Il pane, la pasta e la tessera annonaria

di Anna Caltagirone Antinori*

Aspettando di lasciare andar via anche quest’anno, passiamo la parola alla più grande delle nostre autrici che – infiniti auguri – di anni ne ha superati 90. Per il sito www.donnedellarealta.it, in Rete da pochi giorni per presentare i principali progetti dell’Associazione Donne della realtà, una sua foto da ragazza ci fa entrare, con interesse ed emozione, nel capitolo della nostra storia collettiva chiamato “guerra”. Di seguito la prima parte della nuova testimonianza, la signora Anna ce l’ha inviata con il titolo “Per la tessera annonaria”.

Salutiamo Anna Caltagirone con un dipinto (anche lei dipinge…) di Francesco Lojacono, “Veduta di Palermo” (1875). Un omaggio alle sue origini, alla città Capitale italiana della cultura 2018 e a quel mare, giù in fondo, che è sempre nei suoi ricordi (https://www.youtube.com/watch?v=u56-biqBc-E)

Nell’aprile del 1943 avevo 16 anni e frequentavo a Palermo il penultimo anno presso l’istituto magistrale Regina Margherita. A scuola andavo bene e con una buona media dei voti, ogni anno ottenevo come orfana di ferroviere, una borsa di studio dalle Ferrovie dello Stato, che mi permetteva di andare avanti senza difficoltà.

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Il nuovo destino di Tefta tra libertà e pregiudizi: «voi albanesi, brutta razza. Avete anche cacciato via Madre Teresa»

di Tefta Matmuja

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Tefta Matmuja fotografata dal compagno Christian. Quella che vi proponiamo è la seconda parte del discorso che ha tenuto a Roma nel corso dell’International Women’s Workshop for the Right to Education. Nel post precedente, pubblicato il 30 agosto, Tefta ha raccontato la sua formazione scolastica in Albania durante la dittatura

Purtroppo i politici non capirono. Inesperti della libertà e a conoscenza soltanto del potere, non si preoccuparono di migliorare le condizioni economiche del popolo. Il loro impegno era solo nel prendere il potere nel modo più rapido possibile. Ma la gente chiedeva libertà ormai. Non un’altra dittatura che prendesse il posto di quella precedente, anche se insistevano nel chiamarla democrazia. La gente iniziò a soffrire le privazioni economiche ed era impaurita dal fatto che nessun politico sembrava preoccuparsene.

Iniziammo noi. I giovani, la promessa futura classe dirigente e culturale dell’Albania. Licei ed università, tutti in marcia per chiedere che fossero garantiti e rispettati i nostri diritti. Marce pacifiche, scioperi della fame, e le forze che volevano conservare il potere, perché solo a quello erano interessate, cercavano di impedire tutto questo.

Il popolo spinto dalla delusione decise di prendere le armi e di rivoltarsi contro chi aveva promesso democrazia e benessere economico.

Nel 1997 l’Albania dichiarò di essere in piena guerra civile.

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«La dittatura ci vietava di scherzare perché ridere era considerato immorale»

di Tefta Matmuja*

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Tefta Matmuja fotografata a Ischia dal compagno Christian. Il racconto che vi proponiamo è una lezione viva sulla storia recente ed è stato presentato da Tefta al workshop internazionale “Immigrazione al femminile e diritto all’educazione”, che si è tenuto a Roma presso il Centro di servizio per il volontariato nel Lazio (tutte le immagini provengono da Facebook)

Parlare del diritto delle donne allo studio, mi porta indietro nel tempo, nel lontano 1985, in Albania, dove vigeva il regime comunista.

Il primo settembre, avevo solo 6 anni, mi ricordo che l’emozione ed il timore, nascosti sotto il grembiule color nero, con il collare bianco e la bandana rossa, in fila in mezzo alle stesse emozioni di tanti che, come me, aspettavano la fine del giuramento recitato dalla migliore studentessa delle classi superiori, dedicato al tanto amato Enver Hoxha, al Partito, alla patria. Tutto questo solo per entrare nel palazzo con tante finestre per prendere un posto nel banco di legno, e poi conoscere il proprio compagno, e la maestra, la nostra seconda mamma. Lei sarebbe stata la nostra guida nel mondo infinito dei libri e del palazzo con tante finestre. Sono iniziati così i miei lunghi anni nel mondo della scuola.

Ogni giorno alle 7,30 della mattina dovevamo trovarci nel cortile della scuola per prepararci ad entrare in classe. Tutti sempre in fila per due entravamo: prima i più piccoli e poi via via i più grandi fino agli studenti delle ultime classi. Un ritardo comportava una punizione come dover fare una corsa girando la scuola per tre volte. La vivevamo tutti come umiliazione. Anzi, tutti, con i loro sguardi, ti facevano sentire colpevole ed umiliata allo stesso tempo.

Entrati in classe, si preparava il libro della prima lezione, e non appena bussava alla porta la maestra, ci alzavamo in piedi per darle il buongiorno in coro tutti quanti.

E passavano così le quattro ore ogni giorno, da lunedì a sabato.

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“Dalla solita sponda del mattino/ io mi guadagno palmo a palmo il giorno”

di Alda Merini*

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Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1° novembre 2009)

IL GOBBO

Dalla solita sponda del mattino

io mi guadagno palmo a palmo il giorno:

il giorno dalle acque così grigie,

dall’espressione assente.

 

Il giorno io lo guadagno con fatica

tra le due sponde che non si risolvono,

insoluta io stessa per la vita

… e nessuno m’aiuta.

 

Ma viene a volte un gobbo sfaccendato,

un simbolo presago d’allegrezza

che ha il dono di una strana profezia.

 

E perché vada incontro alla promessa

lui mi traghetta sulle proprie spalle.

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«Cécile è la speranza delle seconde generazioni»

di Cheick Tidiane Gaye*

Ho avuto modo nel mio ultimo libro, Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera (edizione Jaca Book 2013, con prefazione di Giuliano Pisapia) di evidenziare che «L’uomo abita dove vive e non dove nasce». Non è una frase buttata lì così per fare retorica, come fanno i politici di oggi, ma un concetto molto sostanziale in una realtà di globalità planetaria che sta attraversando l’umanità. Non accetto che la stampa chiami Cécile la “donna di colore”. Lei è la nera italiana, orgogliosissima di essere italiana e fiera delle sue radici congolesi Continua a leggere