Selfie in bianco e nero

Un racconto di Anna d’Andrea*

Questo non è un selfie ma un’opera di Liliana Porter: “Forty Years (self portrait with square 1973) (2013)”. Il suo sorriso in bianco e nero sul tempo che passa e ci cambia ci è sembrata l’immagine giusta per illustrare la prima parte di questo intenso racconto di Anna d’Andrea. Su Liliana Porter torneremo, intanto ricordiamo che è nata a Buenos Aires nel 1941, che vive a New York e che è presente alla Biennale Arte di Venezia 2017 nel Padiglione del Tempo e dell’Infinito (https://www.youtube.com/watch?v=3oBsLvGN1D8)

«Fulmineo precipita il frutto di giovinezza»

(Mimnermo)

Il riverbero del sole sull’acqua mi abbaglia, nell’aria infuocata del tramonto percorro il ponte quasi di corsa, in mezzo alla calca di turisti e sfaccendati, trascinandomi dietro l’incolpevole Gi che, per fortuna, è avvezza alle mie bizzarrie.

Continua a leggere

Annunci

Canzone per Rita

di Erica Sai

canzone

L’immagine è tratta dal video di “Canzone” di Lucio Dalla, citata da Erica Sai in questo ricordo familiare di Rita Barozzi, morta tre giorni fa a 102 anni (il brano è contenuto nell’album “Canzoni” del 1996)

Rita è morta. Poco fa, sì. Aveva 102 anni, quasi 103 perché li avrebbe compiuti all’inizio di maggio; il 4 per la precisione, proprio come Lukas (il mio quasi nipotino) che invece ne farà due. Non ero lì, però secondo me è morta come è vissuta: senza “disturbare”.

Rita era una parente dal mio ramo paterno, cugina di mio nonno Valente; il nonno che non ho conosciuto perché è morto troppo presto, troppo anche per mio papà che era solo un bambino. È stata madrina di battesimo di mio papà, per quanto ne so in passato erano stati tenuti abbastanza vivi i rapporti con mia nonna che raccontava qualche episodio. A quei tempi c’era anche Livia, una cugina che ha vissuto tutta la vita con Rita e che molti anni fa ha iniziato ad ammalarsi. Comunque, mia nonna non aveva un gran bel carattere, mal sopportava le pesantezze caratteriali di Livia, e non era una persona molto predisposta a tirare per le lunghe le relazioni di aiuto. È stata mia mamma ad entrare nella dinamica e prestare la sua mano. Con la spesa al supermercato, poi con i medici, con l’assistenza in generale. Da decenni possiamo ormai dire.

Continua a leggere

«Sono fanatica dei colori: perfino il mio spazzolino da denti deve essere in tinta con il dentifricio»

di Serena Siniscalco*

serena-1

Serena Siniscalco l’estate scorsa in due scatti di Paola Ciccioli

Amo il rosa ed il giallo, il morbido, il lucente. Ho innato il senso estetico del bello, della pulizia, dell’ordine, dell’educazione ed anche (perché no?) della disciplina. Amo tutto ciò che è circolare o decisamente rotondo. In architettura amo gli archi di ogni genere (a tutto sesto, ellittico, acuto, moresco ecc.) Detesto viceversa gli angoli, i triangoli, gli spigoli in genere e tutto ciò che ha punte. Mi piace la montagna più del mare, la neve della quale non mi finisce lo stupore, il venticello fresco sul viso e sui capelli e la pioggerella settembrina perché pone fine all’estate afosa ed accecante che oramai poco sopporto.

Continua a leggere

«Ecco cosa mi ha fatto diventare un’orgogliosa infermiera»

di Maria Grazia Iannone

Maria Grazia

Maria Grazia Iannone in due foto tratte dal suo profilo Facebook. Appassionata lettrice, ha già firmato sul nostro blog la recensione del libro “Lo scafandro e la farfalla” mentre un altro suo testo è già pronto per la pubblicazione

Buongiorno a tutti, mi presento: sono Maria Grazia Iannone. Ho 27 anni e sono un’orgogliosa infermiera che assiste a casa gli invalidi al 100 per cento, ovvero coloro a cui il Sistema sanitario nazionale riconosce il diritto di prestazioni sanitarie domiciliari gratuite.

Ciò che sento dire spesso è che il mio lavoro è una missione, una sorta di vocazione o di fede. Ebbene, sono convinta che non sia affatto così.

Al liceo, ciò che mi appassionava più di qualsiasi altra cosa era la psicologia – seguivo l’indirizzo sociopsicopedagogico ormai scomparso. Le sfaccettature dell’uomo adulto viste con gli occhi della scienza erano affascinanti almeno quanto lo sviluppo e la crescita del bambino. In quel periodo volevo diventare un’assistente sociale ed impegnarmi per le famiglie disagiate.

Continua a leggere

“È come vivere ancora. La vera signora del blog”

di Paola Ciccioli

mariagrazia

Mariagrazia Sinibaldi in un ritratto del figlio Francesco Cianciotta. Con lei l’inseparabile computer e, ora, anche il suo libro che raccoglie una selezione ragionata dei post pubblicati su questo blog

«Siamo due viaggiatrici o no?», mia domanda. «Ok» di risposta con tre coccinelle beneauguranti a colorare il messaggio. Dunque, partiamo (a dio piacendo). Per dove? Per la prima presentazione ufficiale di “È come vivere ancora”, il primo libro di Mariagrazia Sinibaldi, che è anche la prima creatura dell’Associazione Donne della realtà (che non ha neppure compiuto il suo primo anno di vita). Porterà bene questa serie di “primo”, “prima”? Ce lo auguriamo, ovviamente. Ma credo che le tre coccinelle abbiano già fatto un discreto lavoro.

Continua a leggere

Gay Pride, c’è sempre una prima volta (anche per Varese)

di Erica Sai

Varese Pride 3

Sabato 18 giugno: un abbraccio che vale più di mille proclami al primo Gay Pride di Varese. La nostra Erica Sai ha partecipato alla manifestazione perché, come giustamente sottolinea in questa sua riflessione, i diritti riguardano tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale di ciascuno di noi (foto dalla pagina Facebook di Varese Pride)

Le bandiere arcobaleno sventolano qua e là. Spicca una bandiera della Sardegna, solitaria. Non manca mai una bandiera sarda quando c’è l’occasione per portarla in giro. Un fiume di persone per il primo Varese Pride, un concentrato di colori che si snoda a dipingere le vie della città. Una sveglia per Varese, che suona a squilli decisi; un movimento nuovo per questo luogo talvolta troppo grigio, troppo conservatore di quel conservatorismo che finge di non vedere, che vuol convincersi che alcune cose non esistano voltando lo sguardo.

Continua a leggere

Ebe e la Vespa, una storia d’amore

di Mario Chiodetti

Chiodetti 1

Mario Chiodetti sulla “sua” Vespa. Lo ringraziamo per averci affidato questa bellissima dichiarazione d’amore nei confronti della sua “mamma in Vespa”

La prima Vespa di mia mamma fu una 125 “faro basso” del 1952, di quel verde acido metallizzato che faceva pensare a un coleottero, una grossa cetonia ronzante con un manubrio quasi da bicicletta a sostituire le antenne. L’acquistò a Gavirate, dall’Ossola, uno dei primi rivenditori Piaggio del circondario, che dopo tante Guzzi vendute si era incaponito a puntare su quella strana motoretta con le ruote come le gambe di Charlot, progettata da uno che si intendeva di aeroplani e avrebbe rivoluzionato il modo di muoversi dell’italiano nel dopoguerra.

A mamma luccicavano gli occhi quando parlava della sua prima Vespa, che noi bambini non vedemmo mai se non in qualche vecchia fotografia, perché fu venduta prima del matrimonio, come il “Galletto” di papà, che in quel 1958 già viaggiava in “Topolino”. La mamma in Vespa per noi manteneva un’aura di leggenda, conoscevamo le sue imprese dai racconti, sapevamo che si era spinta anche molto lontano da Varese, a volte era andata perfino al mare, in Liguria, facendo qualche tappa e scollinando dal Passo dei Giovi.

Chiodetti (ancora mamma)

Ebe Rosa-Brusin, giovane e deliziosa, in sella alla Vespa 125 faro basso

Con lei c’era spesso l’amica Jolanda, le univa la voglia di libertà e di emancipazione, in quegli anni ’50 di grande energia e voglia di crescere. La mamma leggeva le “Meduse” di Maugham e Daphne du Maurier, ascoltava il Duo Fasano e Achille Togliani, si faceva cucire vestitini a pois dalla Olga, lavorava alla Banca d’Italia e la domenica si metteva il caschetto di pelle e volava, a settanta l’ora, sulle strade ancora impolverate della periferia, fino a vedere il mare.

La Jolanda la conosceva dalle elementari, poi avevano frequentato le magistrali, fatto le adunate delle Piccole Italiane con flessioni e coreografie con cerchi e nastri, quindi un po’ di università: filosofia mamma, l’Isef la Jolanda, che sarebbe diventata l’incubo delle ragazze del ’68 come insegnante di ginnastica al liceo classico di Varese. L’impiego in banca però era più allettante, così la Ebe abbandonò la Statale e prese la strada del grembiule nero e degli occhiali da cat woman, allora di gran moda, e io bambino, la manina in quella nodosa di mio nonno, andavo ad aspettarla all’uscita del vasto edificio in pietra scura che pareva una cassaforte.

Continua a leggere