Le palafitte

di Ico Gasparri*

7. Concita De Gregorio e Rosy Bindi: due richieste di dimissioni a confronto

Premessa: per discutere di alcuni argomenti occorre procedere con molta calma e cercare di spiegarsi bene. L’argomento cui sto alludendo non è la denuncia delle due pubblicità sessiste in oggetto – che per me è chiara, decisa, necessaria, tardiva e sempre troppo morbida – ma la scelta da parte mia di chiedere a due persone che occupano posizioni ben al di sopra del mio statuto di semplice cittadino di lasciare le proprie responsabilità, non avendo, è evidente, nessun poter io per chiedere loro di ascoltarmi.
Stiamo parlando addirittura della direttrice (ora ex) di quello che da giovane è stato uno dei miei giornali di riferimento e della presidentessa di quello che prima del deragliamento fu il mio partito. Ambizioni troppo alte? Mi permetto di rispondere di no. È proprio al singolo cittadino o alla singola cittadina che deve essere demandato questo compito arduo di chieder conto direttamente ai dirigenti di giornali e partiti delle loro azioni. Noi non abbiamo potere, loro sì, ecco perché siamo da ascoltare. Noi “semplici” non abbiamo niente da difendere, non abbiamo interessi derivanti da queste dimissioni: io non voglio diventare direttore dell’Unità e men che meno presidente di questo PD.
In che cosa hanno sbagliato queste due donne?
Innanzitutto, non si sono guardate intorno. Questo è gravissimo. In un contesto sociale sbilanciato a sfavore delle donne e in rapida evoluzione come il nostro, in cui la deriva maschilista governata dal manipolo Berlusconi-La Russa- Calderoli-Bossi-ecc-ecc ha toccato vertici drammatici, ogni starnuto, ogni battito di ciglia, ogni piccolo segno da parte delle donne al potere (e ovviamente anche dagli uomini al potere) deve essere attentamente studiato per cancellare ogni possibile similitudine con l’impero del machismo italiano. Altro che vento che cambia, qui ci vuole un uragano in senso contrario. Altro che minigonne svolazzanti, cosce di fuori, culi in primo piano, testa mozzata, altro che ammiccamenti, citazioni di film e ironie varie. Occorre aprire gli occhi e non commettere nemmeno un passettino falso.
Secondo errore. Una volta uscite le pubblicità e sollevato il clamore delle “semplici” cittadine e dei “semplici” cittadini (addirittura), le due donne hanno entrambe sostenuto un’improbabile linea di difesa e di minimizzazione, come se le persone indignate fossero delle anime stupide e non avessero in mente alcuna strategia di comunicazione in proposito. Una donna (o un uomo) al potere deve saper riconoscere i propri errori e ammetterli con modestia e umiltà. Anche dalla modalità e dal contenuto della risposta – più o meno fuori luogo – dipende la pertinenza della mia richiesta delle dimissioni. La prima donna – che aveva inoltre affidato la campagna a un recente campione di sessismo pubblicitario, autore di altre campagne contestatissime prima e dopo – si difese malissimo, citando Gramsci (!!!) e affermando che il sedere in questione fosse il suo, come se questo avesse potuto migliorare le cose. La seconda ci ha spiegato che la differenza di opinioni è una cosa bella, così tutte insieme ci ritroviamo per un bel dibattito sul tema. Ecco perché chiederei nuovamente le loro dimissioni. Perché nessuna delle due ha proposto un rimedio e nessuna delle due si è scusata.

27 giugno 2011

6. La casa e l’appuntamento

Napoli 2011

Napoli 2006

Sopra le campane per la raccolta differenziata a Napoli campeggia la pubblicità di una casa d’appuntamento. Mi fermo e mi chiedo cosa ci faccia proprio lì questa improbabile reclame d’altri tempi: sulla spazzatura avviata virtuosamente alla differenziazione, tra un miracolo e l’altro. Le case d’appuntamento sono state chiuse esattamente nell’anno in cui io sono nato, il 1959, come mai si ricordano di pubblicizzarne una a Natale del 2010? Mi domando se mai potrebbe trattarsi di altro, magari della pubblicità di ragazze che lavorano presso la residenza lussuosa di qualcuno, tipo quelle ville francesi dove erano ambientati i romanzi erotici del secolo scorso. O italiane. Non si capisce. La scritta che campeggia sotto sembra piuttosto giapponese: Yamamay ed è addirittura palindroma, cioè potere leggerla correttamente sia che stiate andando a fare la spesa, sia che stiate tornando a casa. Magari si tratta di ragazze manga! Va bè, basta ironia, la cosa ha preso una brutta piega. Siamo alle solite. Il filone porno nella pubblicità ha conquistato la scena e campeggia sulle nostre strade, questa volta nella variante che non sembra opinabile “gruppo di ragazze brille o ubriache esposte su un lussuoso divano di un bordello in attesa dei clienti”. Come si è visto in precedenza, per l’esattezza in una campagna minore del 2006 che fotografai su un cartellone all’aeroporto di Napoli, ci si offre spesso un terzetto con almeno una donna bionda: una non può bastare e nemmeno due, ci vuole la varietà della merce. Lì si vendevano stivali a buon mercato, qui, sempre a buon mercato si vendono mutande e reggiseni, ma c’è tutto un altro lusso. Biancheria luccicante, bellezze gelide, divano di raso rosso, sguardi assenti, disponibilità quasi asettica. Negli anni scorsi la stessa casa di lingerie pseudo manga-nippo-palidroma ce ne ha fatte vedere di tutti i colori in quanto a figure di donne slanciate in ogni posizione pur di vendere a donne molto meno atletiche e acrobatiche mutande da pochi euro. Mi pare brutto assai dire “ve l’avevo detto io nel 1990″… ma le cronache degli ultimi anni ci dicono che questo genere di messaggio pubblicitario è entrato – insieme a tanti altri insegnamenti reali – nel cuore delle ragazze che nascevano agli inizi degli anni ’90, allattate a pane e pubblicità puttanizia. Abbiamo troppo a lungo fatto finta di non vedere, di non capire, di non allarmarci. Ora non c’è più tempo da perdere: occorre cambiare modo di fare la spesa, di carote, di mele, di pere e anche di mutande. Sia che stiate andando a fare la spesa, sia che stiate tornando a casa non lo date l’appuntamento a queste mutande e ditelo alle vostre ragazze di guardare bene questi manifesti prima di decidere che biancheria acquistare. Questa casa e questo appuntamento non sono cose per noi.

20 gennaio 2001

5. Dal ginecologo con la borsetta


Siamo alle solite: mi trovo ad interpretare immagini pubblicitarie con ruoli femminili non essendo io femmina! Questa volta è complicato e, devo ammetterlo, non essendo mai stato dal ginecologo sono ignorante circa i comportamenti e le posizioni che una donna assume nel suo studio. Da alcuni film qualche idea me la sono fatta, ma non so se basta. In mancanza di esperienze personali, ricorro ad alcune materie cui ho dedicato molti anni di studio e, devo dire, con grande passione. Tra queste senz’altro la storia dell’arte e, scavando più all’interno, l’iconografia e l’iconologia. A proposito della prima, l’iconografia, essa ci insegna che per dipingere un presepe ci vogliono il bue, l’asinello, il bambino, la madonna ecc. Sì, sì, anche san giuseppe.
La seconda, l’iconologia, ci spiega il significato intrinseco delle varie componenti di una scena. Il bue significa mitezza, la pecorella docilità, il leone la forza, san giuseppe il padre… ecc. ecc.
Dal punto di vista iconografico, possiamo dire che questa nuova campagna d’inverno della ditta più aeroportuale della valigeria italiana non lascia dubbi: abbiamo solo due possibilità. O siamo di fronte a una giovane donna stesa su un lettino per farsi visitare dal ginecologo – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire -, oppure sta per disporsi a un atto sessuale – come la posizione distesa, con le gambe sollevate e allargate lascerebbe presagire. Atto sessuale per il quale, tra l’altro, non si vede il partner e non sembrerebbe costituire un momento di grande attrazione per la ragazza, presentata con uno sguardo assente, distante, quasi artificiale. Diciamo una ragazza non partecipe. Sicuramente, non abbiamo elementi per sostenere, in base all’abitudine iconografica degli ultimi secoli, che si tratti di una donna che si distende per riposarsi sia perché la posizione appare piuttosto scomoda e precaria, sia per le scarpe tenute ai piedi – inclinati al limite della lussazione su tacco 13 – ancora calzate e ben puntate al suolo. In entrambi i casi probabili visti prima, la borsa non appare come un elemento iconografico significativo e viene perciò addirittura scartata dalla protagonista. Qualche dubbio permane su altri due elementi iconografici: il fiocco sul fianco della donna, che sembrerebbe alludere ad un pacco regalo, e la coroncina sulla testa che rimanda forse a un mondo fatato cui sembrerebbero alludere anche la grafica disegnata intorno e le stelline. Ma qui non abbiamo certezze. Occorrerebbe magari studiare l’intera campagna per capire di più.
Del tutto vaga è invece la ricostruzione iconologica più generale, la spiegazione dei segni contenuti, del messaggio, soprattutto se riferita al mondo pubblicitario nel quale il cartellone si inserisce a pieno titolo. Infatti, alla domanda: “cosa significa questa donna dal ginecologo su un cartellone?” non so rispondere. Alla domanda “perché ci va tenendosi la borsa?” nemmeno e così via. Posso però chiedermi: perché per vendere una borsa – che per di più sembrerebbe essere abbandonata dalla protagonista e non conservata gelosamente – si fa distendere una modella a gambe allargate in questa posizione di offerta sessuale e/o ginecologica? Butto via i miei libri di storia dell’arte, qui non servono. Gli stiamo dando troppa importanza. Questi non si sono poste tutte queste domande: hanno solo cercato e trovato un modo per mortificare un’altra donna e tutte quelle che la guardano. Ma che strano! Proprio le donne che avrebbero dovuto comprare questa borsetta. Già! Avrebbero!!!
1 febbraio 2011

4. Quando la pubblicità offre le risposte: Limoni 2


Basta avere pazienza. Già altre volte mi è capitato di vedere chiarito un mio dubbio – diciamo meglio un sospetto di sottintesi sessisti in una pubblicità – da parte della stessa azienda che aveva prodotto una prima campagna violenta e discriminante ma con un piccolo margine di incertezza. Il caso della ditta Limoni ha del meraviglioso: dopo la donna che si masturba dell’estate 2009 e quella nuda che mangia una palla dell’albero del natale 2009, per chiarire il loro pensiero in merito all’immagine della donna/cliente questa volta sono bastati solo 8 giorni dalla prima fotografia che ho scattato allo stesso megaimpianto il 22 novembre 2010 e il 1 dicembre quando la nuova mega-campagna viene a rafforzare il messaggio sessista della donna arrossata di rosso rossetto (palafitta n.3). Ora la donna viene presentata intera e completamente nuda in fattezze di bambola imbambolata, immobilizzata in una posa incomprensibile mentre si infila tra nastri rossi natalizi che la cingono come un grande pacco regalo. Per non smentire gli ultimi 60 anni di bigottismo ipocrita italico la nudità viene castigata all’altezza dei due capezzoli. Il capezzolo no! Vi mettiamo una donna nuda di 80 metri quadrati in Viale Tunisia a Milano per vendere trucchi e profumi ma il capezzolo non possiamo farvelo vedere. “Noi abbiamo rispetto per la donna”, sembrerebbe di sentire nell’aria. La posizione inginocchiata sotto la scritta “annus splendidus” è incomprensibile come pure l’espressione estatica col dito indice dietro alla nuca. Non mi addentro in altre interpretazioni rocambolesche, mi limito perciò solo a segnalare questa modalità di rappresentazione alle donne che non avessero ancora deciso dove andare a farsi impacchettare come un bel regalo di Natale. Io, che donna non sono, l’avevo già deciso. Da un’altra parte.

3. Arrossata di rosso rossetto


Ad averle seguite nel corso dei mesi, si può delineare una scia continua di sesso nelle pubblicità della ditta profumiera Limoni, attiva a Milano e forse altrove. Mi interessa poco o nulla dove siano attivi, certo non si fanno mancare niente. L’anno scorso i geni della comunicazione di questa catenella profumiera avevano finalmente sdoganato la masturbazione femminile in una campagna d’estate. Finalmente, anche le donne avevano il diritto di toccarsi sulla pubblicità. A pensarci bene… non “anche” le donne, ma “solo” le donne. Uomini che si mettono le mani nelle mutande io non ne ricordo. C’era, in quel caso, una bella ragazza (perché, si sa, per vendere profumi è meglio far masturbare una tipa bella che “una simpatica”) intenta a “dedicarsi a se stessa” accompagnata da una scritta ambigua che indicava anche il prezzo, anzi meglio, lo sconto del 60% ben scritto in grande.

Archiviata l’autosoddisfazione dell’estate 2009, questa volta l’azione è indirizzata verso la regina incontrastata della pubblicità stradale, la modalità più popolare di “impiego” delle donne per vendere prodotti, la fantasia più a buon mercato e più facilmente praticabile a vantaggio dei miei colleghi di genere maschile, il riferimento che tutti e tutte capiscono al volo: la fellatio, il sesso orale, i pompini. Chiamateli come volete, ma una serie troppo lunga di campagne pubblicitarie negli ultimi 20 anni ha insistito su questa modalità di penetrazione a senso unico (nel senso del piacere) tutta a vantaggio maschile, sia in termini di sollecitazioni erotiche, sia in termini di sottomissione femminile. Le bocche, le lingue, le labbra bagnate, aperte o socchiuse, con o senza il dito medio tra i denti, con o senza la lingua che spunta, sempre ben arrossate di rossetto rosso sono lì a suggerire continuamente penetrazioni orali. Ma qual è il senso? Da uomo mi chiedo cosa significhi tutto ciò. Perché? Se questi stanno cercando di vendere profumi, perché scomodano questo fantasma della bocca che succhia? Non poteva bastare il rosso sulle labbra per reclamizzare i rossetti? C’era bisogno di spalancare la bocca e indirizzarvici un fallo-rossetto in una posa così innaturale?

Cerchiamo di leggere più da vicino questa immagine. Innanzitutto il contesto. Ci troviamo di fronte ad un magaposter sistemato su un costosissimo impianto che riveste la facciata di uno dei tanti palazzi milanesi abbandonati. Queste case per mesi ed anni accoglieranno le pubblicità in attesa che le holding finanziarie, titolari della ri/costruzione, si mettano al lavoro. È accaduto su monumenti pubblici (Porta Venezia e Porta Romana) figuriamoci se non accadrà su case private. In questo caso specifico, si tratta di un palazzo abbandonato da molti anni in viale Tunisia, già occupato dai migranti senza tetto e sgomberati alla milanese-maniera dalla polizia in assetto di guerra. Sono seguiti altri due o tre anni di incuria con facciate pericolosamente infiltrate dall’acqua piovana finché sono comparsi i ponteggi e una sistemazione pubblicitaria molto accurata. Da mesi va avanti così. Muratori, almeno dall’esterno, non se ne vedono e noi ci dobbiamo as/sorbire queste pubblicità invadenti e inquinanti.Passando ai contenuti, si tratta di un annuncio alla popolazione del cambio di nome – e presumo cambio di proprietà, ma qui è irrilevante – di alcune profumerie che passano dal nome Garbo al nome Limoni. Si capisce che la faccenda dal punto di vista commerciale, per il consumatore, non rivesta alcuna importanza, abituati come siamo al turn-over di loghi, marche e sigle sulle vetrine per prodotti che restano identici. Ecco allora che per dare interesse a una notizia puramente finanziaria/imprenditoriale si scomoda lo stereotipo della donna stupida che, si sa, in pubblicità meglio non farlo mai mancare. Alla ragazza fotografata viene chiesto di assumere – di fronte a questo annuncio – un’espressione meravigliata, esagerata, sorpresa, strabiliata, quasi avessero annunciato un cambio al vertice del ministero dei beni culturali. La ragazza – alla quale gentilmente viene chiesto di presentarsi nuda all’annuncio perché, si sa, tutte le donne si truccano nude mentre ascoltano queste notizie alla radio o alla TV – spalanca la sua bocca mettendosi addirittura le mani ai lati del volto. A Napoli si sarebbe immaginata un’esclamazione del tipo ” ‘U Maronna miaaaa”. Ma ritorniamo alla fellatio. Cosa aggiungiamo ad una donna così stupita? Una volta che l’abbiamo scelta bella, l’abbiamo truccata di tutto punto e sollevata sopra la media estetica delle donne italiane e le abbiamo aperto la bocca, appare scelta inevitabile chiederle di proiettare il suo rossetto rosso sangue verso il centro della stessa. Non verso le labbra, superiore o inferiore, come sarebbe stato più normale ed ergonomico: qui il rossetto punta diritto al centro, tenuto tra le dita col taglio dalla parte sbagliata come nessuna donna lo tiene mai e inclinato in modo innaturale, cioè puntato in bocca. Anche a me che non sono un maniaco sessuale e non ho pratica di applicazione di rossetti il messaggio giunge inequivocabile.

Già! ma questo non è un cartellone concepito per suggerire acquisti agli uomini, bensì alle donne che, si sa, sono frequentatrici di profumerie più di noi uomini. Qui si apre la consueta voragine investigativa che riassumo col solito scioglilingua: perché per vendere alle donne prodotti femminili si usa una pubblicità basata su un linguaggio diretto ai peggiori istinti maschili?Proprio qui sta il problema e la risposta, oltre che da questa, viene da centinaia di altre campagne che ho analizzato dal 1990 e riposa tutta sull’autoreferenzialità collettiva mortificante”, se posso dire così, cioè sull’idea che la donna attraverso queste sciagurate immagini possa crearsi giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero, una determinata idea di sé. Non esclusivamente con la pubblicità, è chiaro, ma anche e molto attraverso essa. Siamo entrati – e la pubblicità ce lo dice chiaramente (la mancanza di reazioni collettive ce lo dice ancora più chiaramente) – a piedi pari nell’epoca dell’accondiscendenza in cui, sui cartelloni e in tanti momenti della vita privata reale milioni di donne si autodispongono alla sottomissione e allo svilimento da parte degli uomini, convinte che questa sia la strada migliore. E in alcuni casi ne hanno le prove! È un discorso difficile questo, che molte donne non accettano perché credono di non accondiscendere, di non accettare mai e poi mai affronti del genere. Purtroppo questo è vero solo fino al momento fatidico in cui i propri mariti/compagni/figli tornano a casa e domandano perché non sia ancora pronto in tavola…

Qui il discorso si allarga troppo e, soprattutto, esce dalle mie competenze specifiche. Allora ricomincio a riflettere e a sperare, torno alla pubblicità e mi chiedo: perché le donne – visti e considerati questi tristi argomenti – dovrebbero scegliere di fare acquisti presso questa catenella profumiera, in seguito a questa affissione gigante e mortificante? Già! In effetti, ma perché le donne dovrebbero farlo?
24 novembre 2010

2 – Il mortadello e la mortadella

Appare a tutti evidente che per pubblicizzare della mortadella nella metropolitana milanese occorra fotografare due consumatori nudi. L’intento qui è quello cercare di capire ben bene come sono presentati questi due consumatori.
Partiamo dalle proporzioni e dagli spazi.
Metà del manifesto è occupato dalle scritte del prodotto, una mortadella battezzata “Suprema Fiorucci” e definita “supernaturale”. Entrambi concetti che sembrano riferirsi alla modella, scelta per apparire al tempo stesso “suprema” e “supernaturale”. L’altra metà è occupata dai due consumatori, un uomo e una donna, appunto.
Fin dal primo sguardo si capisce che i due sono in intimità e nudi e questo – nel 2010 – non ci fa nessun effetto. Ma guardiamo meglio. L’uomo ha il ventre nascosto, non siamo certi che sotto sia nudo, ma la scena non sembra lasciare dubbi. La donna è invece certamente nuda e i suoi seni si vedono attraverso i sontuosi capelli sciolti. Quindi, agli occhi delle donne consumatrici sulla banchina sotterranea è precluso lo sguardo erotico sull’uomo, mentre agli uomini di passaggio viene offerto comunque qualcosa di “supernaturale” da sbirciare, mentre altro viene fatto immaginare al di là della curva del bacino della modella.
L’uomo sta dietro, la donna avanti. L’uomo è in piedi, cioè in posizione potenzialmente dinamica. La donna seduta, “posata” su un piano rialzato. L’uomo ride, la donna sorride. L’uomo non ci guarda, la donna ci guarda. L’uomo tocca la donna appoggiando il polso sul suo ginocchio e appena sfiora la gamba. La donna – anche in questa pubblicità – non tocca affatto l’uomo, nemmeno in zona panino. Entrambi reggono una fetta di pane casereccio con un ricco strato di mortadella, appunto, incrociando le braccia come in un brindisi nuziale.
L’uomo non sembra corrispondere al tipo “macho” mentre la donne è sicuramente bella e seduttiva.
Le due mani sul pane sembrano entrambe le mani di una donna, si fa fatica a un primo sguardo a capirne l’appartenenza. Diciamo che si è scelto di raffigurare un uomo giovane, piuttosto efebico, raffinato, delicato, anche se con una leggera barba incolta. Non ha traccia di peli sul petto, a dispetto della marea di capelli di lei, e sembrerebbe più ragazzino, mentre lei ci guarda con aria più consapevole.
Siamo di fronte a elementi discriminatori molto sottili, abilmente dissimulati dai pubblicitari, forse preoccupati di ripararsi un po’ dalle critiche sempre più numerose sulla pubblicità violenta nei confronti dell’immagine della donna. Ci troviamo di fronte, tra un treno e l’altro, a elementi che difficilmente solleveranno lo scalpore generale. La prova del nove – per decidere dentro di noi, in qualità di consumatori e cittadini bombardati dalla pubblicità stradale, se una pubblicità sia discriminante, violenta, irrispettosa o meno – è il semplice esercizio di trasformare le figure maschili e femminili nei loro opposti. In altri termini, mentre il nostro treno entra in stazione dobbiamo provare a chiederci perché i “creativi” di turno non abbiano fotografato per questa mortadella un uomo sicuramente nudo seduto in primo piano con una donna in piedi, dietro e non sicuramente nuda, con un uomo ammiccante ed esperto e una donna divertita e ragazzina ecc. ecc. Sottili o non sottili, gli elementi dell’analisi mi sembrano fugare ogni dubbio mentre salgo in carrozza. Questa è l’ennesima pubblicità sessista che sfrutta la rappresentazione sessuale della donna e non quella dell’uomo per vendere un prodotto che nulla ha a che vedere con la donna, la nudità, la coppia e nemmeno con l’uomo. Si tratta solamente del più basso anello della catena della produzione dei derivati suini che tenta una scalata del cosiddetto target e, probabilmente, del prezzo, rivestendo il tutto con un leggero alone di lusso visibile sulla fotografia. Insomma, la prova del nove mi autorizza a non acquistare più questa mortadella, nemmeno per una serata di sesso. E parto.
25 ottobre 2010

1 – Il cetriolo e la vagina


«Non mettete mai nella vagina qualcosa che non mettereste anche in bocca». Recitava così una memorabile pagina del mio libro di auto-educazione sessuale “Noi e il nostro corpo” che leggevo, come milioni di altre mie coetanee e coetanei all’inizio degli anni ‘70.
La frase mi fece riflettere molto allora e molte altre volte nella mia vita mi è ritornata in mente, pur essendo io un uomo e quindi senza vagina. Mi è ritornata in mente anche l’altro giorno mentre passavo per piazza della Repubblica a Milano guardando questo cartellone pubblicitario della Sisley. Come forse qualcuno sa, per due decenni mi sono dedicato allo studio in termini fotografici, artistici e comunicativi di questo medium, la cartellonistica pubblicitaria per le strade di Milano appunto, facendomi una qualche idea sulla pesantezza dell’impatto di queste immagini, soprattutto sul mondo delle adolescenti. Bene. A marzo del 2010 ho scattato la mia ultima foto di questa serie dal titolo “Chi è il maestro del lupo cattivo?” e ho ultimato la ricerca, non perché non ne sentissi più il bisogno, ma perché sopraffatto dalla mancanza di fondi, dalla velocità dei pubblicitari e, diciamolo pure, dall’indifferenza delle donne, almeno dal punto di vista della massa delle donne italiane.
Ho pensato a quella frase anche se, in effetti, la scena in quanto tale (cioè tolta la marca della ditta dal quadro) non rappresentasse niente di strano ai miei occhi; in altre parole, lo dico più semplicemente, non ho niente da eccepire e nessun giudizio da emettere se una ragazza utilizzi un cetriolo per procurarsi un’autogratificazione erotica. Semplicemente, sono affari suoi! La cosa che mi sembrava assurda era invece che quella foto fosse stata scattata per una pubblicità e quindi fosse, al tempo stesso, un veicolo di promozione di capi di abbigliamento ma anche un’ulteriore pietra per lastricare la strada della violenza sulla donna e diffondere modelli di comportamento – adolescenziali e non – che hanno buttato questa nazione nelle tenebre profonde. Davanti a quel manifesto mi è venuto in mente anche un secondo pensiero unitamente alla voglia di riprendere la macchinetta-fotografica-digitale-a-costo-zero e fotografarlo: perché le mamme d’Italia non incendiano questi cartelloni? Almeno quelle che lottano per contribuire alla creazione di un’identità non assoggettata alle leggi di mercato delle proprie figlie?
Ho scattato due foto senza molta voglia e sono andato via con questi due pensieri nella testa e un senso di sconfitta nel cuore.

10 ottobre 2010

*artista sociale – fotografo
www.icogasparri.neticofotografico.blogspot.com
e-mail

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3 thoughts on “Le palafitte

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