Zita e «il richiamo per scegliere il cibo giusto»

di Angela Giannitrapani*

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“La lattaia” (particolare), «dipinto a olio su tela di Jan Vermeer, databile al 1658-1660 circa e conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam.» (da Wikipedia)

Da quanto tempo non andava più al cinema o leggeva un libro? Se lo chiese mentre si preparava il suo primo pranzo da vedova, ma il profumo di mare che esalava dal pesce le restituì il senso del suo corpo e con esso anche lo spirito. Aveva salato a dovere, aveva aggiunto un ciuffo di prezzemolo e una fetta di limone all’acqua, avrebbe anche potuto aggiungere uno spicchio di aglio per dare a quel severo pesciolino un po’ di vivacità, perché Zita non era certo vecchietta da minestrine e pappine pallide. Sentiva che il sangue le scorreva nelle vene con certi cibi ed era fermamente convinta che chiunque avesse bisogno di tutto ciò che il Padreterno aveva messo a disposizione degli uomini per coltivare e raccogliere, nulla escluso. L’alternanza dei colori a tavola, dei profumi delle stagioni, delle forme della terra, dei sapori che l’abilità e la fantasia di una cuoca sapeva miscelare erano un comando preciso del suo corpo e di tutti i corpi che solitamente vengono affidati a una donna. Certo, molti di loro non lo sanno e dunque vanno istruiti, educati e allenati ad ascoltare il richiamo per scegliere il cibo giusto. Aveva fatto così per i suoi bambini, inondandoli degli aromi della sua cucina, delle sue carni pasticciate, dei pesci variopinti, dei fritti dorati, delle verdure nascoste, delle uova mascherate e dei frutti in pezzi audacemente maritati e talvolta benedetti, perché no, con uno spruzzo di vinsanto. Aveva anche abbreviato le canoniche fasi dello svezzamento, con sua grande soddisfazione e con quella dei suoi figli. Solo con il marito non era riuscita ad ampliare il repertorio, metodico e abitudinario com’era. Man mano, però, negli anni aveva ritoccato qua e là le sue pietanze aggiungendo, sempre aggiungendo, mai togliendo e aveva finito per dare personalità e, a suo giudizio, gusto a quei piatti monotoni e incolori che solo una donna distratta e infelice può somministrare a un uomo.

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Antonia Pozzi e la “profonda commozione umana”

di Antonia Pozzi*

Il volto e i versi di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) in un cartello turistico alle porte di Pasturo, la località in provincia di Lecco dove la poeta è sepolta. La foto è stata scattata da Paola Ciccioli il 4 maggio 2021.

Flaubert, o dell’uomo-artista: tale è il problema di chi si ponga dinnanzi a questa umanissima figura di lavoratore dell’arte e cerchi di penetrare il segreto della sua genialità creativa.

Se è vero che in arte, a differenza che in filosofia, solo i problemi risolti contano e sul marmo nessuno cerca l’impronta delle mani che hanno foggiato la statua, ma piace in genere di considerare l’opera come già nata e avulsa per sempre dalla persona umana, dalla carne, vorremmo dire, del suo creatore, a noi è parso invece che qui, e soltanto qui, forse, nella storia della moderna cultura, non solo fosse lecito, ma anzi necessario, non recidere il legame vitale che intercorre fra problema di vita e problema d’arte, poiché questo legame costituisce da solo, in questo caso, il fondamento e il valore di tutta una personalità. Continua a leggere