La storia di una maestra dentro la grande Storia italiana

di Paola Ciccioli

La mente e la sensibilità delle bambine e dei bambini sono scrigni dove alcune immagini, parole ed emozioni si depositano per poi accendersi e indicare la strada agli incroci della vita. A me è successo con la Maestra Antinori, io l’ho sempre chiamata così, la mia maestra delle elementari. La osservavo mentre ci educava a un’altra esistenza possibile e mi dicevo: “da grande voglio assomigliare a lei”. Perché “un’altra esistenza possibile”? Perché noi, i miei amici ed io, venivamo da famiglie dove si parlava quasi esclusivamente il dialetto marchigiano, e la Maestra ci insegnava invece l’italiano. E che bell’italiano.  E perché noi, le mie amichette ed io, eravamo per legge non scritta destinate a studiare lo stretto necessario, abbandonare sul nascere aspirazioni a diplomi o lauree per maritarci assolutamente e quanto prima. E la Maestra, proprio perché maestra, dunque con un titolo di studio, ci dimostrava che invece i limiti e i divieti si potevano oltrepassare, eccome. Ho sempre portato con me il ricordo della Maestra Antinori: io ormai stabilita a Milano e lei nella sua casa alla periferia di Macerata che nei miei pensieri era sempre avvolta nel rosso dei tulipani che avevo visto un giorno passando accanto al suo cancello.

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Canzonette di massa e di governo

di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto*

Maria Callas durante le vacanze a Ischia nel 1957 (foto dal diario Facebook di Jose Luna). La grande soprano fece il suo debutto in palcoscenico nel 1939 al Teatro Olympia di Atene nel ruolo di Santuzza nella “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, che prese la tessera del Partito nazionale fascista nel 1932 (http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-mascagni_%28Dizionario-Biografico%29/)

Consapevole di quanto le motivazioni ideologiche e culturali fossero importanti ai fini del consenso, il fascismo dedicò un’attenzione tutta particolare al mondo della cultura e della scuola. La scuola italiana era stata profondamente ristrutturata, già nel 1923, con la riforma Gentile: una riforma, ispirata ai princìpi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare la severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche (considerate come il principale strumento di educazione delle élites dirigenti) su quelle tecniche, relegate a una funzione nettamente subalterna. Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione sia attraverso il controllo dei libri scolastici e l’imposizione, dal 1930, di «testi unici» per le elementari. Nel complesso il corpo docente si adattò senza grosse resistenze alle direttive del regime: anche se la fascistizzazione fu spesso superficiale, dal momento che molti insegnanti, formatisi nel clima culturale di prima della guerra, continuarono a svolgere il loro lavoro come avevano sempre fatto, senza concedere al fascismo nulla più che un’adesione generica.

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Quando ad andare a scuola scalzi erano i nostri figli

di Anna Caltagirone Antinori

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Treia (Macerata). È il 1951 e la giovane maestra siciliana Anna Caltagirone ha un incarico annuale nella frazione di San Lorenzo. In questa foto, che proviene dal suo archivio privato, è con la scolaresca di cui fa parte, secondo da destra in prima fila, un bambino che va a scuola scalzo, «per nulla imbarazzato di essere fotografato a piedi nudi». Nel racconto della maestra Anna un risvolto tenerissimo che lega questo scolaro alla propria sorellina

Era il 1951, con incarico di insegnamento annuale fui assegnata alla scuola elementare di San Lorenzo di Treia. È una frazione un po’ scomoda perché comprende molte case di campagna sparse qua e là sulla collina che arriva a lambire la montagna coperta da una fitta pineta. Nella scuola c’erano tutte e cinque le classi divise in due sedi: una nel fabbricato dello spaccio e la mia, appollaiata su un cocuzzolo accanto alla chiesa. La casa era di proprietà della famiglia Ciriaco ed aveva più piani. Il portoncino della scuola dava sulla piazzetta della chiesa. Si entrava in un corridoio, a destra c’era l’aula scolastica, a sinistra il mio appartamento: una camera e una cucina. Al piano di sopra abitava la famiglia del  proprietario con la quale ero in ottimi rapporti.

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«Impara», l’esortazione di Edda

di Edda Moretti Pagnanelli

ESORTAZIONE

Bambino,

che hai la fortuna

di andare a scuola,

impara,

e tu,

studente,

non perdere tempo

perché hai la testa piena di sogni!

Più tardi ti potresti pentire

ma inutilmente.

Formaio: impara,

fra un’infornata e l’altra

apri un libro o un giornale,

prendi tutto quanto c’è di buono.

Impara, muratore:

se sei bravo nel lavoro

ma se non sai le regole

della vita

ti crolla tutto intorno.

E tu, vecchia casalinga,

tra una pentola che bolle

e un calzino da rammendare,

impara il linguaggio

dei medici, dei politici,

degli specialisti di parole…

essi spesso le usano

per non farti capire,

ma tu impara,

e non ti dovrai mai pentire.

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«Quelle che Chopin sull’enciclopedia lo cercano alla lettera S.»

di Michele Di Palma

Mentre Sara legge, il padre continua a mangiare. È davvero di poche parole. Alza gli occhi dal piatto solo per guardare la figlia. Ogni tanto scruta Sara, commentando la lettura con piccoli grugniti e imbarazzanti schiocchi di palato. Poi scrolla la testa, si pulisce la bocca con il tovagliolo di stoffa suo personale, alza le spalle e lo lascia cadere sul tavolo. Si rituffa sul piatto, i gomiti alzati, arrotolando gli spaghetti con l’aiuto di un cucchiaio. Mangia rumorosamente, sbrodolando dappertutto. È proprio una bestia il padre di Sara, è la prima volta che lo vedo mangiare. Lo frequento poco perché quando vengo a studiare da Sara, a casa non ci sta quasi mai. Torna tardi la sera dal lavoro, dice lei. Qualche volta lo incrocio per strada, quando vado in Facoltà. Mi limito a un saluto frettoloso e avanzo il passo. Lui si gonfia tutto, come per darsi importanza e con una mano alzata mi saluta chiamandomi Mariotto, anzi, Mariò, una cosa che non sopporto proprio. Mi dice proprio così: «Uè, Mariò…». Che fastidio. No, non ci ho mai voluto nulla a che spartire con il signor Gianni. Lo conoscevo, diciamo così, solo di riflesso. Ora, purtroppo, lo conosco in pieno. Ma fin da quando ho conosciuto Sara avevo, di questa rozzezza, un presentimento. Forse per il mio antico pregiudizio sui padri delle ragazze che frequento: ne ho sempre avuto una paura fottuta. Sara mi ha fatto capire una volta, tra mezze ammissioni, che suo padre è un tipo brusco, che va d’accordo con pochissime persone e che con lei e la madre non ha un bellissimo rapporto. Quando sta a casa, passa tutto il tempo libero a dipingere chiuso nel suo studio. Però quella volta mi ha anche detto che a suo padre sono simpatico, che quel “Mariotto” è una prova d’affetto. Io non lo so, il padre di Sara mi sembra soltanto un animale.

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La scuola cambiava, io arrossivo e Gianni Morandi cantava “La fisarmonica”

di Eliana Ribes

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La nostra Eliana Ribes, qui in un recentissimo scatto durante un pranzo di famiglia, continua il dialogo a distanza con Mariagrazia Sinibaldi. I loro ricordi e le loro sensibilità si intrecciano (anche se non si sono mai incontrate di persona)

Cara Mariagrazia,

continuo il dialogo con te come interlocutrice perché è un modo di parlare di me che mi fa sentire a mio agio. Paola mi ha invitata a scrivere, scrivere ancora, ed io scrivo di quello che conosco meglio: la mia vita, sperando che altri ne siano interessati e ci ritrovino qualcosa di divertente o di emozionante che li riporti indietro nel tempo, perché essa, chiaramente, si intreccia in parte con la storia del costume italiano. Se così non sarà, pazienza; tu ti sei definita mia zia e sicuramente starai a sentirmi con piacere, Paola ha in comune il contesto in cui la mia vita si è svolta e ne sarà contenta.

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«La dittatura ci vietava di scherzare perché ridere era considerato immorale»

di Tefta Matmuja*

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Tefta Matmuja fotografata a Ischia dal compagno Christian. Il racconto che vi proponiamo è una lezione viva sulla storia recente ed è stato presentato da Tefta al workshop internazionale “Immigrazione al femminile e diritto all’educazione”, che si è tenuto a Roma presso il Centro di servizio per il volontariato nel Lazio (tutte le immagini provengono da Facebook)

Parlare del diritto delle donne allo studio, mi porta indietro nel tempo, nel lontano 1985, in Albania, dove vigeva il regime comunista.

Il primo settembre, avevo solo 6 anni, mi ricordo che l’emozione ed il timore, nascosti sotto il grembiule color nero, con il collare bianco e la bandana rossa, in fila in mezzo alle stesse emozioni di tanti che, come me, aspettavano la fine del giuramento recitato dalla migliore studentessa delle classi superiori, dedicato al tanto amato Enver Hoxha, al Partito, alla patria. Tutto questo solo per entrare nel palazzo con tante finestre per prendere un posto nel banco di legno, e poi conoscere il proprio compagno, e la maestra, la nostra seconda mamma. Lei sarebbe stata la nostra guida nel mondo infinito dei libri e del palazzo con tante finestre. Sono iniziati così i miei lunghi anni nel mondo della scuola.

Ogni giorno alle 7,30 della mattina dovevamo trovarci nel cortile della scuola per prepararci ad entrare in classe. Tutti sempre in fila per due entravamo: prima i più piccoli e poi via via i più grandi fino agli studenti delle ultime classi. Un ritardo comportava una punizione come dover fare una corsa girando la scuola per tre volte. La vivevamo tutti come umiliazione. Anzi, tutti, con i loro sguardi, ti facevano sentire colpevole ed umiliata allo stesso tempo.

Entrati in classe, si preparava il libro della prima lezione, e non appena bussava alla porta la maestra, ci alzavamo in piedi per darle il buongiorno in coro tutti quanti.

E passavano così le quattro ore ogni giorno, da lunedì a sabato.

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