«Certamente, noi roviniamo il paesaggio»

di Jean-Dominique Bauby*

Mariagrazia Iannone, foto 1

Maria Grazia Iannone è infermiera e lavora nella cooperativa “ABC Zeta” di Milano. Per noi ha scelto questo brano dal libro “Lo scafandro e la farfalla” che recensirà nel prossimo post (la foto è di Giovanni Auletta)

Dopo aver ospitato alla fine della guerra le piccole vittime delle ultime stragi della tubercolosi, Berck ha abbandonato a poco a poco la sua vocazione per l’infanzia. Al giorno d’oggi vi si combattono piuttosto le miserie dell’età, l’inesorabile decadenza del corpo e dello spirito, ma la geriatria è solo una parte dell’affresco che bisogna dipingere per avere un’idea esatta della clientela dell’istituto. A una estremità del quadro ci sono una ventina di coma permanenti, poveri diavoli tuffati in una notte senza fine, alle soglie della morte. Non lasciano mai la loro camera. Tutti sanno che ci sono e hanno un peso curioso sulla collettività, come una coscienza sporca. All’altra estremità, accanto alla colonia dei vecchietti senza famiglia, si trova qualche obeso dall’aria stravolta al quale la medicina spera di ridurre le considerevoli misure. Al centro un impressionante battaglione di sciancati forma il grosso della truppa. Superstiti dello sport, della strada, di ogni tipo di incidente domestico possibile e immaginabile, transitano a Berck giusto il tempo di rimettere a nuovo i loro arti spezzati. Io li chiamo i «turisti».

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L’anoressia e il “vuoto d’amore”

di Massimo Recalcati*

Il post è illustrato con le copertine di tre diverse edizioni della raccolta "Vuoto d'amore" di Alda Merini

Il post è illustrato con le copertine di tre diverse edizioni della raccolta “Vuoto d’amore” di Alda Merini

L’anoressia è una sorta di patema d’amore e quindi, se c’è un masochismo femminile nell’anoressia, potremmo pensare a questo masochismo femminile come a una scrittura radicale del discorso amoroso, un patema d’amore, insomma.

L’intervento di Macola mi ha evocato un episodio legato a una conduzione della cura con una paziente anoressico-bulimica molto grave di circa 30 anni che aveva, da diversi anni ormai, un rapporto col cibo da tossicodipendente. C’è un momento dei preliminari di questa cura che mi sembra rilevante: accade per una circostanza particolare che io arrivi in studio con circa 2 ore di ritardo e non trovo la paziente; al posto della paziente però trovo un biglietto dove lei mi scrive che ha percepito la mia mancanza in un modo diverso rispetto alla mancanza del cibo, cioè non l’ha percepita allo stomaco. Quindi un incontro mancato ha aperto un vuoto, ma l’ha aperto non nello stomaco, non nel corpo anatomico, ma nel desiderio. È un vuoto che potremmo chiamare un “vuoto d’amore” e che ha permesso a questa paziente intanto di non ricorrere all’abbuffata bulimica e poi di portare una metafora: l’analista in quanto oggetto è mancato tanto quanto prima mancava il cibo, dunque un significante ha preso il posto di un altro significante e ha reso possibile una costruzione metaforica.

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