Tre giorni da Budapest a Milano, mentre il Corona Virus cancella voli e moltiplica diffidenze

Testo e foto di Ivana Tamoni De Vos

L’aeroporto internazionale di Budapest con le indicazioni del divieto di atterraggio dei voli provenienti da Milano, Bergamo e Treviso disposto mentre l’autrice di questa testimonianza era in Ungheria con i due figli

Corona Virus è il termine per una drammatica realtà, il più usato al mondo da metà gennaio.

Fino a venerdì 6 marzo, per noi italiani Corona Virus ha significato una grande attenzione e l’esistenza di due zone rosse monitorate costantemente.

Da tempo avevo fissato un incontro a Budapest con mia figlia proveniente da Londra con il resto della famiglia, un modo diverso di vedersi, una gratificazione scelta dopo anni di grande impegno. Partenza regolare da Milano Malpensa con i controlli di rito e l’eccitazione smorzata dall’incertezza del momento. In cuor mio sapevo che quel viaggio aveva (e ha avuto) un grande significato famigliare e personale: ritrovarsi da adulti non più a casa, condividere una città affascinante, vivere e apprendere, l’inizio d’un nuovo periodo. In gennaio non potevo immaginare tutto quello che ci riguarda oggi. Ma un conto è leggere le notizie, un altro è verificarle di persona, anche nei minimi risvolti. Dai giornali avevo appreso qualche giorno prima che la compagnia di volo ungherese Wizz Air prevedeva il controllo della temperatura allo sbarco. E così è stato. L’esperienza è recentissima e ve la racconto…

Ci siamo, tutti i passeggeri del volo partito da Malpensa, incanalati tra un cordone di poliziotti, hanno raggiunto l’area dove, scorrendo davanti a una telecamera, ad ognuno è stata misurata la temperatura. Tutti sani, veniamo quasi scortati fino all’uscita dell’aerea duty-free. Una prima sensazione: «Non è bello sentirsi attenzionati, ma è giusto in questo caso». E un pensiero lampo: «Perché alcuni Paesi considerano il contagio solo una questione italiana? Come si devono sentire i migranti, i rifugiati politici, i disgraziati che si affacciano ad odissee senza fine?». Al di fuori Budapest ci attende, una meraviglia tutta da scoprire. Ora siamo come gli altri, tra la gente, sui mezzi pubblici senza calca perché la popolazione non è tanta come in Italia, mentre ci sorprende che nessuno indossi la mascherina.

Ho letto che per un italiano l’ungherese è la quarta lingua più difficile da imparare, anche se la parola  Corona Virus risuona identica ma le news comprensibili saranno quelle via smart. Ci mettiamo poco ad allontanare il nostro doloroso fardello d’italiani, mentre l’atmosfera e il fascino di questa capitale mitteleuropea, con tanta storia e bellezza sul volto dei suoi palazzi, ci conquista. Ci stiamo integrando. In questa città, adesso, la vita appare normale e anche questo ci colpisce. Cedere al fascino delle antiche terme ottomane di Budapest è un piacevolissimo obbligo, non sarà per una sola volta. Eppure il virus è lo stesso qui e nel mio Paese, ma per ora sembra essere un illustre sconosciuto, o perlomeno la questione è affrontata in modo diverso.

Domenica 8 marzo è la giornata cruciale che dà il giro di volta agli accadimenti: con una mail la Wizz Air annulla tutti i voli in partenza da Budapest per Milano da lunedì, quindi non rientreremo come da programma. Si procede per tentativi con compagnie diverse: Ryanair ha ancora un volo su Bergamo per lunedì. Ma la fuga di notizie che vedrebbe l’intera Lombardia dichiarata zona rossa fa sì che anche il volo su Bergamo sia nullo. Lunedì mattina, accompagnando all’aeroporto mia figlia diretta a Londra, sul tabellone dei voli vedo campeggiare un allarmante avviso: “In base a decreto governativo gli aeroporti ungheresi non possono ricevere voli da città del Nord Italia colpite da Corona Virus. In accordo con il decreto, i voli provenienti da Bergamo, Milano e Treviso non possono atterrare all’aeroporto internazionale di Liszt Ferenc (cioè Franz Liszt, ndr). Siete pregati di rivolgervi alla vostra compagnia per qualsiasi informazione”.

“Budapest dall’alto”

Oggigiorno, con l’avvento del Web, le agenzie di viaggio sono diventate una rarità, come i banchi delle compagnie aeree. Il fatto è che percepisco la netta sensazione che in questo frangente nessuno sappia dare informazioni certe. E questo me lo ricorderò, mi servirà sempre in futuro.

Ok, se la Lombardia è out, allora possiamo prenotare un volo su Roma, a trovarlo senza svenarsi. Vada per martedì mattina nel primo pomeriggio, ma lunedì Wizz Air ha già il tutto esaurito.

Posso dire che in questi giorni concitati, non appena facciamo una mossa ragionata, gli eventi imprevedibili l’annullano immediatamente. Infatti nella notte tra lunedì e martedì Wizz Air ci notifica via mail la cancellazione non solo del volo su Roma, ma di tutti i voli verso l’Italia, a seguito della conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte del 9 marzo che annunciava le misure operative per blindare tutta la nazione come zona protetta a partire già dal 10 marzo, martedì mattina appunto. Ne consegue che, a catena, Ryanair, Easyjet e altre compagnie chiudono i voli, mentre resistono assurde triangolazioni con scali esteri che allontanano ancora di più dall’Italia. Quello che possiamo fare noi è operare online solo via smartphone, se prenoti ti confermano il volo, ma abbiamo visto che poi arriva la disdetta e dovrai chiedere il rimborso. Se vado a Londra, Bruxelles, Parigi, oppure a Monaco o Basilea poi come ci arrivo in Italia se i voli sono sospesi?

Con un sottile velo di panico balbetto: «In treno, ma è tutto da vedere».

Per due mattine telefoniamo al Consolato Italiano, in orario di lavoro, senza ricevere alcuna risposta, incontrando altri italiani in cerca di soluzioni, andati in prima persona per sentirsi dire che ognuno deve fare una ricerca alternativa autonoma. Una cosa è certa: noi possiamo rientrare in Italia, ma come? Questo nessuno ce lo vieta, ma allo stesso tempo nessuno ce lo spiega. In hotel, per la questione della privacy, puoi avere solo contatti fortuiti, non abbiamo sentito d’italiani in rientro in auto, mezzo da lì molto costoso e con vincoli di riconsegna sul posto. Agiamo quasi come un’agenzia viaggi noi stessi nello studiare ogni rotta possibile e controllare poi le partenze effettive dagli scali più impensati.

Basta voli, ci siamo detti, rimane da vedere cosa propone Flixbus. Il pullman Budapest-Monaco parte due volte al giorno, dalla città tedesca si cambia per Milano. Troviamo posto e sembra quasi un miracolo. Prenotato, abbiamo i posti per mercoledì sera partenza alle ore 23,30 con arrivo a Monaco via Vienna, Salisburgo, Rosenberg alle ore 8,30 di giovedì mattina 11 marzo. Comprensibile la nostra tensione nell’attendere ancora un giorno e mezzo, anche se riusciamo a fare i turisti. Qualcosa mi dice che non raggiungerò subito Milano, ma in questo modo mi sto avvicinando all’Italia. La corsa per Trieste, ammesso che arrivi senza problemi, è già tutta piena.

Nel chiedere maggiori conferme, mercoledì in giornata arriva il messaggio da Flixbus che la tratta per Milano sarà annullata o si fermerà prima d’entrare in Italia. Partiamo lo stesso, il problema è solo rimandato all’arrivo a Monaco.

Intanto circoliamo tra gente non protetta in volto, ma l’amuchina non è più reperibile.

La partenza da Budapest è regolare, il pullman è pieno e confortevole, i nostri due autisti ungheresi sono gli unici ad indossare la mascherina e si alternano alla guida ogni tre ore. Nessun controllo in partenza, si parte mentre Budapest ci saluta con il suo profilo fiabesco illuminato anche dal plenilunio e con l’abbraccio del Ponte delle Catene. Alla frontiera con la Germania, nell’aria fredda di prima mattina, la polizia ci impone l’alt chiedendo ai conducenti se ci sono persone malate a bordo: «Is there anyone sick?», ricordo bene. La risposta arriva in un inglese un po’ stentato: «No one is sick, forty people no sick». I tedeschi invitano tutti a scendere con documento alla mano per un controllo d’identità, poi ispezionano il pullman e con gran sollievo danno l’ok per ripartire.

In bus verso Monaco

La bella Baviera, con paesaggi bucolici che sanno già di primavera, grandi prati con fattorie e piccoli centri tranquilli, sfila al finestrino fino al grande centro di Monaco. Scendiamo con il sentore che proseguire come da prenotazione sarà impossibile. L’incaricata in ufficio, meno al corrente di noi su eventuali alternative, è italiana, informa noi e un ragazzo vicino, diretto a  Bologna, che la corsa si ferma qui e non c’è coincidenza per Milano, che il Brennero è stato appena chiuso e chissà se dalla Svizzera si arriva poi in Italia. Alcuni italiani, passati di lì poco prima, hanno detto che a Chiasso sarebbero stati pronti ad attraversare il confine anche a piedi. A questo punto arrivare dalla Svizzera via treno appare più fattibile che tentare di passare dall’Austria o dalla Slovenia.

Mio figlio ha scovato per il momento (ma chi può darci la sicurezza dell’operatività) un volo Lufthansa molto mattiniero per il giorno dopo con tariffe accessibili e uno serale a prezzi folli. Rischiare ancora un giorno? E poi?

In quel momento un passaggio offerto sull’app Blablacar ci appare la soluzione insperata. Mr Mauristz è l’ancora di salvezza, propone un passaggio in Jaguar fino a Milano, 30 euro a testa, parte l’indomani, giovedì 11 marzo, alle ore 16. Si tratterebbe di restare a Monaco ancora un giorno e mezzo da turisti, cercare l’albergo, spendere altri soldi con nessuna sicurezza di partire in macchina perché il soggetto può anche cancellare il proprio viaggio all’ultimo. Oggi è una giornata fresca e ventosa, non possiamo rischiare né mal di gola né tantomeno linee di febbre in più. Se si usi Blablacar,  ci si deve basare sulle recensioni e concordare il tutto via cellulare. Intanto scriviamo qualificandoci e mandando il documento d’identità, l’accordo deve concludersi entro le ore 22. Inviamo il messaggio, speriamo che la risposta sia celere.

Facciamo i veri turisti per caso fino a mezzogiorno, e intanto si fa strada la convinzione che si debba procedere con il mezzo meno aleatorio e più immediato per entrare in Italia, il treno. Ipotizziamo di prendere quello ad alta velocità da Zurigo, mentre scopriamo che esiste un pullman che arriva a Zurigo un’ora prima della partenza del nostro ultimo treno per Milano, che fermerà anche a Lugano e Chiasso. Sarà fin dove ci lasceranno andare. Il signor Mauristz ha ancora tempo per rispondere, ma noi non ne abbiamo più. Su Blablacar leggiamo solo un’altra proposta per un passaggio condiviso a 45 euro in due, insieme a un tizio che partirà giovedì alle 4 del mattino per arrivare fino a Bruxelles e in nottata a Milano. Il giro di mezza Europa in 24 ore!

Il dado è tratto, non fidandoci più di Lufthansa né tantomeno di privati, optiamo per il DB IC Bus fino a Zurigo, prenotando col cellulare il treno fino a Milano, un’ora tra l’arrivo e la partenza, un buon margine di tempo.

Da Monaco a Zurigo il percorso è di quattro ore su un confortevole pullman a due piani, dotato anche di distributore per bevande e spuntini, ottima la Coca Sinalco tedesca, identica alla celeberrima bevanda americana! Intanto si ricaricano i telefonini e il paesaggio ci offre, dopo il lago di Costanza, tetti e panorami diversi altrettanto incantevoli. Siamo ormai in Svizzera. Vedo per la prima volta Zurigo affacciata sulle rive del fiume Limmat, abbiamo una ventina di minuti per carpire più immagini possibili del centro nel traffico frenetico dei suoi tanti tram azzurri e bianchi, nell’ora di punta, in mezzo alla folla senza mascherine. Dal terminal dei pullman ai treni la distanza non è molta, ci precipitiamo in stazione e lì capiamo che quelli in partenza appaiono sul grande tabellone esattamente mezz’ora prima dell’orario fissato, dovremo soffrire ancora un po’ col naso all’insù.

“Monaco, Marienplatz e il Municipio Nuovo”

Manca poco ormai, arrivano altri italiani “rimasti a piedi” di ritorno dal Messico e Los Angeles, intanto riusciamo a trovare in una biglietteria una copia dell’autodichiarazione per gli spostamenti da compilare, siamo sulla via giusta. Poi il tabellone “s’illumina per me d’immenso”, appare il treno Zürich-Milano Centrale, via Bellinzona, è quasi fatta.

Non ho mai amato tanto Trenitalia come adesso, mentre sta arrivando con il suo muso allungato a prenderci. Tra quattro ore circa giungeremo nell’ormai, ahimé, famosa Lombardia. L’imbrunire ci fa presagire che ci attendono giorni impegnativi con fosche restrizioni volute dalla scienza e dalla coscienza civile. Abbiamo avuto la sensazione che le frontiere potrebbero separare realtà diverse, ma la pandemia ci renderà tutti uguali. A Chiasso ancora un controllo dei documenti. La stazione di Como si mostra in tutto il suo volto spettrale, lo percepiamo perché provenienti da Paesi europei vicini, ma ancora lontani dal nostro grado d’incubazione, positività e decorso della malattia da Corona Virus.

Sono stata turista per scelta e poi per caso, mi sento d’aver vissuto un’esperienza imprevista e rischiosa, ho temuto di avere ancora più problemi a rientrare, ma l’ottimismo della volontà non mi ha mai abbandonato. Anche se in Europa, non lontano da casa, ho saggiato però la reazione e la supremazia delle scelte di altre nazioni che a loro volta si preparavano all’epidemia. Schengen o non Schengen, la paura può tramutarsi in una barriera di diverso aspetto.

Tre giorni dopo sento parlare di voli speciali che raccoglieranno le migliaia di italiani che non riescono a rientrare. Ci credo, ho percorso 1.300 chilometri in 23 ore, raccogliendo dati in divenire sui mezzi più disparati all’estero, e questo è stato possibile solo grazie alla destrezza informatica di mio figlio Ugo, che si merita sentiti ringraziamenti. Non c’è dubbio che tutto ciò, che ha senso perché legato a una nuova emergenza planetaria, fino a pochi giorni fa vissuta persino con scetticismo da alcuni capi di Governo, sarà uno spartiacque tra il prima e il dopo la diffusione del temibile Corona Virus.

Il nostro modo di vivere cambierà, non sappiamo ancora quanto, ma è indubbio che molte parole come sanità, salute, patria, sacrificio, solidarietà avranno un significato diverso. E il nostro impegno nel tornare a vivere appieno rasenterà il vero amore per la vita. Affinché anche solo una nostra stazione ferroviaria possa riprendere ad avere il volto che siamo abituati a conoscere da sempre.

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