«Sessant’anni non è un’età, è una sassata»

di Giuseppina Pieragostini*

Susan Sarandon viene evocata in più occasioni da Giuseppina Pieragostini in questo racconto. Qui l’attrice americana è in una delle foto che sta pubblicando in queste ore su proprio profilo Facebook per promuovere le iniziative a sostegno dei diritti degli omosessuali (https://represent.com/susan/susan-sarandon-dont-dream-it-be-it-limited-edition-tee)

Sessant’anni non è un’età, è una sassata. Anzi una lapidazione con sessanta sassi di quelli belli grossi che vanno diritti al bersaglio. Se sei fortunata, un colpo secco che arriva a tradimento mentre pensi che ancora tutto debba accadere, magari anche l’amore.

Ma dico io, ti sei guardata?

Prima di tutto cammini come chi non ha più niente d’interessante tra le gambe; le forme, poi, ti si arroccano protervie nei posti meno adatti ed è così che ti ritrovi quei fianchi risaliti imperterriti verso le ascelle, per non parlare delle ginocchia sempre più simili a due paracarri, le braccia ingrossate nella parte sbagliata e le guance che proliferano a comodo loro.

E non sarebbe finita, ma c’è un limite a tutto. Pure alla fenomenologia.

Le cinquantenni hanno ormai conquistato, a spinte e zampate, un posto nell’immaginario collettivo se non proprio amoroso almeno ammiccante, dando origine a un esercito di nuove amazzoni senza macchia e senza paura che guardano dritte in faccia. Tu hai percorso quegli anni di buon passo esibendo la zazzera screziata neanche fossi tornata ad essere quella ragazza prepubere piena di sogni; mentre Portia, sempre lei, la cara nemica di una vita, non scendeva dai suoi tacchi a spillo e cambiava ogni tre giorni foggia e colore ai capelli.

Una certa inquietudine s’insinua verso la fine del decennio; se la colonizzazione dei cinquanta ha spinto più in là la frontiera della terra di nessuno, quella seguita a stendersi incognita e implacabile e se non hai la fortuna di crepare prima, ti tocca farci i conti.

Hai voglia ad aggrapparti agli ultimi scampoli di età, a puntare atterrita i piedi sull’orlo del baratro; persa la tracotanza, le donne entrano stordite ed incredule nei sessanta. Fino a un attimo prima l’età era un vezzo da mostrare o nascondere a seconda del gioco e un attimo dopo un padrone implacabile.

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Silenzio in sala, sullo schermo scorrono i difficili anni Settanta

Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan sono i protagonisti del film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con cui si è aperta oggi al MIC – Museo Interattivo del Cinema di Milano la rassegna “Gli anni difficili”

di Giovanni Grazzini*

Una delle colpe della mia generazione – dice il quarantenne Elio Petri – è di non avere contribuito abbastanza alla costruzione di una società veramente democratica. Evidentemente insoddisfatto della brava battaglia combattuta contro la mafia con A ciascuno il suo, Petri sbarca dunque, armi e bagagli, nel cantiere in cui si stanno gettando le fondamenta della democrazia: nel costume civile italiano e nei meccanismi psicologici che ragioni storiche e sociali hanno alimentato. Poiché, secondo Petri e il suo sceneggiatore Ugo Pirro, una delle falle più gravi è rappresentata dagli arbitrii che comporta il principio di autorità e dalla corrispettiva paura dei cittadini nei confronti della legge, ecco un film, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che prende il problema di petto, chiamando a protagonista nientemeno che un immaginario funzionario della questura di Roma.

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Cosa si prova a tagliare la torta dopo due guerre mondiali, l’eruzione del Vesuvio, la bomba atomica (e tre figli)?

di Angela Giannitrapani

Salvatore Fergola, Inaugurazione della strada ferrata Napoli-Portici

Salvatore Fergola (1799 – 1874), Inaugurazione della strada ferrata Napoli-Portici

Cosa vorrà dire per una donna compiere cento anni?

Me lo chiedo continuamente lungo tutto il viaggio: in volo, sull’aereo che mi porta a Napoli. Mi distraggo appena un po’ dalla domanda sulla navetta che collega Capodichino con la città. Mi viene incontro una breve periferia, fatta di sopraelevate e raccordi autostradali che, presto, lambiscono edifici e condomini nati là dove una curva di cemento ha lasciato uno spiazzo di terreno o lo sovrasta col suo carico di traffico. Poi, troppo presto per essere pronti, la vera cinta della città che, tutto sommato, periferia non è, visto che si arriva alla stazione centrale dopo un paio di chilometri di vecchie case annerite, balconi stretti e arrugginiti ma con l’immancabile vaso di piantine della miseria o nastrino ricadente. Corso Garibaldi, Porta Capuana, il retro del tribunale e la stazione mi vengono incontro, mentre ancora aspetto un’anticamera che mi annunci la città. Continua a leggere

Tolsi le forcine

un racconto di Paola Ciccioli*

Paola Ciccioli, 16 agosto 2013 (foto di Fernando Palmieri)

Paola Ciccioli, 16 agosto 2013 (foto di Fernando Palmieri)

«Adesso non mi chiedere com’ero da piccola, se mia madre mi amava, se mi sentivo sola, se giocavo oppure no, se sognavo di vivere proprio quello che ho vissuto o cos’altro sognavo, e le solite storie. Non farmi domande. Sorvoliamo, ti prego, il momento delle confessioni e dei ricordi. Ho voglia di dormire. Perché non spegni la luce?».

Lui era immobile, disteso sul fianco, la testa appoggiata al braccio. E non parlava. Mi guardava con uno sguardo neutro, nessuno stupore, né offesa, né perplessità. Guardava. Tirai su il lenzuolo, l’amore era finito, che bisogno avevo di mostrarmi ancora? Quel silenzio era imprevisto. Mi aspettavo proteste, nuove carezze, scontate curiosità. E lui invece, semplicemente, teneva i suoi occhi su di me».

«Hai intenzione di andare avanti così tutta la notte?», gli chiesi. Avevo lanciato il guanto della sfida, però ero stata costretta a raccoglierlo da sola. Ero io a chiedere, ad affidarmi alle parole Continua a leggere

Dato che vado a Dublino

Quasi un apologo sulla “Chi”izzazione del giornalismo italiano

Paola Ciccioli in Irlanda, luglio 1992 (il camper è di Leonardo Angeletti)

Paola Ciccioli in Irlanda, luglio 1992 (il camper è di Leonardo Angeletti)

di Paola Ciccioli*

I

ALL’ORA DI CENA

«La giornalista irlandese Elisabeth Murphey è stata trovata uccisa questa mattina nella sua casa di Dublino. La giovane cronista aveva realizzato dei servizi sui collegamenti tra la malavita organizzata e alcuni ambienti politico-finanziari del suo Paese. La Murphey, che lo scorso anno aveva vinto il Premio internazionale di giornalismo Veritas, aveva 33 anni. Le hanno sparato un colpo alla nuca da distanza ravvicinata».

Tutto qui. Quando il conduttore del telegiornale finì di leggere queste nove righe, dallo schermo scomparve anche l’immagine di una ragazza dai capelli rossi e un sorriso da liceale. Senza audio, si sarebbe potuto pensare a un servizio sugli esami di maturità. E invece era la notizia di un omicidio Continua a leggere

L’amaca

un racconto di Paola Ciccioli*

Paola Ciccioli a una cena con i compagni di scuola (un bel po' di anni fa)

Paola Ciccioli a una cena con i compagni di scuola (un bel po’ di anni fa)

C’è un’amaca di fianco alla casa. Quando l’ho notata, appena dondolante e sospesa tra due alberi, ho pensato che fosse lì per me. Perché mi ci nascondessi, perché potessi cullarci le mie fantasie. Non riesco a frenarli, tutti questi pensieri sbagliati, questo pulsare di ricordi vivi che affluiscono in mezzo alle gambe e mi gonfiano di ridicolo i pantaloni.

“Ma come stai bene”. Lei mi ha salutato così, mi ha sfiorato le guance. Ho sentito che con le mani mi stringeva le braccia, poi mi sono concentrato sul viso, sul rossetto da signora, sulla scollatura da donna.

“Anche tu stai bene” Continua a leggere

La felpa del fuggitivo e il mio treno-galera. (Racconto a 4 mani, parte seconda)

Daniela Natale (a sinistra) con un'amica

Daniela Natale (a sinistra) con un’amica

di Daniela Natale*

Mica scemo, lui. Il bel maglioncino nuovo, morbido e caldo, costato un occhio della testa, se l’è ben messo in valigia. La felpa grigia, invece, ormai logora e con la macchiolina, mai più andata via, di vernice verde sulla schiena, quella no, non l’ha voluta. È ormai vecchia quella felpa, l’avrà indossata quelle mille e passa volte in casa, nei weekend, quando il mondo spariva e la pioggia di Milano ci invitava a chiuderci in casa e guardare un dvd senza pretese. La indossava pure quando si metteva in testa di riparare i vari rubinetti, interruttori e fili elettrici che con cadenza regolare decidevano di autodistruggersi, sempre di pomeriggio e sempre di domenica. Non chiamava mica un tecnico, lui. Non subito. Svitava, rompeva, tagliava e sbuffava, finché non c’era più nulla da fare se non chiamare qualcuno che aggiustasse quello e l’altro Continua a leggere