Cristina di Belgiojoso e Aspasia, l’orfana diventata l’allieva prediletta della principessa patriota

di Antonio Scurati

Nelle cinque giornate del marzo 1848 in cui i milanesi erigono barricate per scacciare dalla città gli austriaci, scoppia la passione tra Jacopo e Aspasia, i protagonisti del romanzo di Antonio Scurati Una storia romantica (Bompiani 2007). Un libro tra storia e invenzione ricchissimo di citazioni e rimandi, anche alla contemporaneità, che è stato tra quelli scelti e commentati dal Gruppo di lettura #ioleggomilano della Biblioteca Sicilia del capoluogo lombardo. I molti riferimenti musicali contenuti nel romanzo faranno parte del recital #ioleggoecantomilano che Paola Ciccioli e Luca Bartolommei terranno nella stessa Biblioteca il 17 dicembre 2021 alle ore 17,30.

Sulla sovracopertina del romanzo di Antonio Scurati il dipinto di Francesco Hayez “Il bacio” (1859). La foto è stata scattata da Paola Ciccioli durante una pausa della lettura, favorita dalla presenza dell’amico Gattino.

Aspasia si diresse decisa verso il letto, afferrò la collana e si cinse il collo con quella collana di smalti, avori, oro e farfalle. Poi scambiò uno sguardo d’intesa con la propria immagine riflessa nello specchio: ora era la promessa sposa del conte Morosini, che l’adorava, e non più la figliastra di un fittavolo della Bassa che trattava i servi come schiavi e si faceva riverire dalla moglie e dalle figlie, che lo chiamavano “signore”, non osando dargli del tu o sedere alla sua stessa tavola. Ora viveva a Palazzo Negroni, a Milano, in corso di Porta Orientale 26, e non in una stamberga nelle marcite fuori Locate.

In effetti, la vita di Aspasia aveva subìto una svolta talmente brusca da farla sembrare l’eroina di un improbabile romanzo d’appendice. Nata diciassette anni prima nella bassa pianura lombarda, figlia di un mugnaio di entusiasmi repubblicani, ne era rimasta ben presto orfana. Nel febbraio del 1831, suo padre aveva infatti preso parte a una spedizione per attaccare il Piemonte attraverso la Savoia, voluta da Mazzini ed eseguita da un gruppo di esuli italiani a sostegno dei moti scoppiati in Emilia. Rimasto ferito e fatto prigioniero, era stato consegnato agli austriaci, i quali lo avevano rinchiuso nella terribile fortezza dello Spielberg, come già era accaduto a Silvio Pellico. Lì lo avevano operato, amputandogli una gamba senza anestesia, con una sega da falegname. A differenza di Pellico, però, che ne aveva tratto pagine memorabili per le sue memorie, il padre di Aspasia era morto. Comunque sia, anche se fosse sopravvissuto, non ne avrebbe potuto scrivere, per il semplice fatto che non sapeva scrivere. Ricevuta la notizia della morte del marito, la madre di Aspasia, già provata dal parto, da donna appassionata quale pareva fosse, era a sua volta morta. I genitori di Aspasia erano dunque morti entrambi di dolore, uno fisico e l’altra mentale, prima che a lei spuntassero i denti.

La bambina era allora stata affidata a uno zio paterno, un manutengolo che aveva già undici figli sui quali esercitava la patria potestà come un padrone avrebbe fatto con i suoi schiavi. A salvare Aspasia da una vita miserabile era giunto tuttavia l’astro notturno della principessa Cristina di Belgiojoso, proprietaria delle terre su cui viveva la famiglia dello zio.

Nel corso dei vent’anni precedenti, la principessa era stata l’angelo dei carbonari e dei patrioti italiani. Donna di leggendaria bellezza e di scandalosa indipendenza, ne aveva spesso finanziato le imprese, sostenendone le idee con gazzette di argomento politico che lei stessa dirigeva. Per questo e per altri motivi, i contadini di Locate la ritenevano una strega. E non erano i soli: i rapporti della polizia austriaca la definivano “un individuo in stato di guerra contro l’Austria”, e i più grandi poeti francesi, che frequentavano il suo brillante salotto parigino di rue d’Anjou, ogni volta che venivano rifiutati dalla principessa pubblicavano su “La Revue des Deux Mondes” poesie in cui le rimproveravano di avere il cuore gelido come quello di una morta. Cospiratrice, liberale, dominatrice della scena intellettuale e mondana parigina, separatasi dal marito, il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d’Este, fin dall’età di vent’anni nei suoi immensi occhi alcuni avevano letto il gelo olimpico che strazia i cuori degli amanti respinti, altri la furia erotica che prosciuga i lombi degli amanti accolti. A ogni modo, che fosse una cortigiana o una principessa, una patriota o una sediziosa, una regina degli zingari o una zingara tra le regine, che fosse casta o viziosa, musa o mantide, angelo o demonio, o tutte queste cose insieme, durante uno dei soggiorni nella sua tenuta di Locate la principessa aveva fondato a proprie spese un asilo infantile, scuole elementari e superiori, sia maschili che femminili, e una scuola professionale in cui venivano impartite lezioni di economia domestica, allo scopo di dare alle figlie dei contadini un’istruzione e una vita migliore.

Lì, durante una lezione di canto che teneva personalmente, la principessa aveva visto per la prima volta Aspasia. L’aveva subito sentita affine a sé, anche per via della straordinaria somiglianza dei propri occhi con gli occhi della ragazzina: occhi immensi, che spiccavano sul volto di quella figlia di contadini, cerchiati da due vistose occhiaie nere. Da quel giorno Aspasia era diventata l’allieva prediletta della principessa, che negli intervalli tra i suoi continui viaggi in giro per il mondo le aveva insegnato tutto ciò che aveva potuto.

Un giorno, però, durante una delle abituali visite d’ispezione della polizia alla villa di Locate, un ufficiale austriaco aveva trovato in un armadio della principessa il cadavere imbalsamato di un uomo. Si trattava del suo giovane segretario e amico Gaetano Stelzi, morto di malattia e a lungo teneramente amato. A quel punto, Cristina di Belgiojoso aveva dovuto di nuovo lasciare la Lombardia. Non per fuggire l’accusa di omicidio, ma lo scandalo. Di quella sua morbosa passione, infatti, avevano subito preso a favoleggiare tutte le corti d’Europa. Una favola nera, a gloria di Satana. Quando invece i regnanti della Casa d’Austria ai quali la Lombardia era assoggettata si vantavano di regnare sotto il timore di Dio.

(a cura di Paola Ciccioli)

#donnedellarealtà

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