Amicizia è… due asciugamani del corredo che sventolano sulle Ande

di Eliana Ribes

Un’altra immagine scattata in Perù dalla giurista maceratese Lina Caraceni ci fa continuare la storia di Nestor e Paulina che ci ha regalato Eliana Ribes. Qui due donne andine mentre filano la lana di alpaca con cui confezionano guanti, cuffie e altri accessori poi messi in vendita in tutto il mondo attraverso la rete del Commercio equo e solidale

Una coppia di peruviani arriva a Macerata per perfezionare l’arte della tessitura. Culture diverse si intrecciano, nuovi legami nascono.

Nestor e Paulina erano alloggiati in un ostello, ma a diversi volontari della Bottega Mondo Solidale di Macerata ha fatto piacere averli ospiti nelle loro case, per approfondire la conoscenza, e anche a noi. Era necessario superare la loro timidezza e il loro riserbo, ed io troppo mi sono data da fare, esagerando come faccio sempre quando mi trovo in una situazione insolita. Con un tono di voce sempre troppo alto, perché ho l’impressione che una lingua straniera si capisca meglio se si alza la voce, come se gli interlocutori fossero sordi, ho introdotto Paulina nella mia cucina e le ho fatto vedere come si cuoce la pasta, come si prepara un sugo semplice, e, cosa ancor più inopportuna per gente che mangia prevalentemente patate, come si impana la carne.

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«Sessant’anni non è un’età, è una sassata»

di Giuseppina Pieragostini*

Susan Sarandon viene evocata in più occasioni da Giuseppina Pieragostini in questo racconto. Qui l’attrice americana è in una delle foto che sta pubblicando in queste ore su proprio profilo Facebook per promuovere le iniziative a sostegno dei diritti degli omosessuali (https://represent.com/susan/susan-sarandon-dont-dream-it-be-it-limited-edition-tee)

Sessant’anni non è un’età, è una sassata. Anzi una lapidazione con sessanta sassi di quelli belli grossi che vanno diritti al bersaglio. Se sei fortunata, un colpo secco che arriva a tradimento mentre pensi che ancora tutto debba accadere, magari anche l’amore.

Ma dico io, ti sei guardata?

Prima di tutto cammini come chi non ha più niente d’interessante tra le gambe; le forme, poi, ti si arroccano protervie nei posti meno adatti ed è così che ti ritrovi quei fianchi risaliti imperterriti verso le ascelle, per non parlare delle ginocchia sempre più simili a due paracarri, le braccia ingrossate nella parte sbagliata e le guance che proliferano a comodo loro.

E non sarebbe finita, ma c’è un limite a tutto. Pure alla fenomenologia.

Le cinquantenni hanno ormai conquistato, a spinte e zampate, un posto nell’immaginario collettivo se non proprio amoroso almeno ammiccante, dando origine a un esercito di nuove amazzoni senza macchia e senza paura che guardano dritte in faccia. Tu hai percorso quegli anni di buon passo esibendo la zazzera screziata neanche fossi tornata ad essere quella ragazza prepubere piena di sogni; mentre Portia, sempre lei, la cara nemica di una vita, non scendeva dai suoi tacchi a spillo e cambiava ogni tre giorni foggia e colore ai capelli.

Una certa inquietudine s’insinua verso la fine del decennio; se la colonizzazione dei cinquanta ha spinto più in là la frontiera della terra di nessuno, quella seguita a stendersi incognita e implacabile e se non hai la fortuna di crepare prima, ti tocca farci i conti.

Hai voglia ad aggrapparti agli ultimi scampoli di età, a puntare atterrita i piedi sull’orlo del baratro; persa la tracotanza, le donne entrano stordite ed incredule nei sessanta. Fino a un attimo prima l’età era un vezzo da mostrare o nascondere a seconda del gioco e un attimo dopo un padrone implacabile.

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La storia del cuore raccontata con “lo parlà schietto e puro”

di Nazzareno Gaspari*

Per la copertina del loro libro, Eliana e Silvano hanno scelto la cartolina che Giuseppe Ribes inviò alla fidanzata il 25 aprile 1914

C’è una storia non scritta da cui proveniamo: è nel groviglio di affanni, ansie, sofferenze, fatiche, sacrifici, speranze, affetti, valori attraverso cui di generazione in generazione si è forgiato il nostro modo di stare in questo mondo e si è profilato il senso che gli diamo. Non ha gli onori della Storia con la S maiuscola ma la incrocia e la subisce; è storia tanto anonima e appartata nel suo svolgimento, quanto inaccessibile se non alle ragioni e alle domande del cuore.

Molto (o tutto) di essa rischia di perdersi nel passare delle generazioni. Molto rischia di dissolversi nei sempre più ampi e pervasivi orizzonti della globalizzazione.

Eppure si tratta di una dimensione costitutiva della nostra vita personale e collettiva importante oggi più di ieri, in balia come siamo di una cultura dominante che ci spinge nella direzione contraria del conformismo e dell’omologazione.

La libertà di essere e restare noi stessi è legata anche alla capacità di tenere attiva la consapevolezza di questa dimensione vitale, la memoria dei percorsi esistenziali che ci hanno aperto la strada – culla ancestrale delle identità e dei sentimenti che coltiviamo – che da memoria personale e familiare può diventare oggetto di più ampia comunicazione e condivisione.

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Una vita insieme, tra “Le rose blu” e la “Viola d’inverno”

di Eliana Ribes

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“Le rose blu” è il titolo di una canzone di Roberto Vecchioni contenuta nell’album del 2007 “Di rabbia e di stelle” (immagini da http://angolodellamicizia.forumfree.it/)

Non so quale filo della memoria io abbia seguito per arrivare a parlare, durante le festività natalizie del 2016, di Roberto Vecchioni. Le canzoni di questo cantautore, vicino alla mia sensibilità e al mio modo di essere, hanno accompagnato la mia gioventù e la mia vita di donna sposata e sono sempre risuonate nella mia casa, anche se a lui, sicuramente, preferisco altri.

Nell’agosto del 1991 per la prima volta l’ho sentito dal vivo a San Ginesio, nel campo sportivo, in compagnia di mio fratello e di mia cognata. Avevo un bambino di appena un anno e con mio marito Silvano dovevamo alternarci nelle uscite, soprattutto serali. La notte era calda e stellata e la semplicità dell’ambiente esaltava la bellezza e la profondità delle sue canzoni.

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La scuola cambiava, io arrossivo e Gianni Morandi cantava “La fisarmonica”

di Eliana Ribes

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La nostra Eliana Ribes, qui in un recentissimo scatto durante un pranzo di famiglia, continua il dialogo a distanza con Mariagrazia Sinibaldi. I loro ricordi e le loro sensibilità si intrecciano (anche se non si sono mai incontrate di persona)

Cara Mariagrazia,

continuo il dialogo con te come interlocutrice perché è un modo di parlare di me che mi fa sentire a mio agio. Paola mi ha invitata a scrivere, scrivere ancora, ed io scrivo di quello che conosco meglio: la mia vita, sperando che altri ne siano interessati e ci ritrovino qualcosa di divertente o di emozionante che li riporti indietro nel tempo, perché essa, chiaramente, si intreccia in parte con la storia del costume italiano. Se così non sarà, pazienza; tu ti sei definita mia zia e sicuramente starai a sentirmi con piacere, Paola ha in comune il contesto in cui la mia vita si è svolta e ne sarà contenta.

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«Cara signora Vecchiottina, non riuscirò mai a eguagliare la sua cocciutaggine»

di Eliana Ribes*

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Eliana Ribes e il marito Silvano Fazi nella Biblioteca Mozzi Borgetti di Macerata dove, il 6 dicembre scorso, hanno presentato il loro libro in dialetto “Per quanti fjuri caccia ‘m prate”. Basato sulle lettere che il nonno di Eliana inviava alla giovane moglie dal fronte della prima guerra mondiale, il libro verrà presentato domenica 18 dicembre alle ore 17 anche nel Teatro comunale di Urbisaglia (Mc).

Cara signora Mariagrazia,

con quanta grazia e leggerezza è passata per il mondo, ma anche con quanta forza e determinazione! L’amore per la vita, l’entusiasmo di fronte alle cose belle, la tenerezza dei sentimenti traspare da tutti i suoi ricordi e dalla realtà presente.

Con tutta sincerità le dico che ho provato un po’ di invidia per tutto l’affetto e le attenzioni che le sono state riservate nell’infanzia, per tutte le cose belle di cui ha goduto durante l’adolescenza e la gioventù, ancor di più per la complicità che riceveva da tutte le donne di casa, addirittura dalla mamma, così aperta e intelligente da capire che i sensi di colpa generano solo insicurezza e frustrazione.

In queste fasi la nostra vita è stata nettamente diversa perché nei paesini delle Marche la vita era tanto più modesta, i genitori più disattenti perché dovevano “tirare a campare” per tutte le lunghe ore della giornata, la mentalità più ristretta, soprattutto nei confronti delle figlie femmine, sempre con l’attenzione rivolta a quello che la gente poteva dire o pensare.

Io ho diciotto anni meno di lei ma ricordo le passeggiate in macchina dei fidanzati con la madre seduta sul sedile posteriore; addirittura al camposanto mi è capitato di vedere i fidanzati avanti con la madre che camminava alcuni passi indietro. Io e il mio ragazzo, per fortuna, avevamo solo la Vespa, e nessun altro poteva salirci, tutto il percorso si svolgeva “allo scoperto”!

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«Quanto abbiamo dovuto combattere, noi, nella nostra infanzia»

di Eliana Ribes*

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Scolaresca delle Elementari con pagliaio, anzi due. Eliana Ribes, in prima fila seconda da destra, in una foto che descrive benissimo il contesto in cui è nata e cresciuta a Urbisaglia, nelle Marche (dal suo diario Facebook)

Cara Paola, volevo “ripassare” il libro di Mariagrazia Sinibaldi prima di esprimere la mia modesta opinione, volevo fare le cose per benino, ma ancora non ci sono riuscita ed allora ti dico semplicemente questo: è un libro vero, piacevole, scritto bene, in cui ti immedesimi a tal punto che rischi di fare gli stessi errori della protagonista.

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