Confinamento o no, “Gh’è de rangiass”

di Luca Bartolommei

La copertina di Demo. La scorsa estate allo Sporting di Varenna, sotto l’ulivo cantando canzoni milanesi. Foto di Paola Ciccioli

Il primo passo è stato fatto. Ho scritto, raccolto gli appunti, gli ho dato un senso, un ordine, una forma quasi definitiva. Ho fatto delle scelte, sgrossato e limato, provato e riprovato, alla fine ho acceso il computer e fissato tutto in una decina di file. Ah, mi sono dimenticato di dire che non si tratta di poesie, racconti, lettere o altro, bensì di canzoni. Spero ne possa uscire quello che sarebbe corretto chiamare “disco”, per ora lo chiamerò Demo. Il tutto è successo a Lezzeno, frazione di Bellano, Como lake. L’intorno è drammaticamente importante, perché succede così: capita di avere un’idea, di farsi un caffè, uscire sul terrazzo e vedere che mentre ti fumi una sigaretta il lago cambia colore tre volte e cambia anche l’idea, e si ricomincia a scrivere o a comporre per poi uscire per un’altra sigaretta, dopo un altro caffè e questa volta le montagne non hanno più la stessa luce di prima e l’idea, quella nuova va… quindi, o ti intossichi di caffeina e nicotina o metti giù ‘ste idee e ti guardi il panorama, ma dopo…

Scrivo canzoni da poco (nel senso del tempo) e, se togliamo qualche ovvia realizzazione giovanile, non è che ci abbia mai tenuto molto a farlo, mi è sempre piaciuto di più mettere le mani su quello che creavano altre persone, arrangiare, riadattare, musicare o anche solo dare qualche consiglio, naturalmente dietro richiesta. Forse avevo paura, sì paura, di scrivere testi senza valore, di non avere granché da dire, di comporre musiche qualsiasi, alla fine paura di mostrarmi, timore del giudizio degli altri. Tempo fa, eh sì di tempo ne è passato, hanno cominciato a girarmi in testa due accordi e una melodia, poi altri accordi e alla fine è nato un brano strumentale. Una milonga, chissà mai perché.

La mia vita aveva subito una delle sue tante metamorfosi, un percorso che ancora continua, e guardandomi intorno, ho cominciato a prendere appunti ma senza scrivere una parola, un’armonia. Fatto sta che una notte, prima di andare a dormire, è scappata fuori la prima canzone. In meno di mezz’ora era lì, su un file Word, testo e accordi, con qualche parte melodica da rifinire ma era lì. La giornalista è nata così, osservando i movimenti, i comportamenti, gli occhi e le mani, e ascoltando la sua bella voce, di mia moglie Paola. Nello stesso periodo avevamo iniziato una ricerca sia in ambito musicale, sia di costume che letteraria, sulla Milano degli anni intorno alla seconda guerra mondiale, quindi è stato fatale che il testo fosse in milanese. Quasi non voluto, il ritornello è venuto così e il resto ne è stata conseguenza.

Da allora ho continuato a comporre e a scrivere, anche in tandem con Paola (cosa che adoro), e sempre in milanese. Mi è caduta la mandibola quando ha messo lì, in un secondo, fai uno e mezzo, il ritornello-tormentone di Ghe voeur il Cherchi (sì, proprio lui, il fotografo). Mi ha stupito, ripeto, e lei dice che dalla faccia che ho fatto si è capito subito. Durante le mie serate dal vivo (maledetta pandemia, maledetta!!!) ho iniziato a proporre qualcuno dei miei brani nascosto tra quelli, che coraggio, di Giovanni D’Anzi piuttosto che di altri musicisti e cantanti meneghini, avendo anche la faccia de tolla di dire che quello era il mio piccolo contributo alla canzone milanese… L’esame del pubblico veniva superato e l’autostima saliva.

L’Isola, quartiere dove ho vissuto e che ho vissuto per dieci anni, è stata fonte d’ispirazione per almeno un paio di brani tipo La bicicletta e La ciclista dell’Isola ma anche per un paio di post pubblicati qui sul blog. Forse quelli un po’ più ironico-sarcastico-cattivelli, ma davvero in quelle vie e piazze si incontra un’umanità che è tutto un programma, e poi, si dica, io ho il mio bel caratterino… Che viene fuori in La… gioventù in cui dico (quasi) quello che penso e ho sempre pensato di certa musica, non solo ma principalmente italiana, e degli anni in cui ci toccava anche di ascoltarla e cantarla. Chi si deve offendere si offenda pure, ecco. Seguirà dibattito…

Accidenti, ma sto parlando di Demo, ‘sta creaturina che mi è anche simpatica, forse perché è imperfetta, appena arrivata, e vuole tante attenzioni, proprio come Agata, ‘a gatta che ci siamo presi in casa, e fann trii, perché di due ghe n’era minga a see…

Qualche considerazione sul confinamento e su quello che abbiamo fatto in quel periodo l’ho messa in La trasmission. Questa canzone è proprio tutta made in Bellano, anzi in Lezzeno, e mi fa riflettere su quanto sia stato importante aver trascorso il primo lockdown qui, con il lago, i monti, i sentieri, questa gente. Ora ci risiamo e infatti le trasmissioni, in tutti sensi, sono riprese. Siamo pronti, siamo già lì, si tiene duro.

Poi c’è La poetta che vola nell’aria insieme a me e scrive su qualsiasi cosa le capiti a tiro, vuole ballare, canta e pensa ai suoi genitori e a suo fratello. Chi mai sarà?

Insomma, care amiche e cari amici, Demo ha un messaggio da dare, chiaro e forte, ma di una semplicità disarmante: Gh’è de rangiass!!!

Ma questa, insieme a quelle che non ho citato, ve le ascoltate e ve le interpretate da per voi. Grazie!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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