La ri-partenza è un’alba lungo una spiaggia di Fano

di Luca Bartolommei

Lunedì 4 maggio 2020. Si riapre. Come ogni mattina una donna si alza molto presto, il lockdown non l’ha fermata, lei lavora nel reparto pasticcceria-panetteria di un grande centro commerciale a Fano. Andando al lavoro passa accanto alla spiaggia libera della Sassonia (proprio la “mia” Sassonia) e scatta una foto, come è abituata a fare. Del resto, chi non va a lavorare all’alba senza la macchina fotografica, vi pare? Ramona Neri ci ha regalato un altro dei suoi bei momenti e noi la ringraziamo. La ripartenza, l’alba, il lavoro, in questa  foto le suggestioni sono tante e per tutt* e ciascun* di noi. Intanto continua il mio racconto delle vacanze fanesi.

L’alba del 4 maggio 2020 a Fano, fotografata da Ramona Neri dalla spiaggia libera della Sassonia. La sua foto sarà di buon auspicio.

Il periodo clou delle vacanze era ovviamente quello del Ferragosto. Si succedevano le attività, le iniziative e i momenti d’intrattenimento e svago, i villeggianti erano continuamente sollecitati a parteciparvi. Dalla corte Malatestiana al porto un susseguirsi di concerti, dalla musica classica al liscio con orchestre e orchestrine. Le auto con gli altoparlanti invitavano a recarsi al dancing Florida, dove sabato sera avrebbe suonato il complesso “I Friends”, con il proprio repertorio di musica moderna da ballo. Ricordo di aver assistito proprio al porto ad una esibizione dell’orchestra di Secondo Casadei, che suonava il violino. Sul viale Adriatico, un’altra volta, un gruppo più modesto quantomeno nella formazione, proponeva il refrain “i cavalli son stanchi nell’umida sera”.

Potevano esserci le giostre con l’autoscontro, ma il ricordo non è chiaro, mentre ho negli occhi le bancarelle, con giochi di ogni tipo in esposizione, delizia per i bambini, croce per genitori e nonni. A me sono sempre piaciute le armi giocattolo e mi ricordo benissimo di un elmetto da soldato italiano e soprattutto del fatto di aver integrato la mia già cospicua collezione con un revolver Cobra ed un fucile mitragliatore riproduzione quasi perfetta del Pepescià, ovvero il famoso PPSh-41 dell’esercito sovietico. Giravamo per la Sassonia improvvisando battaglie o scene da film poliziesco tra i capanni. Si sprecavano le Super Bum, che mia nonna Elia chiamava “i fulminanti”, che permettevano alla Cobra e alle varie Ringo Colt o Susanna (che meraviglia, impugnatura in legno e addirittura 12 colpi!) di fare sì dei botti, ma non molto realistici. Sufficienti in ogni caso a dar fastidio ai grandi che ci invitavano, a volte senza molta cortesia, a levarci di torno ed andare a combattere o a inseguire rapinatori da qualche altra parte. Allora si giocava anche con le armi e ai monelli si poteva anche gridare dietro.

Poi i chioschi con ogni tipo di cibo, pesce arrosto, pesce fritto, pulenta, sì, quella un po’lenta come la fanno nelle Marche, prosciutto di montagna al coltello (impazzivo), bomboloni, crafen e stecche di mandorle e noccioline caramellate. Categoria a parte l’anziana signora canuta e con gli occhiali che, estraendoli da una specie di bacinella metallica di forma semilunare col bordo alto una quindicina di centimetri, che portava a tracolla a mo’ di venditrice di sigari e sigarette dei vecchi film, ti porgeva sempre sorridente dei bei cartocci pieni di semi di zucca piuttosto che di quegli impareggiabili discoidi leguminosi umidi e salati, di un bel color giallo vivo, tutta allegria, che erano i lupini. Ancora oggi, confesso, ne sono dipendente. A Fano, per la prima volta nella mia vita, mi sono sgranocchiato una pannocchia di granturco abbrustolito.

Ma l’apoteosi era la sfilata dei carri allegorici del carnevale che veniva ripetuta per l’occasione. Allora passavano anche dalla Sassonia. La tradizione del carnevale fanese è quella del getto di dolciumi, caramelle, cioccolatini et similia che dai carri cadono a pioggia sulla gente. E qui si rivelava cosa fondamentale, nonché un grande privilegio dal punto di vista strategico, il fatto che la casa fosse al primo piano dello stabile di viale Adriatico 5. La famiglia al completo, zie, zii e cugini inclusi era schierata in bell’ordine sul balcone, tra l’altro neanche piccolo. Non c’era bisogno né di sbracciarsi né di urlare come dei beceri (anche perché se lo avessi fatto sarei stato giustamente ripreso, perché col nonno Mario non c’era punto da fa’ i bischeri) bastava un saluto e dal carro che ti passava a due o tre metri i torroncini ti arrivavano in grande quantità direttamente sul naso rimbalzando all’interno del balcone e entrando nell’appartamento. Garantita, per un paio di giorni come minimo, la distribuzione di dolciumi vari a tutti gli amici.

Lo spettacolo dei carri era sicuramente bello ma non sarebbe stato niente (senza offesa) se tra i tanti non ce ne fosse stato uno molto particolare. Alla testa del corteo, infatti, c’era quello della “Musica Arabita”. Una banda di almeno una trentina di elementi che oltre al clarinetto e qualche altro strumento a fiato era composta dalle percussioni più strane e colorate e divertenti e strampalate che si potessero immaginare. Ricordo che, passando gli anni, cominciavo a guardare con interesse anche le gambe delle majorettes che sgambettavano a tempo, lì sui carri. E lì, in cima al carro c’era lui, il direttore d’orchestra con la giacca rossa e i pantaloni bianchi (forse) che agitava nell’aria la mano sinistra che, a causa di un guanto particolare, era grande 2 o 3 volte più del normale. Il baccano che facevano era una delle cose più piacevoli e vive di tutto il carnevale ferragostano. Insomma si divertivano davvero, e noi con loro. Grazie al maestro Enzo Berardi e alla sua “Musica Arabita”.

4. Continua

Qui di seguito i link ai racconti precedenti:

1 – Da Maciachini a Fano (con i bauli di nonna Elia)

2 – La spiaggia Sassonia, il cantiere e l’odore del legno

3 – Ciclisti, sabbia e finalmente un Bat-tuffo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

AGGIORNATO L’11 MAGGIO 2020

 

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