«Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue»

di Salvatore Quasimodo

Dunque davvero i poeti sono dei veggenti? A leggere questa poesia del Premio Nobel per la Letteratura, inserita nella raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947, sembra proprio di sì.

Dedichiamo questi versi di Salvatore Quasimodo a tutte le persone che hanno perso la vita durante le migrazioni e in particolare a quelle bambine e a quei bambini per i quali non è neppure possibile, per usare le parole del poeta, alzare «tombe in riva al mare». Secondo le stime dell’Unicef, soltanto nel 2017 «oltre 400 bambini sono morti nel tentativo di compiere il viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia all’Italia, mentre in migliaia sono stati vittime di abusi, sfruttamento, schiavitù e detenzione mentre transitavano attraverso la Libia» (https://www.avvenire.it/attualita/pagine/unicef-nel-2017-morti-in-mare-400-bambini)

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Incontro con la «pescatrice di vite perdute»

di Angela Giannitrapani

Due scatti di Angela Giannitrapani sull’incontro con Maria Rosa Cutrufelli, coordinato da Vittoria Longoni, alla Casa delle donne di Milano. A dialogare con la scrittrice anche Laura Lepetit, fondatrice della casa editrice “La Tartaruga”

Avevo diciotto anni ed ero affamata di storie. Ma non di storie qualsiasi.

A quel tempo, verso la fine degli anni Sessanta, noi ragazze si viveva in una specie di vuoto. Ben pochi, allora, erano i libri che si preoccupavano di testimoniare, documentare o addirittura provare la nostra esistenza nella Storia. A un certo punto però, (difficile stabilire esattamente «quando») cominciammo a stufarci di questa faccenda, cioè di non possedere un passato. Anche se, in compenso, proprio la Storia – qualcuno preferiva parlare di Natura – ci aveva rifornito di un bel piedistallo su cui troneggiare: la famosa  «femminilità». Ma qui si apriva una contraddizione. Perché, Storia o Natura, il fatto è che ciascuna di noi, pur essendo in modo incontestabile una singola entità, si trovava poi a far parte di un insieme, una specie di splendido e ancestrale organismo collettivo chiamato appunto «La Donna». Poesie, canzoni, film, romanzi… Chi mai poteva sostenere che quella «Donna» vivesse in un vuoto? Quante, ma quante opere dedicate a Lei, ispirate da Lei, che ragionavano di Lei, che la svelavano a se stessa! Che altro c’era da aggiungere a tutto quel ben di Dio?

Mi sentivo un po’ confusa. Non sapevo che pensare. Però, sicuramente qualcosa non tornava: avevo l’impressione che il mito della «Donna» non corrispondesse affatto alla vita e all’esperienza delle «donne». Pensa e ripensa, giunsi alla conclusione che quel magnifico singolare era in realtà un dono avvelenato, capace di annullare con il suo peso le nostre varie e «plurali» esistenze. E allora, poiché non volevo più vivere immersa in una femminilità senza tempo, senza volto e senza voce propria, cominciai a cercare, nella Storia, le storie. Divenni una «pescatrice di vite perdute». Così scrive Don De Lillo in quella meraviglia di romanzo che è Underworld: «le donne sono pescatrici di vite perdute».[…]Noi, ragazze di fine anni Sessanta, all’improvviso o forse no, in qualche maniera, non so come, diventammo crocerossine di noi stesse. E, di conseguenza, pescatrici di vite perdute.

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Emma e un sorriso che sa di preghiera

di Eliana Ribes*

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Il sorriso di Emma Lulani, fotografata da Francesco Cianciotta per la mostra “Radici” ideata da Paola Ciccioli. Questo post di Eliana Ribes è stato scritto prima che Emma, novantatreenne, fosse costretta a lasciare la sua casa di Urbisaglia, nelle Marche, a causa del terremoto. Ora è sempre Eliana che ci aggiorna: «Emma sta a Macerata dalle sue, chiamiamole così, “consorelle” della Mater Misericordiae, in via Crispi. Ha preferito, e a ragione, questa sistemazione a quella della Casa di riposo dove, avendo la casa inagibile, si è trattenuta solo qualche giorno. Mio marito Silvano è andato a farle visita e l’ha trovata benissimo». Una carezza, Emma (e continua a farci pregare per Lina, grazie!)

Emma ad Urbisaglia è Emma, non occorre aggiungere il cognome. Ha novantatré anni ma è ancora piena di vitalità, circola per il paese, si interessa delle situazioni famigliari più critiche, cerca di capire se può fare qualcosa, e se non può fare niente ritorna a casa e recita una preghiera per chi ne ha bisogno. Il resto della giornata lo passa prevalentemente a confezionare a ferri o all’uncinetto dei lavori che le sono stati commissionati, il cui ricavato devolve alle missioni, interrompendosi ogni tanto per fumare una sigaretta.

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E quindi uscimmo a riveder… le parole del cambiamento

di Chiara Pergamo

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Illustrazione di Marcella Brancaforte da “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano” di Cecilia Robustelli e con la prefazione di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca (Gi.U.Li.A. Giornaliste, 2014) http://giulia.globalist.it/

Io e Virginia Raggi abbiamo un problema in comune. No, non parlo di un taglio di capelli che non ci valorizza (quello comodo, che gli dai solo una spuntatina), ma di una questione linguistica. È ormai chiaro che i telegiornali, le testate online, le radio e la gente in genere non sa più come chiamare questa donna: dal momento che tiene lei le redini del Comune di Roma, si dice che è il sindaco o, essendo lei femmina, è una sindaca? O vogliamo optare per un più ibrido la sindaco?

Da dove nasce il parallelismo con me: siccome ho ottenuto la presidenza dell’associazione di cui faccio parte, sono il presidente o la presidentessa o la presidente, che persino Word me lo sottolinea come errore?

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Quanti sprechi (anche di buonsenso) sui pasti agli stranieri

di Erica Sai*

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“Èqua la festa 2016” (foto dalla pagina Facebook del GIM, Gruppo Impegno Missionario)

Gaily ha 24 anni e un’espressione che ne fa mostrare molti di più. A volte esplode in qualche risata, tante altre lo sguardo si perde nel vuoto. È arrivata dalla Nigeria su una di quelle barche che vediamo approdare sulle nostre coste del sud. È sbarcata in una città della quale sa il nome ma non la localizzazione geografica, una smorfia fa capire che non le interessa per niente saperlo e lo posso ben capire. Anzi no, cosa posso capire io che ho trascorso questi miei anni di giovinezza in università, in una bella casa, al lavoro in un posto comodo, su e giù da automobili, treni, aerei. Posso immaginare, ecco posso immaginare che quel viaggio, con buona probabilità caratterizzato da tutte le atrocità che qualche giornale ci racconta, voglia ben dimenticarlo.

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“L’albero ginecologico dell’Agenzia delle entrate e uscite” Ovvero: quando la burocrazia fa piangere dal ridere

di Rosa Di Paolo

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Questa immagine arriva da Rosa Di Paolo, autrice di questa e altre importanti testimonianze scritte appositamente per il nostro blog. Oggi Rosa racconta, dall’interno e con la leggerezza e l’ironia che le sono proprie, il lato comico della burocrazia

In tutti questi anni trascorsi all’Agenzia delle entrate, a contatto con i contribuenti, spesso mi sono imbattuta in espressioni “divertenti”, “ bizzarre,  dovute al linguaggio tecnico che viene utilizzato nel luogo in cui io lavoro.

Linguaggio difficile da capire per la maggior parte delle persone.

Infatti, i termini burocratici usati sono di derivazione tecnico-giuridica e non sempre possono essere sostituiti da parole comuni.

Sono termini di significato univoco, che non vengono utilizzati al di  fuori del linguaggio settoriale, sono lontani dalla vita quotidiana, inaccessibili al grande pubblico, comprensibili solo dagli “addetti ai lavori”.

Si pensi ai termini: usucapione, enfiteusi, de cuius, detrazioni, deduzioni, ecc…, difficili da far recepire alla massa eterogenea che affolla gli sportelli dell’Agenzia. E, come se non bastasse, il linguaggio della burocrazia è influenzato anche dall’inglese: front-office, back-office, audit, tax-compliance, audit, check-list, customer-satisfaction, ecc.

Proprio a causa di questo linguaggio indecifrabile, talvolta vengono fuori da parte dei contribuenti “interpretazioni soggettive”, strafalcioni”, che fanno sorridere.

Chi lavora in Agenzia, però, ha sviluppato ormai una certa abilità di traduzione e riesce a capire al volo quello che il contribuente vuole dire.

Io vorrei condividere con voi alcune di queste espressioni seriose,  che si rivelano molto scherzose.

All’Agenzia Entrate e Uscite”: indirizzo su una busta indirizzata all’Agenzia.

Oggi vi ho fatti tutti”: cioè “sono stato a tutti gli sportelli”  (da un contribuente al collega).

Senta, ho fatto il 730 insieme a marito e moglie”: congiunto.

Il mio codice fiscale presenta un orrore“: errore.

Mi scusi il ritardo, venendo qui ho incontrato dei “branchi di nebbia: banchi (di nebbia).

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Ritratti a parole

di Elena Novati

Domani è sabato e il sabato è dedicato ai ritratti a parole di Elena, che qui spiega come è nata l’idea di dipingere scrivendo.

Elena Novati, immagine dal suo profilo Facebook

Elena Novati, immagine dal suo profilo Facebook

Ritratti a parole: siccome non so decisamente tenere in mano una matita per fare un disegno degno di tale appellativo, ho pensato che fosse meglio prendere la penna e mettermi a fare dei ritratti-scritti. Non metterò volutamente il nome dei soggetti, solo le iniziali, ma se vorranno potranno commentare e “svelare” la loro identità. Non mi interessa dirvi se una persona sia bella o brutta, mi interessa solo raccontare chi è per me.

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