“… quella luce assoluta/ da oltre il cielo…”

di Umberto Piersanti*

Il Palazzo Ducale di Urbino con i suoi inconfondibili torricini: la foto è stata scattata all’inizio degli anni ’80 da Paola Ciccioli quando la giornalista studiava lì Sociologia e il poeta Umberto Piersanti, che nella città rinascimentale marchigiana è nato, era docente a Magistero

L’ALTIPIANO

e scendono i calanchi
giù per le valli
a branchi, desolati,
quella luce assoluta
da oltre il cielo
che solo per un attimo scompare
sotto la nube più pesante
e scura

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Il sacrificio di Martha, il solo perdonato dalla Torah

di Lucio Pardo*

Nello schermo luminoso, il ritratto di Marta Kold Kleiman della quale si racconta l’estrema scelta di coraggio nel libro “Dopo la barbarie, Il difficile rientro”, curato da Lucio Pardo e Carolina Delburgo ed edito in collaborazione con l’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna e la Comunità ebraica di Bologna. Il volume è stato distribuito lunedì 27 gennaio 2020 ai partecipanti all’incontro per la XX Giornata della Memoria svoltosi nella Cappella Estense del Palazzo d’Accursio, sede del Comune del capoluogo emiliano. (La foto è di Paola Ciccioli)

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Il pane, la pasta e la tessera annonaria

di Anna Caltagirone Antinori*

Aspettando di lasciare andar via anche quest’anno, passiamo la parola alla più grande delle nostre autrici che – infiniti auguri – di anni ne ha superati 90. Per il sito www.donnedellarealta.it, in Rete da pochi giorni per presentare i principali progetti dell’Associazione Donne della realtà, una sua foto da ragazza ci fa entrare, con interesse ed emozione, nel capitolo della nostra storia collettiva chiamato “guerra”. Di seguito la prima parte della nuova testimonianza, la signora Anna ce l’ha inviata con il titolo “Per la tessera annonaria”.

Salutiamo Anna Caltagirone con un dipinto (anche lei dipinge…) di Francesco Lojacono, “Veduta di Palermo” (1875). Un omaggio alle sue origini, alla città Capitale italiana della cultura 2018 e a quel mare, giù in fondo, che è sempre nei suoi ricordi (https://www.youtube.com/watch?v=u56-biqBc-E)

Nell’aprile del 1943 avevo 16 anni e frequentavo a Palermo il penultimo anno presso l’istituto magistrale Regina Margherita. A scuola andavo bene e con una buona media dei voti, ogni anno ottenevo come orfana di ferroviere, una borsa di studio dalle Ferrovie dello Stato, che mi permetteva di andare avanti senza difficoltà.

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Schubert e le fanciulle, ovvero Anna e Lucia Molinari

Testo e foto di Luca Bartolommei

Ci è stata offerta la possibilità di assistere, nel bellissimo e ritrovato Teatro Gerolamo di Piazza Beccaria a Milano, al concerto di premiazione organizzato da Le Dimore del Quartetto. Tra i premiati, il quartetto Dàidalos,  formazione nata a Novara nell’ottobre del 2014 dall’incontro, tra amicizia e Conservatorio, di Anna Molinari e Stefano Raccagni violini, Lorenzo Lombardo viola e Lucia Molinari violoncello. Questi i giovani musicisti quasi tutti di vent’anni, ma c’è chi ancora non li ha compiuti, che hanno proposto per l’occasione una convincente esecuzione del quartetto “La morte e la fanciulla” di Franz Schubert. Siamo stati colpiti dalla freschezza e dalla verve interpretativa dell’ensemble, ed abbiamo chiesto alle sorelle Anna e Lucia Molinari di raccontare la parte femminile dei Dàidalos, ma non solo quella,  alle nostre lettrici e ai nostri lettori.

Il Quartetto Dàidalos in questa foto scattata il 17 dicembre al Teatro Gerolamo. Potremo ascoltare i giovani musicisti, presentati dalla Società del Quartetto di Milano e proposti da Dimore del Quartetto, in un concerto organizzato il 27 gennaio 2018 a Villa Necchi Campiglio a Milano.

Incontro Anna e Lucia Molinari in un pomeriggio piovoso e freddo di fine dicembre. La conversazione con le sorelle novaresi, 18 e 20 anni, rispettivamente violinista e violoncellista, scivola via tranquilla e ci scalda da subito. Le due ragazze sono spontanee, sciolte, ma estremamente determinate, professionali.

Bene, ecco cosa ci siamo detti. Continua a leggere

I gioielli segreti della nonna che nascondeva il viso sotto il fazzoletto

di Eliana Ribes

“La raccolta di fascine – Segheria campo Rossignolo”: ecco uno dei 50 scatti della mostra “La guerra negli occhi, la guerra nel cuore”, allestita a partire da sabato 16 settembre 2017 nel foyer dello Spazio Oberdan di Milano dalla Fondazione Cineteca Italiana che alla Grande Guerra dedica anche una rassegna con 5 lungometraggi e due documentari (http://www.cinetecamilano.it/rassegna/la-guerra-negli-occhi-la-guerra-nel-cuore)

Quand’ero piccola avevo due nonne, come tutti. Una, la madre di babbo, abitava con me, l’altra, la madre di mamma, stava di fronte a casa mia, dall’altra parte della strada. Si chiamavano tutte e due Maria; io, per distinguerle, la prima la chiamavo nonna Longhèna, la seconda nonna Lizzirina.

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Mandorle, “pizzini” e indipendenza

di Angela Giannitrapani

Tripudio di sapori e colori nella pasticceria di Maria Grammatico a Erice. https://www.facebook.com/pasticceriamariagrammatico/ «Quando andavo per uffici a richiedere i vari permessi, gli impiegati mi dicevano che a quelle come me avrebbero schiacciato i mozziconi di sigarette sulla pelle», ha raccontato Maria Grammatico ad Angela Giannitrapani, ripercorrendo tutte le tappe della sua avventura professionale, coronata dall’apertura di una scuola di pasticceria

Nella prima parte del reportage da Erice, in Sicilia, Angela Giannitrapani ci ha guidati fino alla pasticceria di Maria Grammatico. Che ora ci racconta la sua storia e il suo lavoro.

Maria nasce nel dicembre del 1940 nella frazioncina di Ballata, sul pendio del monte Erice. È la prima di sei figli, tra sorelle e fratelli. La guerra si fa sentire anche con la fame, una gran fame che lei ricorda ancora. Quando il padre muore ha undici anni. La madre Antonina è incinta di due mesi della sesta figlia e trova lavoro come lavandaia. Ma questo non basta a salvarli dagli stenti e così la donna è costretta a chiamare a consiglio le due figlie più grandi, Maria e la sorella di sette anni. Con tutta la tenerezza di cui è capace, dice loro: «Vedete, figlie mie, non riusciamo più a mangiare. Per quanto lavoro, il guadagno non basta. Non c’è altra soluzione: se volete sopravvivere dovete andare dalle monache».

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Misteri romani

di Mariagrazia Sinibaldi*

Dovevo andare a trovare una mia cara amica di gioventù che abita, dice lei, a Roma, e io dico a Torrimpietra.

Visto che qui a Roma tutto è problema, ho cominciato con un certo anticipo a raccogliere informazioni circa il viaggio da compiere per poterla raggiungere; e viste le precedenti e deludenti esperienze con lo “06060606 servizio al cittadino”, ho chiesto alla mia amica quale potesse essere il modo più semplice per arrivare fino a lei. Mi sembrava la cosa più logica da fare (lei abita là, dunque saprà): ma pare che la logica non sia di questa frazione di mondo. La mia amica, ovviamente, non sa niente ma si informerà.

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Quando Mozart fingeva di essere la sorella Nannerl

di Mario Chiodetti

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Recensione d’autore: il musicofilo Mario Chiodetti ci presenta “Il diario di Nannerl Mozart”, a cura di Olimpio Cescatti (immagine dal film “La soeur de Mozart” di René Féret http://blog.ritacharbonnier.com/)

«Nella rossa sua veste bordata/ e me ne duole assai/ la Nannerl non fa bella figura/ né da presso né da lungi», scrive Wolfgang Amadeus Mozart intervenendo di straforo nelle pagine di diario della sorella maggiore Maria Anna Walburga Ignatia, nata a Salisburgo nel 1751 e scomparsa, assai anziana per l’epoca, nel 1829.

Proprio il diario di Nannerl, vezzeggiativo che sta per Nannina o Nannarella, è una vera miniera di notizie, curiosità e aneddoti sulla vita del genio e della sua famiglia, e un importante affresco sulla società salisburghese dell’epoca che Leopold Mozart e i suoi due straordinari figli si trovavano a frequentare.

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Abbiamo il coraggio della conoscenza?

di Maria Grazia Iannone

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Maria Grazia Iannone ha studiato all’università di Milano e svolge, con passione, la professione di infermiera. Questo nuovo consiglio di lettura arriva in un momento particolare perché, come ha scritto anche su Facebook (da cui proviene questa foto), ha deciso di sposarsi con il suo Valerio e metter su casa: auguri!

La storia di Amore e Psiche è descritta come la favola nella favola. È inserita nel libro di Apuleio “L’asino d’oro” e costituisce essa stessa un racconto a sé stante.

Il brano che ho scelto di citare nel post di ieri mi ha impressionata in particolare per un aspetto: la curiosità di sapere.

Nella favola, Psiche compie un chiaro percorso di crescita. Inizialmente non ha alcun merito a parte quello di essere eccezionalmente bella. Questa caratteristica non si dimostra del tutto positiva perché le impedisce di trovare marito e attira sulla fanciulla le ire di Venere, dea della bellezza che si sente defraudata dei riti a lei dovuti.

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Il nuovo destino di Tefta tra libertà e pregiudizi: «voi albanesi, brutta razza. Avete anche cacciato via Madre Teresa»

di Tefta Matmuja

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Tefta Matmuja fotografata dal compagno Christian. Quella che vi proponiamo è la seconda parte del discorso che ha tenuto a Roma nel corso dell’International Women’s Workshop for the Right to Education. Nel post precedente, pubblicato il 30 agosto, Tefta ha raccontato la sua formazione scolastica in Albania durante la dittatura

Purtroppo i politici non capirono. Inesperti della libertà e a conoscenza soltanto del potere, non si preoccuparono di migliorare le condizioni economiche del popolo. Il loro impegno era solo nel prendere il potere nel modo più rapido possibile. Ma la gente chiedeva libertà ormai. Non un’altra dittatura che prendesse il posto di quella precedente, anche se insistevano nel chiamarla democrazia. La gente iniziò a soffrire le privazioni economiche ed era impaurita dal fatto che nessun politico sembrava preoccuparsene.

Iniziammo noi. I giovani, la promessa futura classe dirigente e culturale dell’Albania. Licei ed università, tutti in marcia per chiedere che fossero garantiti e rispettati i nostri diritti. Marce pacifiche, scioperi della fame, e le forze che volevano conservare il potere, perché solo a quello erano interessate, cercavano di impedire tutto questo.

Il popolo spinto dalla delusione decise di prendere le armi e di rivoltarsi contro chi aveva promesso democrazia e benessere economico.

Nel 1997 l’Albania dichiarò di essere in piena guerra civile.

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La dolcezza di Eliana, una eccezione in questi tempi tormentati

di Mariagrazia Sinibaldi

cologno

Sabato 3 dicembre 2016, presentazione di “È come vivere ancora” nella Biblioteca civica di Cologno Monzese. Da sinistra: Marilena Cortesini, direttrice della Biblioteca, Eddo Ferrarini, volontario del progetto “Nessuno escluso”, Mariagrazia Sinibaldi, nostra blogger e autrice del libro, Paola Ciccioli, presidente dell’Associazione Donne della realtà (lo scatto è di Francesco Cianciotta)

Mia cara Eliana,

quando lei nasceva e si agitava piccola piccola nella culla, io mi iscrivevo all’università, avevo e avevo avuto i miei giovani corteggiatori, e mi preparavo ad entrare nel mondo dei “grandi”. Diciotto anni sono tanti e io dall’alto dei miei (quasi) 83 mi permetto di darle del tu e desidero che anche tu lo faccia. Considerami, ti prego, non come una mamma (le mamme non si toccano) ma come una (ormai) vecchia zia.

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«Brava Nanà, lo scrivere è la tua forza!»

di Laura Sinibaldi Lupieri*

mariagrazia-sorella

Laura Sinibaldi Lupieri. Di lei, la sorella Mariagrazia sul nostro blog ha scritto: «Lauretta ha preso una signora laurea in microbiologia, ha insegnato all’università, alla facoltà di medicina, e ha fatto ricerche importanti» (la foto è stata scaricata da Whatsapp)

Che dire? Nanà, come la chiamano i miei figli, ha saputo ritrovare, spolverare nella sua mente, nel suo cuore, nei suoi sentimenti, quella che è stata la nostra infanzia, la nostra giovinezza.

Ha saputo ritrovare tutti quegli insegnamenti e sentimenti dati dai nostri genitori e dalla nostra famiglia e che per un certo periodo di tempo sono rimasti lì, forse un po’ polverosi, ma sempre presenti, tanto che l’hanno fatta nonna, moglie, madre, figlia e sorella eccezionale.

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Quel giorno a pranzo con la signora Andrée, la madre di Marco Pannella

di Sergio Angelo Picchioni

Pannella fanciullo (all'estrema destra) con la sorella Liliana e la madre Andrée Estachon.

Marco Pannella bambino in una foto di famiglia con la madre Andrée Estachon e la sorella Liliana. Il leader radicale è morto ieri a Roma all’età di 86 anni

Era un mezzogiorno di cinquant’anni fa, ed ero a pranzo da amici di amici, nel quartiere africano di Roma. Un tavolo quadrato, non grande, ed io di fronte ad una signora con la quale si parlava francese. Sulla destra un giovane ricciuto e taciturno, in camicia, apparentemente stanco, curvo sul piatto. Era appena tornato da Parigi, e sembrava assorto in qualche suo pensiero che lo estraniava dai presenti. Non ricordo di aver scambiato con lui nemmeno una parola, né  di averlo in fondo considerato importante. Quel giovane era Marco Pannella, e la signora sua madre. Ho poi conosciuto la sorella Liliana, musicologa, con la quale strinsi una buona amicizia fatta di esperienze concertistiche e corali.

Da lei, dopo molti anni e quando Marco era già all’apice della sua esperienza politica,  ho saputo che in famiglia avevano serie difficoltà finanziarie con la casa e più in generale col menage quotidiano. Ho poi incontrato Marco, fuggitivamente, durante un suo comizio, fu estremamente gentile, e mi invitò a rivedere la sorella che non frequentavo più da tempo. Marco ha avuto un atteggiamento decisamente anticlericale, e non glielo perdono. Ma penso che fra tutti i politici mangia mangia che proclamano il Vangelo lui sia stato uno dei pochi onesti. Mi dispiace dunque di non averlo più incontrato, e che ora non ci sia più.

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E così la “signora Vecchiottina” è riuscita (per amore delle nipoti) a domare anche lo smartphone

di Mariagrazia Sinibaldi

Mariagrazia con Babbo Natale

Tre immagini dal profilo Facebook di Mariagrazia Sinibaldi. Qui è a Roma, durante le vacanze appena terminate, mentre con sguardo fiero abbraccia il figlio Francesco Cianciotta nelle insolite vesti di Babbo Natale.

I figli, si sa, se sono bene educati, e con ciò si intende “tirati su con tutti i crismi”, i figli così, dicevo, sono gioielli preziosi. Dio ne guardi, però, se nel tirarli su una povera madre, oberata da preoccupazioni di vario genere, non è riuscita ad addentrarsi nei mille meandri di cui è composta la  buona educazione; quella “con tutti i crismi”… ecco… lì… allora c’è il patatracac.

Ma la signora Vecchiottina no, lei, non per vantarsi, li aveva allevati, i suoi figli,  alla buona educazione: evidentemente…oppure forse… o anche non si sa mai.

Insomma il fatto è questo.

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Natalia Aspesi, regina di cuori

di Fabrizio Ravelli

Giornaliste in campo negli anni Sessanta e Settanta“: domani, giovedì 13 febbraio 2020, Natalia Aspesi sarà all’Unione femminile di Milano per raccontare la propria esperienza di cronista quando le redazioni dei giornali erano territorio (quasi) esclusivo dei maschi. L’incontro è promosso da “Milanosifastoria“.

Lei che ha conosciuto la povertà, la cronaca nera, i fasti della moda, la guerra, il cammino delle donne, il declinante cattivo gusto, l’arte e la letteratura, i tormenti del cuore di una sterminata platea. E che pure ha il vezzo, lei strepitosa giornalista, di dichiararsi ignorante, smemorata, una che vive alla giornata. In casa, fra librerie colorate, le due scrivanie (una per leggere e una per lavorare) e il bellissimo terrazzo, mostra una sua foto da bambina. «Ero una bambina biondissima, con la frangetta, pettinata come adesso. Quasi bianca di capelli. Che ha avuto una prima infanzia bruttissima, perché a un certo momento ho avuto la pertosse, per cui non camminavo più. Ho avuto un’infanzia senza padre, perché mio papà è morto che io ero molto piccola, e prima era malato quindi non me lo ricordo. Con una mia sorella e la mia mamma, che era una maestra elementare qui a Milano, in periodo fascista. E lei era una delle rare maestre antifasciste, come tutta la sua famiglia. Quindi noi eravamo delle piccole italiane, come tutte, ma magari con una scarpa nera e una marrone, oppure con la gonna sbagliata».

Apposta, immagino.

«Di sicuro. Ci mettevano sempre in ultima fila, perché davamo fastidio. Siamo cresciute molto poveramente. Vivevamo del suo stipendio di maestra, che poi era appunto mille lire al mese: era stato decurtato. Io ho comprato quel quadro che vedi, La vera alla patria, perché la mia mamma, poveretta, era stata costretta a dare la sua vera. Lei Mussolini lo chiamava quel schifùs,  anche perché l’aveva costretta. Ma mentre le sue amiche ricche si erano rifatte la vera di ferro esternamente, e d’oro all’interno, lei aveva quella di ferro che le avevano dato, e aveva sempre il dito nero. Era disperata, io ho i miei ricordi d’infanzia di questa mamma che era sempre incavolata contro Mussolini, e con gli zii che erano tutti antifascisti, però nessuno fece qualche azione perché erano tutti vigliacchissimi».

E che bambina eri?

«Non me lo ricordo. Credo una bambina qualsiasi, forse molto timida. Poi ero bruttina, quindi quando si giocava al dottore venivo poco visitata, e mi incazzavo moltissimo. Ma ti dirò, non ho ricordi. È strano, ma io ho sempre vissuto alla giornata. Se mi chiedi anche del lavoro, io mi trovo degli articoli che dico: “Ma l’ho scritto io?”. Non mi ricordo neanche di esser stata in quel posto, di aver parlato con quelle persone. Ho sempre cancellato. Cancello tutto, e vivo alla giornata. Questo l’ho fatto sempre. È un mio modo inconscio, non programmato, di vivere. Anche col mio compagno, l’Antonio, siamo insieme credo da 37 anni. Lui mi dice: “Ti ricordi quella volta?”. Io faccio finta di ricordarmi».

Natalia Aspesi (foto di Laila Pozzo)

Tu hai cominciato a lavorare prima di far la giornalista.

«Io ho cominciato a lavorare verso i diciotto anni. Siccome non avevamo soldi, io non ho fatto il liceo. Sono andata al liceo artistico delle suore Orsoline, perché durava quattro anni anziché cinque. Finito quello, la mia mamma pensava di farmi fare la professoressa di disegno. Andai a fare una supplenza e ci resistetti due giorni perché i ragazzini io li detestavo. Per cui ho detto: “No, mamma, qualunque altra cosa”. E allora sono andata via dall’Italia, in Svizzera e poi in Inghilterra a far la cameriera. Avevo vent’anni, ormai. In Svizzera, a Losanna, e in Inghilterra facevo la au pair. Avevo due bambini e facevo anche i mestieri, non lontano da Londra, sul mare».

E poi hai fatto l’impiegata, no?

«Sono stata sei mesi qua e sei mesi là e, quando sono tornata, sapevo un pochino le lingue, così sono entrata in un ufficio di una ditta che vendeva macchine per fare il formaggio, a fare la corrispondente in lingua straniera. Però prima ancora, me lo dimenticavo, ero andata a disegnare tessuti da questa Rosa Scalini che era una molto brava. Poi un mio vecchio ex fidanzato che lavorava alla Notte, di cognome faceva Panin, ma il nome non me lo ricordo, mi ha detto: “Ma tu che scrivevi così delle belle lettere, perché non provi a collaborare?”. Allora mi sono presentata a questo ragionier Chiappe, che si occupava del personale, e mi ha detto: “Guardi che lei non sarà mai assunta”. Ho lasciato il formaggio, perché avrei dovuto andare in Germania, ho cominciato a fare questa cosa e mi sono accorta che mi piaceva molto. Il primo pezzo che ho fatto è stata una storia delle api, non so perché. Il secondo, mi hanno mandato a Bellagio a una mostra di cani, e lì ho capito che mi piaceva pazzamente guardare, parlare, e poi scrivere. Ero collaboratrice di un tale Brambilla, capocronista. Facevo anche il giro degli alberghi, per scrivere quali celebrità arrivavano e partivano».

Donne non ce n’erano.

«No, alla Notte no e neanche al Giorno quando poi ci sono entrata. E ci sono entrata perché l’Adele Cambria, che era la star di allora, fu l’unica a licenziarsi perché avevano licenziato il direttore Baldacci. Tutti i maschi, quieti. Lei, per solidarietà col direttore, se ne andò. E restò questo buco, che ci voleva la femmina per far vedere che il Giorno era meglio del Corriere della Sera, più moderno. Il Corriere neanche immaginava o ipotizzava che una donna potesse fare la giornalista lì. Così sono entrata al Giorno, con il nuovo direttore Italo Pietra. Ma sempre per vie basse, di poveri: una mia amica faceva la segretaria. Siccome non trovavano nessuna disposta ad andare lì – lo chiesero anche alla Fallaci che gli fece una pernacchia – la mia amica fece vedere un articolo che avevo scritto, mi pare al festival di Sanremo, forse un’intervista a Celentano, non so, e mi assunsero come impiegata. Però facevo la giornalista. Così, sette mesi dopo, siccome dicevano che avevo un bel sedere, ma questa era solo una voce che circolava, non mi vollero in redazione. Perché ero un turbamento: lì c’erano ancora i giornalisti con l’impermeabile come Humphrey Bogart. E allora mi fecero inviata, e non misi mai piede in redazione. Fui fortunatissima, avevo la proibizione di entrare in redazione. Mai fatto un giorno di redazione in nessun giornale».

E hai scoperto che ti piaceva fare la cronista, guardare, parlare con la gente. M’è capitato di lavorare con te, e ho visto che tu sei una che riempie il taccuino.

«Sì, anche se poi non lo so leggere. Agli inizi, al Giorno, ho fatto moltissima cronaca nera. Andavo dalle mogli degli assassini, o presunti tali. Allora si faceva seriamente: partivo con la macchina, l’autista, io e il fotografo, roba da sciuri. E quindi anche il fotografo mi aiutava. Poi la mia fortuna è stata che cominciavano un po’ i problemi sociali, si cominciava a parlar di ospedali, di aborti, mi ricordo che avevo fatto una serie sulle maestre di montagna. Tutti temi che i veri giornalisti non volevano fare, perché tutto ciò che riguardava le donne era basso. Così lo facevo io. A poco a poco sono diventati grandi temi, l’aborto, per esempio, o il lavoro delle donne. Anche se la prima e vera passione è stata la cronaca nera. Io ero bravissima a piangere con la mamma, con la moglie, tenevo la mano e spargevo lacrime».

E non erano poi lacrime finte, magari.

«Un po’ mi commuoveva l’innocenza. La mamma che diceva: “Mio figlio, si immagini”. E invece aveva appena squartato due o tre persone. Mi ricordo, andai nella casa di questo padre sindacalista di sinistra, il cui figlio terrorista rosso aveva ammazzato qualcuno, e questo padre attonito non ci poteva credere. Io facevo queste cose qui. E partendo dal fatto che ero, e sono ancora, timidissima, mentre andavo da questi qua pensavo: “Speriamo che si rompa la macchina, o che io vomiti e mi senta male, o all’autista gli venga l’infarto”. Poi arrivavo e mi scoppiava il desiderio di sapere, e allora la mia timidezza finiva».

Ma non è invece utile la timidezza per stare a sentire la gente?

«Sì, di sicuro mi è stata utile, perché riuscivo a mettermi nei loro panni. Certo, cercavo di portar via delle notizie. Ma partecipavo davvero all’innocenza, allo stupore, o al dolore di queste persone. E poi prendevo anche delle cantonate tremende. Mi ricordo che mi avevano mandato a intervistare una signora che era sospettata di aver ucciso il marito. Mi trovai davanti a questa specie di adolescente, con delle manine così, delicate, un fiore proprio. E feci un’intervista a questa donna. Insomma, venne poi fuori che non solo aveva ammazzato il marito, ma l’aveva segato in numerosi pezzi e messo in valigia. Trovarono questa valigia ripiena del cadavere, ed era stata lei. Io invece avevo fatto un grande pezzo: ‘Questo fiore di donna, giovane e innamorata, disperata’. E solo dopo avevo pensato: “Come avrà fatto, con quella manine?”».

E in quei tempi eri l’unica donna in un quotidiano.

«Nei quotidiani non ce n’erano. Io sono stata la seconda, dopo la Cambria, al Giorno. Subito dopo da noi sono venute la Donata Righetti, la Maria Pezzi. Il Corriere ha tardato, solo qualche anno dopo è arrivata la Giulia Borgese».

Ce n’erano nei settimanali, per dire la Cederna e la Fallaci.

«Sì, e non solo loro. Ce n’erano anche altre molto brave».

E da chi pensi di aver imparato?

«Dalla Camilla Cederna: non solo ho imparato, ma lei mi ha insegnato. Due maestre ho avuto. Una Camilla, che era una donna di una generosità pazzesca. Mi diceva: “Guarda, tu magari quella parola lì non la ripeti, la prossima volta”. Io ascoltavo, perché poi tutto ciò avveniva con gentilezza e garbo, e imparavo a memoria i suoi pezzi. E talmente imparavo a memoria, che poi mi obbligavo a non dire le cose che mi venivano in mente. Mi aveva colpito che lei usava l’espressione nel ramo, e quindi mi sforzavo di trovare un altro modo per dirlo. L’altra maestra, che è venuta dopo, – era una mia coetanea mentre Camilla aveva qualche anno più di me – è stata Lietta Tornabuoni. Mi ha insegnato che non si poteva scrivere quel che si voleva, come facevo io. Che ogni parola andava controllata, che ogni nome doveva essere verificato. Lei mi ha insegnato la precisione, e l’amore per le parole. Mi ha insegnato che non dovevi scrivere ‘la punta dell’iceberg’, ma dovevi trovare qualcos’altro. E quando questa cosa l’ho afferrata, poi era un vero piacere scegliere le parole».

Grande giornalista, la Tornabuoni.

«Secondo me Lietta è stata grandissima, e non abbastanza apprezzata, anche per sua colpa, per il suo orgoglio incredibile. Eravamo sorelle. E io le dicevo: “Guarda che questi stronzi ti trattano male, telefona, protesta”. Si faceva pagare pochissimo. Per orgoglio, per aristocrazia. Ed era una che si dedicava agli altri: a sua madre, al fratello pittore, a Oreste Del Buono che la moglie aveva cacciato di casa. Alla fine, quando è stata sola, non ha avuto più voglia di vivere».

Come hai cominciato a occuparti di moda?

«Sono stata io a impormi, a Repubblica. A dire alla redazione – e stava cominciando il prêt-à-porter, le prime sfilate a Milano – che era una faccenda interessante. Ci han pensato su tanto, perché gli sembrava una cosa volgare, la moda. Dopo di che mi hanno detto: “Fai”. E lì mi sono divertita moltissimo, perché ho capito che allora, oggi non più, la moda era una fonte di creatività, di personaggi e di vita fantastica. Di quei personaggi Giorgio Armani è stato uno dei primi. C’erano già i romani che andavano a sfilare a Firenze. E poi la Krizia a Milano. Ma è stato con Armani che il prêt-à-porter poteva diventare importante, alla portata di tutti. Gli altri sono venuti dopo. Anche Valentino, che faceva l’alta moda, ha poi fatto il prêt-à-porter. Mi ricordo le prime sfilate di Armani, tutte di pantaloni e camicie uguali ma di colore diverso. I giornalisti italiani l’avevano snobbato, e l’America l’ha scoperto. Prima di lui, i grandi sarti facevano sfilate precluse anche ai giornalisti, non vedevi nemmeno le fotografie. L’anno dopo, le sartine potevano copiare certi modelli. Improvvisamente, la moda era diventata pronta a essere indossata, e mostrata, e pubblicata in fotografia, e pubblicizzata: lì iniziò anche la pubblicità, che poi è stata quella che ha impedito di parlare di moda, perché devi solo dire che tutto è meraviglioso. E infatti io ho smesso la prima volta che una tizia, non so che cosa avessi scritto, mi ha detto: “Tolgo la pubblicità al tuo giornale”. Basta, fine, ho deciso di non farla più».

E di guerra ti sei mai occupata?

«Sono stata in Vietnam nell’ultimo mese di guerra. Mi ricordo, non sapevo neanche cosa fosse e dove fosse. E il giornale, non so per quale bizzarria, decide di mandarmi. Non ho avuto neanche il tempo di leggere qualcosa, ero frivola. E lì, appena arrivata ho incontrato la Fallaci, che mi ha fatto una scenata: “Dov’è il fiume tale?”. “Boh”, dico io. E lei: “Ecco chi mandano a fare queste cose importanti!”. “Sì – dico io – hai proprio ragione”. A parte che avevo appena conosciuto l’Antonio, per cui era stata una disperazione abbandonarci. Così sono stata lì un mese, l’ultimo mese, a Saigon. E le cose di guerra non si raccontavano, a parte qualcuno che poi è morto. Noi stavamo chiusi in albergo, ci veniva a prendere il settore americano, ci portavano e ci dicevano cosa stava succedendo. Poi ci veniva a prendere il settore vietcong, altro giro, mi ricordo ancora un capo che mi ha regalato una borsa. E allora decidevo che volevo vedere qualcosa davvero. Prendevo un taxi: “Mi porti al fronte!”. Andavamo in un villaggio, e non succedeva niente: c’era il mercato, la gente in giro. Poi tornavo indietro, e mi dicevano che quel paese non c’era più. E si passava il pomeriggio in piscina. Altra cosa che non ho fatto, perché mi faceva orrore: c’erano giornalisti che andavano nei mercati, a comprare le cose che la gente abbandonava e vendeva per poco. L’unica cosa che ho fatto, l’ultima settimana, è andare tutti i giorni a prenotare l’aereo per il ritorno: non avevo nessuna voglia di restare lì coi vietcong, magari due anni. L’ultimo volo Air France l’ho preso e sono tornata».

Da molti anni tieni una seguitissima Posta del cuore sul Venerdì di Repubblica.

«Sì, e mi piace ancora tantissimo. E devo dire che, dopo tanti anni di giornalismo, dandomi delle arie, nessuno sapeva chi ero. Adesso mi riconoscono, perfino a Londra, e non so come mai. Vado in paesini di due case, nel Salento, e c’è qualcuno che mi ferma. E a parte questo, una cosa di cui sono orgogliosa è vedere questa montagna di lettere scritte benissimo. I colleghi mi dicono che le riscrivo. No, io casomai le accorcio ma non tocco una parola. E mi citano magari delle robe di cultura che io non so cosa siano, ma vado a vedere sull’internet. Di questa rubrica, e del rapporto con i lettori sono proprio orgogliosa. Pensa che la Mondadori sta per pubblicare un libro di un architetto di Bologna, che mi aveva scritto una lettera, e poi ha continuato con lettere finte, cioè di cose vere ma vissute da amici e conoscenti. Io certe lettere palesemente finte le cestinavo, tipo quello che scrive: ‘Ho visto la mamma sotto la doccia e l’ho scopata’. Ma succede che qualche lettera, che riconosco come finta, la pubblico lo stesso perché racconta una cosa del tutto verosimile e autentica».

Alla fine, si tratta sempre della stessa cosa: dar retta alla gente, stare ad ascoltare.

«Mi ricordo che quando l’ho cominciata qualche collega mi diceva: “Ma come, fai una cosa simile?”. E io: “Scusa, ma tu se sei becco sei contento, o vorresti che qualcuno ti desse una mano?”. Rubriche così ce n’erano sui femminili, però sempre moraliste. Io cerco di non esserlo. E impiego molto tempo. Adesso, per esempio, arrivano molte lettere di uomini traditi, che raccontano la loro sofferenza di uomini traditi. Stupidamente si pensa che siano solo le donne a soffrire, ma non è così».

Negli anni, hai visto i mutamenti delle donne, degli uomini, delle famiglie.

«Diciamo che il mutamento più grosso da parte degli uomini è stato nella difficoltà, nell’incapacità di accettare la libertà delle donne: di piantarli, oppure di voler lavorare. Ho ricevuto molte lettere di uomini incattiviti contro il genere femminile. Adesso c’è questa scoperta del dolore degli uomini, non più espresso con l’odio verso le donne, o il desiderio di vendetta, ma quasi con comprensione di quello che è successo e di presa di responsabilità».

E le donne?

«Le donne hanno un desiderio di libertà fortissimo. Di liberarsi, oltre che dalla famiglia, anche dall’amore. Mica tutte, ovvio. Ma c’è una voglia di essere se stesse, di smettere di essere la moglie di, la compagna di, adattandosi a tante cose. Ci sono più cinquantenni e oltre, piantate o vedove, che scoprono come la condizione di donne sole sia piacevole. E ci sono quelle che vogliono ancora un uomo. E lì, devo rispondere ogni volta che a cinquant’anni sì, può capitare, ma insomma ci vuol molta pazienza».

C’è qualcosa nel tuo mestiere che avresti voluto fare e non hai fatto?

«Mah, forse avrei voluto essere più brava nelle interviste. Io leggo – sui giornali inglesi o americani, non su quelli italiani – un approccio molto ampio nelle interviste, che io per esempio non ho. Ho dei limiti. Però del lavoro che ho fatto sono soddisfatta perché è quello che io potevo fare. Io ho dei grandissimi limiti, innanzitutto di cultura perché non ho studiato, poi di interesse. A me certe cose non mi interessano minimamente. Io voglio fare solo le cose che mi interessano. E sui giornali italiani escono tante sciocchezze. Ma guardate quelli stranieri. Per esempio l’Herald Tribune, giornale serissimo: l’altro giorno c’era un pezzo sugli ultimi butteri della Maremma. Bellissimo. Poi io leggo i pezzi sulle mostre italiane sull’Herald Tribune, perché noi non li facciamo. È che non si fa più questo mestiere. L’ideale è il sondaggio. C’è il sondaggio che dice che gli uomini portano lo slip? Facciamo un pezzo. Oppure l’anniversario. Però devo dire che io i giornali li leggo pochissimo, quasi niente. Basta che uno dica uno stronzata, e gli fanno un’intervista. Ma perché io devo leggere cosa pensa Stracquadanio?».

Natalia Aspesi

Nata a Milano in una famiglia antifascista, Natalia Aspesi ha cominciato a fare la giornalista a trent’anni, prima alla Notte, poi al Giorno, come inviata. Arrivata a Repubblica come critica cinematografica, si è occupata anche di moda e costume. Dai primi anni Novanta sul settimanale Il Venerdì di Repubblica cura la rubrica “Questioni di cuore”, da cui ha tratto l’omonimo libro “Questioni di cuore. Amori e sentimenti degli italiani all’ombra del Duemila (Tea, 1995). Negli anni Ottanta per Rizzoli ha pubblicato “Lui! Visto da Lei”. Nel 2007 è stata protagonista del documentario “Natalia Aspesi. Giornalista per caso” di Mietta Albertini.

Questo articolo è stato pubblicato E – Il mensile di Emergency diretto da Gianni Mura. 

AGGIORNATO IL 12 FEBBRAIO 2020