Ughetta e la gentile fierezza delle “anime sante”

di Simona Zucconi*

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Uga Seghetta, per tutti Ughetta (Urbisaglia (MC), 19 gennaio 1925 – 24 febbraio 2012). La foto è stata scattata da Francesco Cianciotta e fa parte della mostra “Radici” ideata da Paola Ciccioli e visitabile presso la Casa di riposo di Urbisaglia, nelle Marche

Uga Seghetta, da tutti conosciuta come Ughetta, era una persona amabile, almeno lo era per me.

Era una donna di bella presenza, alta, snella e credo che amasse curarsi, visto che anche avanti con l’età, metteva il rossetto.

Io l’ho conosciuta, non bene ma tanto quanto basta per avere un’idea del suo carattere forte e determinato.

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Diamo parole al dolore

di Ilaria Carosi*

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Ilaria Carosi è psicoterapeuta e vive a L’Aquila dove, come abbiamo ricordato nei giorni scorsi sul nostro blog, nel terremoto del 2009 ha perso sua sorella. In questi giorni è impegnata a Rieti con i colleghi dell’Associazione Psicologi per i popoli Abruzzo nell’assistenza ai parenti delle vittime del sisma che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto. «Foto Stefano Schirato, L’Aquila, marzo 2014. Questa foto parla. A me e di me. Non ringrazierò mai abbastanza Stefano per averla scattata»: da Facebook

Ai colleghi

Carissimi, in tanti mi avete contattata, ho cercato di fornire a tutti indicazioni e risposte, per quanto ho potuto.
 Mi dispiace se negli ultimi giorni non ho potuto farlo sempre con prontezza ed in modo “mirato”, rispetto alle vostre richieste, ho avuto molto da lavorare e in una situazione delicatissima. Prioritaria, rispetto a quelle che emergeranno da qui in poi. 
Sono stata a stretto contatto con i parenti delle vittime, nel luogo del massimo dolore, contraddistinto da livelli di complessità e di esposizione a stimolazioni psichicamente devastanti, per chi è stato costretto a viverle. L’ho fatto con enorme rispetto, lo stesso che mi porta ad aver molto ragionato sull’utilità di questo post.
 Fortunatamente, in questo momento, tante associazioni di colleghi stanno gestendo le emergenze e le richieste di sostegno che ci sono sul territorio.

Emergenze, per l’appunto.

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Un Nobel familiare avvelenato: la lettera a Quasimodo del figlio Alessandro

di Paola Ciccioli*

«Milano 9 dicembre 1959

Caro papà,

forse ti stupirà ricevere questa mia a Stoccolma, ma sento il dovere di avvertirti che la mamma ha preso la decisione di chiarire la sua posizione coniugale con te.

Io non posso certo interferire sulla sua volontà, né permettermi di giudicarla. L’avvocato scelto dalla mamma ti scriverà, se già non lo ha fatto.

Con rammarico, affettuosamente.

Sandro»

lettera di Alessandro

La lettera spedita a Salvatore Quasimodo dal figlio Alessandro il giorno prima che il poeta venisse insignito a Stoccolma del Premio Nobel per la letteratura 1959

Dicembre d’uragani e mare avvelenato: allora come ora.

10 dicembre 1959: Salvatore Quasimodo sta per ricevere dal re di Svezia il Premio Nobel per la letteratura. In Italia sono in parecchi a storcere il naso e a rendere più gelida la già fredda aria di Stoccolma che il poeta raggiunge in treno in compagnia della sua segretaria, con la quale ha una relazione intima. Da Milano, mentre il viaggio della consacrazione e della fama è ancora in corso, parte una lettera Urgente all’indirizzo della “Fondazione Nobel, Reale Accademia Svedese, Stoccolma”.

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Viaggio nelle emozioni del mio Nepal indimenticabile

di Maria Elena Sini

Maria Elena, Nepal 4

Tutte le immagini sono tratte dal profilo Facebook di Maria Elena Sini

In questi giorni televisione e giornali sono stati inondati dalle immagini del terribile terremoto che ha colpito il Nepal seminando morte e distruzione in un luogo magico. Al dramma delle vittime si aggiunge la devastazione di monumenti di incomparabile bellezza.

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«Anch’io sono un riccio che viaggia con la mente»

di Simona Zucconi

Simona Zucconi

Simona Zucconi con Romeo

«Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole cose che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma d’infinito?».

Ultimamente, per motivi che non sto qui a disquisire, ho riscoperto il desiderio di leggere. Leggere mi è sempre piaciuto, mi piace leggere di tutto: narrativa, romanzi, autobiografie. Dei tempi scolastici porto il ricordo di alcuni grandi classici, ora sono orientata verso letture piacevoli, appassionanti, che mi permettano di spaziare un po’, da una routine decisamente pesante e fortemente in contrasto con le mie fragilità, messe a dura prova da accadimenti spiacevoli. Spesso quando compro un libro lo scelgo solo perché mi piace ciò che vedo in copertina, non ho autori preferiti e poi sono dell’idea che un libro vada scoperto piano piano, rischiando anche che possa non essere come credevamo Continua a leggere

Gli occhi verdi di Chiara nel faticoso “paradiso” di Ibla

di Angela Giannitrapani*

Angela Giannitrapani davanti alla sede di Zuleima a Ragusa Ibla

Angela Giannitrapani davanti alla sede di Zuleima a Ragusa Ibla (foto di Giampiero Masi)

C’è una terra a forma di triangolo che galleggia, isola, al sud dell’Europa e di fronte le coste africane. Da secoli incrocio di genti, il più delle volte in scontri furiosi e in crudeli giochi di potere. Ma anche, a ben vedere nelle pieghe meno note della storia, frutto di alleanze lungimiranti e integrazioni astute che hanno generato gioielli d’arte, deliri di architettura e le pagine più ricche della sua stessa cultura. A sud di questa terra a sud dell’Europa, il fiume Irminio ha scavato con tenacia e discrezione una breccia tra severi costoni di roccia bruna e sbitorzoluta. Dal risultato del loro incontro, oggi, si possono attraversare canyon, ma è bello dire “cave”, come le chiamano i locali, sinuose e inquietanti.

Gli uomini e le donne, nati o migrati in quelle zone da tempo immemorabile, non ne ebbero paura; anzi chiesero asilo e protezione a quello zoccolo duro: lo penetrarono inventandosi lì le loro case. Così, il Vallo di Noto è disseminato di borghi scavati arroccati o sovrastati dalla roccia scura. Quando cominciarono ad uscire dalle abitazioni delle cave, che oggi restano vuote e buie come delle piccole bocche spalancate dallo stupore d’essere state abbandonate, quelle genti presero a costruire fuori, creando strade come gironi danteschi, attorno ai cocuzzoli. E, benché i più poveri continuarono ad abitare parte di quegli antri fino agli anni cinquanta del secolo scorso, nel 1500 e nel 1600 costruirono e costruirono. Vennero anche i nobilotti di contee vicine che conquistavano o vincevano quelle terre brulle in sorte di disfide o matrimoni. Come liberati dal buio protetto delle loro abitazioni cave e squadrate, si lanciarono in costruzioni destinate alla luce del sole, alte maestose ricche e sovrabbondanti, a riscattare un passato buio e nascosto. Ma non tradirono quella pietra che li aveva protetti, perché di quella ornarono frontali e balconi, portali e stemmi gentilizi.

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Lisa, la vecchiaia come dignità

di Paola Ciccioli

Queste mani sono di Lisa, lei preferisce farsi chiamare così anche se il nome che le hanno dato i genitori è Giulia. Continua a leggere