Donatella Martini: «Basta con la politica fatta solo dagli uomini»

Donatella Martini Ciampella presiede DonneInQuota, Associazione nata a Milano nel 2006 dal corso “Donne, Politica e Istituzioni”, promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità e riproposto in più edizioni in decine di università italiane allo scopo di favorire l’ingresso delle donne in politica (http://www.donneinquota.org/info/chi-siamo)

INTERVISTA –  È la presidente di DonneInQuota, una delle Associazioni che sostengono il ricorso per sciogliere la Giunta della Lombardia. Perché c’è soltanto un’assessora.

La Regione Lombardia ha 15 assessori uomini e solo uno che è donna. Voi, per questo motivo, volete addirittura far sciogliere la Giunta Regionale. Non è una misura un po’ estrema?

Se la Giunta viola il proprio statuto, lo prevede la legge. E, per quanto riguarda la presenza – o meglio l’assenza – di donne negli organismi di governo, è già stato fatto in almeno due casi.

Altre Giunte annullate? Dove?

In Campania: il Consiglio di Stato lo scorso 28 luglio ha fatto decadere la Giunta perché c’era una sola donna. In Sardegna, ad agosto: lì di donne non ce n’era neanche una. Lo stesso è successo in una dozzina di Comuni. Compreso quello di Roma: il 26 luglio il Tar ha annullato la giunta del sindaco Gianni Alemanno, che ha dovuto rifarla.

E adesso quante assessore ci sono?

Alemanno ci ha prese in giro: ha aggiunto una sola donna, portandole a due. E infatti le associazioni locali stanno studiando un nuovo ricorso.

Lei ha detto che in Lombardia la presenza di una sola donna su 16 assessori contraddice lo statuto regionale: cosa prevede?

Non fa numeri o percentuali. Ma, all’articolo 11, intitolato “Uguaglianza tra uomini e donne. Pari opportunità”, stabilisce tra l’altro che la Regione debba “garantire e promuovere la democrazia paritaria” e che “promuove il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo della Regione” e nelle società o enti ad essa legati.

Da qui il ricorso: come sta andando?

Il primo, quello al Tar, è partito l’estate scorsa dall’associazione Articolo 51 (che è un’associazione di donne di destra), con il sostegno di altri gruppi della società civile, tra cui il nostro. Ma è stato respinto.

Con quali argomentazioni?

Assurde. Ci hanno detto che il principio è giusto, ma che abbiamo ancora tanto cammino da fare. Che vuol dire? Che siccome la politica è indietro, noi dobbiamo rimanere indietro?

E quindi?

Articolo 51 ha fatto un nuovo ricorso, stavolta al Consiglio di Stato. Noi come DonneInQuota consegneremo in questi giorni quello “a sostegno”. E siamo ottimiste.

Ottimiste? Perché?

Nel decreto di annullamento della Giunta campana da parte del Consiglio di Stato c’è scritto che la sentenza del Tar della Lombardia è sbagliata, perché “democrazia paritaria” non vuol dire una donna sola. E questo è un precedente che pesa.

Quanto ci vorrà per avere una risposta?

I tempi sono abbastanza veloci: con il Tar abbiamo avuto la sentenza dopo tre mesi.

Perché è importante che negli organi decisionali ci sia un numero adeguato di donne?

Non esiste vera democrazia se gli organi rappresentativi non sono lo specchio della composizione della società. Dove le donne sono la maggioranza. Alla Camera, però, sono solo il 21%. In Senato il 19%. Troppo poche: se non si supera la soglia del 30% non si riesce a fare la differenza, perché non si ha sufficiente peso decisionale.

Ma c’è una differenza nel modo di fare politica degli uomini e delle donne?

Il politico porta in Parlamento gli argomenti che a suo dire sono importanti. E l’esperienza di uomini e donne è diversa. Basti pensare ai problemi del nostro welfare.

Il welfare, cioè il cosiddetto stato sociale: che problemi ha in Italia?

Si basa tutto sul lavoro occulto delle donne. Siamo il Paese in Europa che investe meno nei servizi alle famiglie, nella cura dei bambini e nell’assistenza agli anziani. E poi ci si chiede perché le italiane non fanno figli.

Nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. Perché?

Lì, a partire dagli anni’ 70, si sono mossi i partiti. E hanno iniziato a darsi un’autoregolamentazione interna.

Come mai in Italia questo non succede?

Siamo ancora un Paese maschilista. Da noi l’unico partito che ha nel suo statuto l’uguale rappresentanza tra uomini e donne è il Pd. Ma anche lì molti politici importanti non sanno niente delle questioni di genere. O le ritengono irrilevanti.

Un’obiezione all’uguaglianza di genere imposta dall’alto è: se le donne valgono, si fanno eleggere o nominare.

Non è così. Perché in Italia sono gli uomini che decidono chi candidare o nominare, e scelgono ancora i loro simili. Non capiscono che per decidere del bene comune c’è bisogno anche del punto di vista dell’altra metà del cielo. E se aspettiamo il loro cambiamento culturale, ci arriviamo tra 150 anni.

di Elena Tebano (elena.tebano@rcs.it)

da City – 28 settembre 2011

AGGIORNATO IL 16 FEBBRAIO 2018

Donne uccise e giornali, protestare serve

«Ma quale amore!?» ha protestato Valeria Palumbo contro le cronache dei maggiori quotidiani a proposito della scia di assassinii di donne di queste settimane. «Ma come vi permettete di fare in questo modo un lancio di agenzia su un triplice tentativo di stupro?» si è indignata contro l’Ansa una parte della redazione di City. In entrambi i casi i destinatari della protesta (potete leggerlo sul nostro blog) hanno cambiato rotta. Da registrare anche l’intervento su Sky del direttore dell’Europeo Daniele Protti, che si è unito al coro indignato di giornaliste e lettrici. Dunque, far sentire la propria voce serve. Eccome. Il Corriere della Sera, ad esempio, si è affrettato a pubblicare il commento dello psichiatra Vittorino Andreoli che vi riproponiamo. Continua a leggere

Le parole che fanno la differenza

I lettori spesso non lo sanno, ma buona parte dei giornali italiani – di tutti i giornali – è costruita grazie ai lanci di agenzia. Questo vale ancor di più per free press, siti internet, radiogiornali. E l’agenzia più autorevole di tutte, almeno per le cronache italiane, è l’Ansa.

Ieri pomeriggio alle 18 ha battuto un lancio che lasciava basiti. Si intitola «Studente tenta stupro 3 donne, “Alla bellezza non resisto”» e riporta la cronaca di tre tentate a violenze sessuali, nell’imperiese. L’autore delle aggressioni è un minorenne. Il caso è grave, ma il lancio di agenzia è scritto come se fosse quello che in gergo si chiama un pezzo di costume. Che so: «Contro il caldo in città, bagni nelle fontane». Un passaggio, in particolare, è sconcertante: Continua a leggere

Non ci bastano i lavori di serie B

Renée Etogo – Camerunense, vive in Italia da quando aveva 19 anni e lavora nel marketing. È stata scelta tra i 25 studenti di Talea, scuola di leadership per immigrati.

di ElenaTebano da City 7 giugno 2010 Continua a leggere

Su City intervista a Teresa Vergalli, partigiana: «Eravamo “eroine”, e non lo sapevamo»

di Elena Tebano
da City del 23 aprile 2010

Maestra in pensione, Teresa Vergalli è una bella signora di 83 anni. Quando ne aveva 16 sfidava i posti di blocco fascisti e nazisti, disarmata: era una staffetta partigiana.
Com’è che una ragazzina di 16 anni inizia a fare la guerra?
Di nascosto da mia madre e mio padre, che pure era un partigiano, ma non voleva: sapeva quali rischi avrei corso. Continua a leggere

City intervista Gabriella Cims: “Basta condire la tv con pezzi di donne”

Gabriella Cims Consulente del ministero delle Comunicazioni, propone un codice per evitare che le donne in tv siano usate come “pezzi di carne”.

di Elena Tebano

Lei ha scritto una proposta per modificare il contratto di servizio della Rai. Perché?

Il contratto di servizio è quello che stabilisce i doveri della Rai, cioè della televisione pagata con le tasse dei cittadini. Io ho chiedo che venga modificato per evitare di dare un’immagine distorta delle donne.
Si riferisce al cosiddetto “velinismo”?
Mi riferisco al fatto che ogni trasmissione televisiva, in qualsiasi contesto, viene condita con pezzi di carne di donna. Continua a leggere

Da City – Anne Maass: “Serve un antitrust della politica”

ANNE MAASS è professoressa di psicologia sociale all’Università di Padova. Ha proposto un “antitrust della politica”: regole che proteggano i cittadini da una concentrazione ingiustificata di potere. Quello dei maschi.

Perché serve un antitrust per la politica?
Per correggere una situazione ingiusta e scandalosa: il fatto che il potere politico, come del resto quello economico, è quasi tutto nelle mani di uomini.
Questo cosa comporta?
Nelle settimane scorse abbiamo ricevuto due pagelle contrastanti: ci siamo riconfermati il sesto Paese più ricco del mondo. Ma il World Economic Forum ci ha collocato al 72° posto al mondo per l’eguaglianza di genere, cioè tra uomini e donne. Siamo lontanissimi dalla maggior parte dei Paesi europei…
Loro dove stanno nella classifica?
Tutti i primi posti sono presi dal Nord Europa. L’Italia invece è stata superata da tanti Paesi in via di sviluppo, come Mozambico e Sri Lanka. Siamo retrocessi dal 67° al 72° posto. Continua a leggere