La spiaggia Sassonia, il cantiere e l’odore del legno

Eccoci finalmente a Fano, nonni, nipoti e bauli. Luca Bartolommei continua il racconto delle estati trascorse nella città marchigiana che insieme ad Ancona e Ascoli Piceno si è candidata a Capitale italiana della cultura 2021. Entro il 10 giugno la giuria deciderà.

di Luca Bartolommei

In questa immagine di qualche anno fa, il Maestro Enzo Berardi mentre dirige la banda “Musica Arabita” dall’alto del suo podio. L’autore del post seguiva la sfilata dei carri dal balcone di casa durante il Ferragosto. Anche questa festa verrà ricordata nel seguito dei racconti sulle estati fanesi di qualche anno fa… Foto da http://www.fanocitta.it

Il bagnino si chiamava Guido, capelli candidi, rughe, pelle scura. Il figlio Carlo era un bel “fusto” e piantava senza fatica i pali degli ombrelloni tra i ciottoli della spiaggia Sassonia. I bagni Carlo ancora oggi sono lì.

Noi però avevamo il nostro ombrellone con le sdraie un po’lontano dal mare, vicino ai capanni oltre una passerella di lastroni di cemento liscio parallela alla riva ma più in alto, la Sassonia era inclinata, e c’era la sabbia. Eravamo vicini anche al bar/chiosco/gelateria dove si trovava anche quella focaccia con o senza pomodoro che il papà di Maria Giulia ti dava in quella carta oleata ma non troppo che non è mai stata dimenticata. Né la focaccia, né la carta.

Eravamo anche vicini a casa e alla trattoria di Jolanda e sua sorella, così tanto vicini che se tirava il vento giusto, oltre al profumo del fico nel giardinetto ti arrivava dritto nelle narici anche l’avviso che diversi calamari erano stati condannati ad abbrustolire sul fuoco di legna e carbonella, dopo essere stati ben ricoperti e riempiti di mollica, prezzemolo e aglio e che su un altro fuoco adiacente era iniziata la cottura del brodetto.

Il fuoco era acceso in piccoli bracieri di forma quadrata, a misura della griglia in cui erano ben serrati i calamari, e veniva tenuto vivo dallo sventolamento energico di una specie di scopino fatto con penne di tacchino (così mi sembrava). Su, in casa, si preparavano gli spaghetti con le “purasse”.

«Sinoooo!!!…» (diminutivo di Lorenzo) «cu fai malì, purtin del sio, ti si fugàt?» Lorenzo era piccolo e nuotava bene, ma quella volta, per poco affogava davvero… Noi ci tuffavamo dai bloche che erano scogli non proprio naturali ma che funzionavano benissimo. C’era, a una cinquantina di metri o poco più dalla battigia (in ogni caso era al largo), un trampolino/piattaforma fatto di assi di legno e tubi Innocenti da cui ci si tuffava più comodamente che dai bloche e da cui si poteva fare bene da vedetta e segnalare l’arrivo, da sud, degli aerei. L’arrivo degli “apparecchi” decollati dal non lontano campo volo era uno dei momenti clou della giornata. Oltre ai volantini dai velivoli venivano sganciati pacchi di paracadutini con ogni genere di gadget pubblicitario.

«Buttanoooo, buttanoooo…» sentivi gridare e torme di bambini, ma anche di adulti, si muovevano cercando di intuire dove sarebbe atterrata o ammarata l’agognata preda, il piccolo paracadute che portava con sé magari un campione di dentifricio marchigiano (poi diventato milanese), prezioso sì, e anche buono, quanto ne mangiavamo, ma che non poteva reggere il confronto con i gettoni di plastica distribuiti dal cielo dalla Galbani e dalla Invernizzi. Portando i quadrotti di plastica colorata dal negoziante potevi avere oltre ai formaggini o alla robiola, dei pupazzetti in plastica tipo il Galbaleone o gonfiabili tipo la Mucca Carolina, che però non era molto attraente per i maschi. Il massimo era Ercolino Sempreinpiedi che se ne riempivi d’acqua il fondo diventava un punginboll. E qui era lotta dura, perché i colori dei gettoni erano diversi e sapevi cosa cercare… Ebbene un Ercolino me lo sono portato a casa dopo una quasi zuffa nel Mare Adriatico, grazie Cozzi (la piscina di Milano), e ne è valsa la pena.

Il molo era a portata di mano e pescatori vari lo affollavano. La preda era il muggine (cefalo sembra meno nobile, ma il pesce è quello) e qualcuno lo cacciava con una fiocina dalla lunga impugnatura di legno. Gli spasmi del cefalo infilzato non mi disturbavano, anzi, avrei voluto essere anch’io un fiocinatore. Mi piacevano i pescatori, anche quelli che uscivano in mare. La Maria, che veniva ad aiutare in casa era moglie e madre di pescatori. Sono andato una sera a cena da loro, parlavano solo in fanese, sapevano che li capivo, erano simpaticissimi e condivano l’insalata col vino bianco.

Non mi piaceva dormire il pomeriggio, ma la pennica era quasi obbligatoria. Peraltro, spesso riuscivo a saltarla e a stare per i fatti miei. Andavo verso il porto, verso il cantiere, passando accanto alla fabbrica del ghiaccio, da per me, e stavo seduto ad annusare il profumo intenso e potente del legno e guardavo i mastri d’ascia che assemblavano il fasciame di un peschereccio o riparavano barche più piccole. A volte un movimento non veniva eseguito come si doveva ed ecco l’anziano che riprendeva il giovane «Ciò, ma cu c’hai n t’la testa, i bloche? » magari seguito da un moccolo sonoro.

L’odore del legno era misto a quello di marcio che arrivava dalla poca acqua stagnante. Non era un odore acre, pungente, di legno tagliato di fresco, piuttosto era dolciastro, morbido, spesso, materico e fetente, ma affascinante, come il colore della ruggine sui rottami ferrosi lasciati lì per terra a tingere di arancione/bruno la sabbia del cantiere. Nelle pozzanghere, sotto il sole del primo pomeriggio, osservavo socchiudendo gli occhi macchie oleose iridescenti.

Poi partivano i giochi pomeridiani, e anche questa è un’altra storia!

2. Continua

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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