Al “Bagno turco” con Lady Montagu

di Maria Teresa Giaveri*

Oh! si j’étais capitane,

Ou sultane,

Je prendrais des bains ambrés,

Dans un bain de marbre jaune

Près d’un trône,

Entre deux griffons dorés!

Victor Hugo, Les Orientales

Jean-Auguste-Dominique Ingres, “Le bain turc” (1862), immagine da @MuseeLouvre. Nel dipinto, a sinistra con la coroncina in testa, compare anche Lady Montagu.

Due luoghi hanno sempre affascinato l’immaginazione dell’Occidente: due luoghi proibiti, esoticamente erotici, oniricamente simili fino a confondersi l’uno con l’altro – l’harem e il bagno turco. Pagine di pura invenzione circolavano in Europa, riferendo di improbabili viaggiatori che vi sarebbero penetrati grazie a complicità o a travestimenti; pagine più attendibili – come le relazioni di vari ambasciatori europei – non potevano che menzionarne l’esistenza e riconoscerne l’interdizione agli uomini.

Come lei stessa sottolinea, solo le rare condizioni personali e sociali di cui godeva Mary Wortley Montagu permettevano un’esperienza diretta di questo mondo: lei poteva penetrarvi in quanto donna e colloquiarvi non solo grazie alle sue interpreti, ma anche come volenterosa studiosa di turco. Per questo le sue lettere sarebbero state oggetto non solo di curiosità immediata, ma più tardi, dopo la revisione, la pubblicazione e le varie traduzioni, di continuo interesse. Nei suoi Carnet di disegno, per esempio, Ingres avrebbe trascritto di suo pugno una delle missive (1 aprile 1717), da lui letta nella traduzione francese del 1805. Il quadro tratteggiato verbalmente dalla viaggiatrice inglese l’avrebbe affascinato al punto da indurlo a trarne un quadro vero e proprio: ed è quel Bagno turco affollato di nudi femminili che la pudibonda moglie del primo, principesco acquirente avrebbe fatto restituire, scandalizzata, al pittore; questi accentuò allora il gioco di morbide rotondità del dipinto trasformandolo in un tondo (e iscrivendovi di averlo fatto a più di ottant’anni, AETATIS LXXXII!).

La prima esperienza di bagno turco era avvenuta durante il viaggio, in una breve sosta a Sofia, «una delle più belle città dell’Impero turco».

Val la pena di riportare un ampio stralcio del testo: «… verso le dieci andai al Bagnio <sic>². Era già pieno di donne. È costruito in pietra, a forma di duomo, senza altre finestre che nel tetto, il che dà abbastanza luce. C’erano cinque di questi padiglioni circolari congiunti fra di loro, quello più esterno più piccolo, e che serviva solo da entrata, dove stava alla porta una custode. Le signore di qualità in genere danno a questa donna l’equivalente di una corona o dieci scellini; né io ho tralasciato quel cerimoniale. La camera successiva è molto grande, con un pavimento in marmo, e tutt’intorno due alti sofà di marmo, uno sopra l’altro. Vi erano nella stanza quattro fontane d’acqua fredda, di cui la prima cadeva in bacili di marmo, e poi scorreva sul pavimento in canaletti appositi, che portavano il flusso nella stanza accanto, un poco più piccola, con lo stesso tipo di sofà di marmo, ma così calda per i vapori di zolfo che arrivavano dai bagni vicini che era impossibile rimanervi con i vestiti addosso. Gli altri due padiglioni erano i bagni caldi, uno dei quali aveva dei rubinetti d’acqua fredda che si giravano per raggiungere il grado di temperatura desiderato dalle bagnanti.

Io ero in abito da viaggio, cioè vestita da amazzone, e certamente devo esser sembrata loro sorprendente. E tuttavia nessuna ha mostrato il minimo stupore o curiosità impertinente, ma mi hanno accolta con la più squisita cortesia. Non conosco corte europea dove le signore si sarebbero comportate in modo così gentile verso una straniera. Credo che in tutto ci fossero duecento donne, ma nessuno di quei sorrisi sdegnosi, o ironici bisbigli, che non mancano mai nelle nostre riunioni quando compare qualcuno che non è vestito proprio alla moda. Mi hanno ripetuto più volte Uzelle, pék uzelle, che vuol dire “incantevole, davvero incantevole”. I primi sofà erano coperti di cuscini e di ricchi tappeti, su cui sedevano le signore: sui secondi, dietro a loro, le schiave, ma senza distinzione di rango nel vestire, essendo tutte allo stato di natura, cioè, in buon inglese, completamente nude, senza nascondere né bellezze né difetti. Eppure non c’era alcun sorriso maligno o gesto immodesto. Camminavano e si muovevano con la stessa grazia maestosa che Milton attribuiva alla nostra madre comune [Eva]. Fra di loro, molte erano di proporzioni così perfette quali mai furono dipinte dal pennello di Guido [Reni] o di Tiziano – e con la pelle di un bianco splendente, adorne solo della bella chioma divisa in molte trecce che scendevano loro sulle spalle, intrecciate di perle o nastri, in una perfetta rappresentazione delle figure delle Grazie. (…)

2. Parole volte dall’italiano o dal francese non sono rare nelle lettere di Mary Montagu.

*Da: Lady Montagu e il dragomanno. Viaggio avventuroso alle origini dei vaccini di Maria Teresa Giaveri (Neri Pozza 2021) che la studiosa di Letterature comparate ha terminato di scrivere, dopo anni di ricerche, nel marzo 2020, quando cioè il mondo è stato aggredito dal Coronavirus. Come la stessa autrice spiega nella video conversazione dell’Accademia delle scienze di Torino che vi proponiamo (e della quale la professoressa Giaveri fa parte), il libro è nato dalla curiosità di approfondire il nascere e lo svilupparsi di un’idea “bizzarra”, quella cioè di inoculare a persone colpite dal mortale vaiolo una dose minima del morbo, così da immunizzarle. Siamo agli inizi del Settecento ed è una affascinante dama inglese, Lady Montagu, che porta sul volto i segni della malattia, a diffondere dall’Oriente in Occidente il metodo che porterà al cambiamento della medicina moderna: la vaccinazione. Una parola – vaccinazione – che segna purtroppo (o per fortuna) la nostra quotidianità. 

Il brano che riportiamo è tratto dal 5° capitolo, dal titolo “Il mondo delle donne” e va da pagina 49 a metà di pagina 51. Buona lettura e buona visione.

(a cura di Paola Ciccioli)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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