Questo mio figlio che colleziona aeroporti e trasforma le sue due vite in arte

di Mariagrazia Sinibaldi

Francesco Cianciotta, per Mariagrazia Kikki, ritratto da piccolissimo da una sconosciuta fotografa che era rimasta "abbagliata" da lui vedendolo ai giardinetti con la mamma

Francesco Cianciotta, per Mariagrazia Kikki, ritratto da piccolissimo da una sconosciuta fotografa che era rimasta “abbagliata” da lui vedendolo ai giardinetti con la mamma

Questo mio figlio strano… questo strano  figlio mio…

Si aggira per la casa con aria svagata e un sorriso, svagato anche lui, sulle labbra un po’ strette… La valigia aperta sul tavolo… Ci mette e ne toglie cose borbottando tra sé… padreggia*…. Ma, per carità non diteglielo, si arrabbierebbe  moltissimo! Sta per partire per l’Etiopia per un servizio fotografico… Così l’hobby è diventato lavoro; o meglio, diciamo così, lui lo ha trasformato, con sinibaldesca cocciutaggine, in lavoro… un lavoro appassionante.

Lo guardo, questo mio amato figlio strano, da lontano… Che non si accorga della mia preoccupata attenzione; e in mezzo alle mie considerazioni vedo chiaramente arrivare il suo urlo liberatorio: «109… è il centonovesimo aeroporto!»**… ecco… suo padre collezionava Paesi, lui colleziona aeroporti.

Ma mentre per suo padre il Paese restava Paese, per lui gli aeroporti si trasformano in oggetto di studio e li riporta nelle sue belle foto che diventano opere d’arte. Per lui l’aeroporto si compone di due soli elementi: lui stesso e la realtà… lui che guarda la realtà che è al di fuori di lui e che talvolta è così lontana e separata da lui da trasformare lui in oggetto guardato dalla realtà, che si è trasformata in soggetto. Il tutto immerso in un’atmosfera svagata di sognante attesa.

Questo figlio mio strano… Che vivrebbe due vite contemporaneamente e ambedue le vivrebbe  affannosamente, pienamente, appassionatamente e senza riserve.

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Storia di una foto nella Milano in rosso

Paola Ciccioli dopo il funerale di Franca Rame (foto di Sandro Bizzarri)

Paola Ciccioli dopo il funerale di Franca Rame (foto di Sandro Bizzarri)

di Paola Ciccioli

Questa foto ha una storia che vuole essere raccontata.

Venerdì 31 maggio, intorno all’una, davanti al Teatro Strehler di Milano. La commemorazione di Franca Rame è finita ma ci sono ancora capannelli che commentano, discutono, ricordano. Sulla facciata del teatro una grande immagine verticale dell’attrice che quasi sfiora una pedana in metallo su cui sono adagiati mazzi e mazzi di fiori. Alcune donne estraggono dal cellophane una rosa per portarla a casa, in memoria di un addio e un giorno in rosso. Mi avvicino, sono tentata di fare la stessa cosa, ma mi chiedo se sia giusto, se sia corretto.

Avevo un appuntamento alle 11, l’ora in cui Dario Fo ha tessuto un merletto di parole, forse le sue migliori, per lasciar andare la moglie. Sono arrivata che l’ufficialità era archiviata ma mi piace così, mi piace di più. Del resto, con Alba eravamo passate dal Piccolo a notte fonda per salutare questa donna, tutte e due abbiamo più di un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Un debito antico, degli anni dell’università – lei a Napoli, io a Urbino – quando andavamo a vedere i “loro” spettacoli – di Dario Fo e di Franca Rame – per imparare, per crescere, per credere. Per fare la nostra parte. Eravamo ignare l’una dell’altra, sono state Milano e i nostri valori che sono corsi paralleli a unirci nel sentimento della condivisione.

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