali dell’umanità riguarda anche lo stupro. Ogni violenza di questo tipo viene oggi pubblicamente condannata come inaccettabile, ma poi succede qualcosa che ci dice che quel giudizio è così poco radicato da far temere che ci sarà ancora e sempre la violenza sessuale. Mentre se ne parla tanto, con episodi che avvengono a tutte le latitudini, in pace e in guerra, in famiglia e nella società, la memoria svolge la sua funzione, che non è solo quella di ricordare, ma anche di scegliere i ricordi, attenuando ciò che insistentemente colpisce e può ferire. Forse questo sta accadendo anche con lo stupro, se dobbiamo credere a quell’“incredibile” notizia che si sarebbe pensato di girare un film porno dalla Ciociara di Alberto Moravia.

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Un amore di musica

di Maria Elena Sini

Sof’ja Tolstaja (1844-1919) nel 1862, a soli 17 anni, sposò Lev Tolstoj ed ebbe da lui 13 figli. Il suo “Romanza senza parole” (pubblicato in Italia da La Tartaruga) è rimasto inedito fino al 2010 per volontà della stessa dell’autrice

In passato mi è capitato di riflettere sul  pregiudizio che spesso ha limitato e soffocato tante potenziali scrittrici, pittrici o musiciste che non hanno avuto il coraggio di aprire i loro diari o mostrare le loro opere temendo di essere testimoni di un mondo troppo piccolo o portatrici di un’arte che il mondo non era pronto ad accogliere. Ho letto, ad esempio, che Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Tolstoj, per molti anni fu la fida consigliera del suo sposo, trascrisse e apportò correzioni alle opere del più celebre marito al punto che oggi molti critici trovano difficile distinguere le parti scritte dall’autore di “Guerra e pace” da quelle di sua moglie.  Continua a leggere

Il poeta dice la verità

di Federico García Lorca

Questa citazione è stata postata sulla pagina Facebook “Federico García Lorca, poeta universal” il 18 agosto 2017, poche ore dopo l’attacco terroristico che ha insanguinato la multietnica via della città catalana (https://elpais.com/ccaa/2017/08/22/catalunya/1503416732_243566.html)

IL POETA DICE LA VERITÀ

Voglio piangere la mia pena e te lo dico
perché tu mi ami e mi pianga
in un crepuscolo d’usignoli,
con un pugnale, con baci e con te.

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El poeta dice la verdad

di Federico García Lorca*

Questa citazione è stata postata sulla pagina Facebook “Federico García Lorca, poeta universal” il 18 agosto 2017, poche ore dopo l’attacco terroristico che ha insanguinato la multietnica via della città catalana (https://elpais.com/ccaa/2017/08/22/catalunya/1503416732_243566.html) Esta cita ha sido publicada en la página Facebook “Federico García Lorca, poeta universal” el 18 de agosto de 2017, pocos minutos después del ataque terrorista que ha ensangrentado la multiétnica calle de la ciudad catalana.

EL POETA DICE LA VERDAD

Quiero lloral mi pena y te lo digo
para que tú me quieras i me llores
en un anochecer de ruiseñores,
con un puñal, con besos y contigo.

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Keplero e il destino che lo ha guidato alle nozze (dopo aver esaminato undici candidate)

di Johannes Kepler*

morricone-moglie-maria

Il maestro Ennio Morricone con la moglie Maria a Los Angeles, dove il compositore il 29 febbraio scorso ha ricevuto il Premio Oscar per la colonna sonora di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. «Dedico questa musica e questa vittoria a mia moglie Maria», ha commentato Morricone nel ricevere il premio.

Illustrissimo Barone, gentilissimo Signore,

per iniziare una lettera di invito alle nozze tutti i cristiani esordiscono annunciando con stile solenne di aver intrapreso la strada del matrimonio quale compimento di un particolare disegno divino. Ebbene io, da buon filosofo, gradirei esporre le mie riflessioni proprio a Voi, che fate professione di eccellente saggezza.

Mi piacerebbe esaminare il progetto di Dio nella sua peculiare natura e con preciso riferimento al matrimonio. Nel destino che mi ha guidato alle nozze vorrei considerare la vicenda per la sua singolarità, e passarne in rassegna lo svolgimento. Dopo averVi illustrato il complesso di circostanze personali e le convinzioni che ho in proposito, o meglio, i miei giudizi tra loro contrastanti, vorrei ottenere un chiarimento dalle intime profondità del Vostro pensiero.

Che potrei dirVi? Fa parte di un progetto divino o è colpa mia se per più di due anni la mia capacità deliberativa ha subito forti conflitti interni? Ho aspirato a numerose condizioni di vita, mi sono deciso per molte di queste e, per di più, assai differenti tra loro. Se con ciò ho assecondato il disegno di Dio, qual è mai stata la sua finalità in relazione a persone e fatti, considerati singolarmente?

Nulla investigherei con maggior scrupolo e null’altro, oltre a questo, desidererei tanto sapere: se cioè si dà il caso che possa ritrovare anche in me stesso quel Dio che quasi tocco con mano nella contemplazione dell’universo intero.

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Senza salvagente

di Elena Novati*

Girl with the Blu Dress

“Girl with the blu dress” di Eman Hakim

E. non è una di quelle persone che si definirebbero “comuni”, non perché abbia caratteristiche fisiche tali da espellerla dal genere umano, ma perché ha alcune caratteristiche di personalità tali da renderla una donna rara; prima fra tutte queste caratteristiche c’è la sua particolare attitudine a non fare mai scelte di comodo, a non aggrapparsi alla monotonia sicura, a cercare in sé quello che non trova negli altri. Insomma, lei non vuole mai salvagente a cui aggrapparsi: piuttosto che stare a galla malamente, fa un lungo respiro e si prepara all’apnea; come si fa a risalire, altrimenti? Non si potrebbe dire nulla di lei, se non prima di averci condiviso almeno un solo bicchiere di vino, perché non gioca a fare l’attrice protagonista al centro del palco.

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Ettore, il destino di un nome fa ritrovare due fratelli nella Rete

di Elisabetta Baccarin

Elisabetta, la lettera dal campo di concentramento di bolzano

La lettera di Ettore Baccarin spedita dal campo di concentramento di Bolzano. Grazie alle ricerche di Elisabetta Baccarin, pubblicate sul nostro blog, un prezioso incontro in Rete ha messo insieme due pezzi di famiglia e di Storia

“Carissimo Albano e Gilda dopo circa due mesi che manco da casa, vengo a voi con questo mio biglietto, facendovi sapere che la mia salute va bene come spero che sarà pure di tutti voi. Caro Albano mi trovo in campo di concentramento a Bolzano, dunque il motivo che sono qui io, è a causa del rifugio che sai bene anche tu, speriamo al meno che non servi. Caro Albano mi perdonerai se ti domando un gran favore se puoi quando ricevi questo scritto di mandarmi un pacchetto con un po’ di pane biscotto e un po’ di tabacco, magari di quello in foglia, come puoi e qualche pacchetto di cartine. Se puoi mi mandi anche un po’ di danaro in sicurata, che se avrò la grazia di tornare tutto ti sarà ricompensato. Gli ho scritto pure a mia moglie che mi mandi qualche cosa ma io so le condizioni che si trova la mia famiglia!

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“Le parole vogliono che diventiamo incoscienti”

di Virginia Woolf*

Un libro in miniatura indispensabile, il suo titolo originale è: “How should one read a book?”. Lo scatto è di Paola Ciccioli

Sono le parole le vere colpevoli. Sono tra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; e lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Consultate il dizionario. Lì, senza alcun dubbio, si trovano drammi più splendidi di Antonio e Cleopatra; poesie più belle dell’Ode dell’usignolo; romanzi al cui confronto Orgoglio e pregiudizio e Davide Copperfield non sono altro che rozzi esercizi da dilettante. La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. E’ indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. Di fatto, quanto meno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all’altra.

Per questo, imporre regole a tali impedimenti vagabondi è del tutto inutile. Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro. Al massimo possiamo dire loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. Se fondate un’Associazione a favore dell’Inglese Puro, esse mostreranno il loro disappunto fondandone un’altra a sostegno dell’Inglese Impuro – da cui deriva l’innaturale violenza di molti discorsi moderni; che altro non vuole essere se non una protesta contro i puritani. Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte; non esistono classi o titoli di merito nella loro società. E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.

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Pasolini, la schiavitù dell’amore e “I cento passi”

Felicia Impastato mostra una foto del figlio Peppino. Dal 2005 a madre e figlio è intitolata la Casa della memoria di Cinisi, in provincia di Palermo (http://www.casamemoria.it/)

di Paola Ciccioli

«… ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù». Le immagini de I cento passi scorrono sullo schermo del salone Di Vittorio della Camera del lavoro di Milano. Venerdì 1 febbraio. Peppino Impastato, interpretato nel film da Luigi Lo Cascio, declama la poesia Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini. E io annoto quel verso: «ma tu/sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù».

Ascolto ed è come se sentissi la sofferenza e il terrore di Felicia, la mamma di Peppino, che va a comprare tutte le copie dell’Idea socialista, il giornalino su cui il figlio aveva riversato il disgusto nei confronti della ragnatela mafiosa che erodeva (e continua a erodere) le coscienze e la bellezza della Sicilia. Felicia vuole occultare le prove della ribellione esplosa all’interno della sua famiglia, ma non riuscirà a convertire Peppino alla connivenza. Anzi, sarà lei – anche nella realtà – a essere contagiata dall’esigenza di giustizia e di verità.

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