Da Maciachini a Fano (con i bauli di nonna Elia)

di Luca Bartolommei

L’amica Silvia Tamburriello ha colto l’occasione nei giorni scorsi di parlare di Carnevale durante uno dei suoi consueti collegamenti con Tony Pasquale su ICN Radio New York. Ovviamente si parlava di carnevali marchigiani e segnatamente di quello di Visso e di quello di Fano. Amo le Marche e Visso, ma quando sento parlare di Fano perdo l’obiettività, perché ho passato in quella città molte estati della mia fanciullezza e dell’inizio della mia adolescenza.  Fano è una delle tre città marchigiane candidate a diventare capitale italiana della cultura per il 2021.

Nella foto di Ramona Neri un particolare della sfilata dei carri allegorici a Fano durante il Carnevale lo scorso 9 febbraio. In basso a sinistra si scorge il “Vulon” la tipica maschera fanese.

La partenza per Fano veniva organizzata con molto metodo e discreto anticipo.

La prima operazione era quella di fare i bauli, sì, proprio i bauli, quelli verdi con le costolature nere con i rivetti in ottone, così come le serrature laterali con le cerniere e la chiavetta (occhio a non perderla, sennò…) e quella centrale predisposta a ricevere un bel lucchetto robusto, che non si sa mai…

Bauli riempiti di tutto. Con tutto si intende: lenzuola matrimoniali e singole con federe relative, coperte e copertine (anche qui non si sa mai…), tovaglie, strofinacci, asciugamani di ogni tipo, costumi e costumini (due maschietti, la femminuccia sarebbe arrivata a breve, ma dopo) accappatoio azzurro mio, quello della Cozzi con lo stemma della scuola di nuoto di cui ero fierissimo, collezione di abitini di nonna Elia, collezione di prendisole di nonna Elia, collezione di scarpe, sandali e borse (me ne ricordo un paio in ràfia) di nonna Elia, cappellini estivi (di chi?). Si continua con: dotazione di medicinali per primo intervento cui si aggiungeva l’immancabile peretta in gomma arancione scuro che “cambiando l’aria i bimbi poi un vanno di ‘orpo” (la nonna era senese), almeno un ombrello e tutto, ma tutto quello che può servire per due mesi buoni di villeggiatura a sei persone. Una volta, ma ero già più grande, ci siamo portati lo stereo, una valigiona grigio-azzurra della Lesa con le gambe che si potevano smontare e il coperchio che si trasformava nei due diffusori (le casse). Dischi di jazz e di Brassens al seguito.

Mio nonno Mario non aveva la patente, quindi ci si muoveva in treno. Lavorava in via Jenner alla Danzas, ditta di trasporti internazionali svizzera, dove ricopriva un ruolo di un certo livello, era capufficio, quindi per lui era facile organizzare il trasporto dei bauli dalla casa di piazzale Maciachini alla destinazione finale ovvero il fatidico viale Adriatico 5 – presso Jolanda Monaldi – Fano – Pesaro, così scrivevamo su foglietti di carta che venivano poi fissati con lo scotch al coperchio e sui lati del baule stesso.

Il viaggio verso le Marche mi piaceva tantissimo. Cercavo di imparare a memoria quelle scritte in tante lingue di cui erano pieni scompartimenti e vagoni, piastrine in alluminio anodizzato con scritte blu tipo keine gegenstaende aus dem fenster werfen o defense de se pencher au dehors (gli accenti non mi pare ci fossero) o ancora la mia preferita kein Trinkwasser, fino a che non si arrivava a Bologna.

Qui entrava in ballo la musica eh già, o quantomeno il ritmo… Bisognava mangiare qualcosa, era ora di pranzo, e accettavamo di buon grado il cestino contenete tutta roba di plastica, pollo incluso, che ci veniva porto dalle mani premurose dei nonni dopo che l’avevano ricevuto da venditori che scandivano le parole con una cantilena ritmata… lasàgnelasàgne tic-tac – lasàgnelasàgne tic-tac, oppure in tre quarti  briòsc-càffecàldo  tic-tac – briòsc-càffecàldo  tic-tac, da bravi emiliani valzeristi.

Poi sentivo la meta avvicinarsi e in un attimo si srotolava, sempre con l’accompagnamento del tutum-tutum, tutum-tutum dei carrelli sulle giunture delle rotaie, la sequenza Rimini, Cattolica, Pesaro, Fano, che nella mia memoria è sempre stata PesaroFano senza distanze, ormai eravamo arrivati.

E qui comincia un’altra storia.

1. Continua

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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