Il sacrificio di Martha, il solo perdonato dalla Torah

di Lucio Pardo*

Nello schermo luminoso, il ritratto di Marta Kold Kleiman della quale si racconta l’estrema scelta di coraggio nel libro “Dopo la barbarie, Il difficile rientro”, curato da Lucio Pardo e Carolina Delburgo ed edito in collaborazione con l’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna e la Comunità ebraica di Bologna. Il volume è stato distribuito lunedì 27 gennaio 2020 ai partecipanti all’incontro per la XX Giornata della Memoria svoltosi nella Cappella Estense del Palazzo d’Accursio, sede del Comune del capoluogo emiliano. (La foto è di Paola Ciccioli)

JACOB KLEIMAN NASCE L’11 MARZO 1898 A BEDZIN, nel voivodato della Slesia polacca, che fino all’inizio della seconda guerra mondiale ha avuto una vivissima comunità ebraica. Secondo il censimento russo del 1897, su una popolazione di 21 mila abitanti, gli ebrei erano 10.800, pari a una percentuale del 51 per cento.

Nel 1920 ritroviamo Jacob a Berlino, è dipendente di una ditta di allestimenti teatrali: la Goldene Schneider, cioè il Sarto d’oro. A Berlino Jacob, insieme ai fratelli piano piano riesce a mettersi in proprio e crea una sartoria specializzata in indumenti pesanti, in particolare capispalla, coè cappotti, giacche e altri indumenti invernali. La sartoria si chiama Moda elegante da uomo con tre vetrine che si affacciano sulla Brunner strasse, la strada della fonte.

A Berlino Jacob conosce Martha Kold, che lavora per la fabbrica tessile Max di Jena. Martha è nativa di Ghera, in Turingia, dove vive ancora Gertrud, una sua sorella. Un’altra sorella di Martha, di nome Elza, è venuta come lei a Berlino, si è sposata con Berentz e ha attivato una grande sala da ballo chiamata Fest Saele Behrens, frequentata da gente molto importante.

MARTHA E JACOB SI INNAMORANO, si sposano nel 1925 e nel 1926 nasce la loro primogenita Ester. Jacob risiede e lavora a Berlino ormai da sette anni, si è sposato con una cittadina tedesca, ma non ha ancora la cittadinanza tedesca. È rimasto cittadino polacco, e lo rimarrà per sempre. La vita prosegue serena e nel 1931 la famiglia Kleiman è allietata anche dalla nascita di Helga: Ester ora ha una sorella. Intanto nuvole nere si addensano sul capo degli ebrei residenti in Germania. Nel 1933, la maggioranza relativa dei tedeschi sceglie alle elezioni il partito nazista, che va al governo.

Ogni occasione serve al nuovo governo per emettere un decreto contro gli ebrei. In ogni angolo di strada, di fronte ai negozi, ci sono i volenterosi membri delle SA (abbreviazione di Sturmabteilung («sezione d’assalto»), reparto paramilitare costituito da Hitler nel novembre 1921, ndr) con le loro “brave” scritte: difendetevi, non comprate dagli ebrei! Ogni edicola espone copie o locandine di un giornale, lo Stürmer, ove la prima pagina sistematicamente è conclusa con una striscia a caratteri cubitali, gli ebrei sono la nostra disgrazia! E sopra la fantasia dell’editore che propone una nuova vignetta, con l’ebreo sanguinario che col pugnale sta per sgozzare l’ignara fanciulla ariana (seminuda, perché la pornografia non manca mai) o il perfido ebreo da stereotipo con il naso adunco che sta distillando il gas per asfissiare i puri ariani tedeschi (e così si prepara l’opinione pubblica alle camere a gas per gli ebrei). Oppure ancora il Milite in divisa delle SA, che con la pompa a mano spruzza veleno contro i “topi” ebrei che stanno rosicchiando l’albero della vita tedesco.

Questo è il panorama che si trova in ogni città tedesca del Terzo Reich. Nel 1935 esce il “capolavoro” legale del nazismo: le leggi di Norimberga. Appena cinque righe per dire che gli ebrei non sono cittadini tedeschi, che il matrimonio misto è punito con la morte, che gli ebrei non possono esporre la bandiera tedesca ma possono esporre quella ebraica (così si facilita l’individuazione degli obiettivi dei prossimi attacchi).

Di fronte all’aggravarsi della persecuzione nazista, i fratelli di Jacob decidono di emigrare in Argentina e cercano, in tutti i modi di convincerlo ad andare con loro. Si associa, in questa esortazione anche la moglie Martha, che ha già preparato i bauli per emigrare. Ma è molto difficile, per chi è immerso nei problemi quotidiani, che diventano di giorno in giorno più gravosi, riuscire ad alzare la testa e poter guardare, in prospettiva, più lontano. Così lui risponde: «Certo verrò anch’io, ma con l’ultimo autobus». Forse pensa di riuscire a liquidare la sua azienda, ricavando qualche risorsa per emigrare un’altra volta. Forse pensa alle sue due figlie, che hanno una 12 anni e l’altra 7. Come si fa a sradicarle, a mettersi in giro per il mondo senza una prospettiva, forse si illude che passi la bufera.

Intanto i suoi fratelli lasciano l’inferno del terzo Reich e se ne vanno. Prima però passano per Bendzin, la loro terra natale, ma anche la fonte di un valido documento di identità, quello polacco. In Germania hanno solo il passaporto per stranieri. Vale un anno, tutti gli uomini devono aggiungere Israel al loro nome e tutte le donne devono aggiungere Sara. Così Jacob Kleiman diventa Jacob Israel Kleiman e d’ora in poi così si dovrà firmare. Sia chiaro che lui, ebreo, apolide (Staaten los), non possiede “l’appartenenza al Reich tedesco”.

IL 9 NOVEMBRE DEL 1938: è il giorno più tragico fino a quel momento vissuto dagli ebrei  nella moderna Germania. È la cosiddetta Notte dei cristalli, la prova generale della Shoah nel territorio del Reich. Ventimila ebrei arrestati, cento assassinati, centouno sinagoghe incendiate, settantacinque distrutte, settemila negozi demoliti. Fra le sinagoghe incendiate, anche quella di Oranienburg Strasse, vicinissima alla sartoria laboratorio di Jacob. Era la più bella di Berlino, forse la più grande d’Europa.

Jacob Kleiman il 31 marzo 1939 firma con soddisfazione la promozione della figliola alla terza elementare. Ma Helga quella terza elementare a Berlino non la frequenterà mai perché, a causa di una delazione, le SS (Sigla del tedesco Schutz-Staffel («schiera di protezione»), milizia speciale tedesca destinata a compiti di polizia durante il regime nazionalsocialista, ndr) irrompono nel laboratorio, arrestano Jacob e lo trascinano nel campo di concentramento di Sachsen Hausen, devastano la sartoria e anche l’appartamento sopra.

Rimane Martha Kleiman, disperata, con il marito in pericolo di vita, senza risorse, senza lavoro, con due figlie da far crescere. Ma la sorella Elza non la lascia sola. Fra i frequentatori della sua sala da ballo ci sono numerosi alti ufficiali delle SS, gerarchi membri del partito, fino ad arrivare ad Heinrich Himmler. Elza si muove, conosce la sua gente, conosce chi conta, chi può aiutare, e chi può essere comperato. Parla, tratta, corrompe e alla fine ottiene il risultato voluto. Riesce, dopo un mese, a far uscire suo cognato dal campo di concentramento di Sachsen Hausen, ad una sola condizione: che lasci subito il territorio del Reich. Jacob va a Budapest, poi da lì arriva in Italia.

A Berlino, intanto, Martha non può restare nell’appartamento devastato e non vuole più lasciare le figlie sotto la minaccia delle SS. Della maggiore, Ester, si occupa la bravissima sorella Elza: la nasconde a tutti a Berlino, anche alla famiglia. Helga viene mandata invece dalla sorella Gertrude che è rimasta a Ghera, in Turingia, vicino a Lipsia, e che ha una figlia dell’età di Helga. Le due cugine crescono insieme e rimangono amiche per tutta la vita.

Martha lascia l’abitazione, devastata dal saccheggio delle SS, e va in un piccolo appartamentino che le ha trovato la sorella. Elza le offre anche un lavoro, col quale Martha si può mantenere e forse aiutare un po’ anche le figlie. Ma le SS sono furiose perché Jacob è riuscito a salvarsi e forse hanno scoperto che ha due figlie che frequentavano scuole ebraiche. Quindi, secondo le disposizioni razziste, sono da considerarsi ebree anche loro. Devono essere deportate. Individuano la casa della madre. Irrompono nel suo appartamentino e lo perquisiscono. Non trovano niente. Interrogano la madre, vogliono l’indirizzo dei loro nascondigli. Non ottengono risposte esaurienti. Le fanno presente che sta violando la legge del Reich e sta tradendo la sua patria. I nemici del Reich devono essere denunciati, altrimenti sarà lei a pagare per tutti. Se ne vanno, ma le assicurano che torneranno e non avranno compassione.

ORA MARTHA È PROPRIO SOLA. Non è sicura di poter resistere alla raffinata tortura delle SS. No, è meglio non fare esperimenti sulla vita dei propri cari. Non c’è nessun’altra possibilità. Fuggire non può, è sorvegliata, se li tirerebbe dietro tutti quanti. Rimanere lì neanche, sanno dov’è e ritorneranno. Va in cucina e apre il rubinetto del gas. Ecco che le SS hanno ottenuto un risultato: in una famiglia mista, sono riusciti a eliminare l’unica persona “ariana”. È la dimostrazione lampante che la loro guerra non è solo contro una “razza”, ma è contro l’umanità intera.

Di questa umanità parla Isaia quando scrive I giusti delle genti del mondo avranno nella mia casa, e dentro le mie mura, un posto ed un nome (Yad Vashèm) che varranno più di figli e figlie. Un posto ed un nome che non periranno mai più.

Secondo la legge del Reich, Martha si è associata ai nemici, secondo la legge di tutte le religioni Martha ha sacrificato la sua vita per non uccidere. Pochi sono i casi in cui la Torah ammette il suicidio: uno di questi è il rifiuto di uccidere.

*Lucio Pardo è stato presidente della Comunità ebraica del capoluogo emiliano e l’anno scorso, in occasione della Giornata della Memoria 2019, ha presentato il volume Barbarie sotto le due Torri. Leggi razziali e Shoah a Bologna. Il brano che presentiamo qui è invece tratto dal suo più recente Dopo la barbarie, Il difficile rientro da cui Paola Ciccioli ha estrapolato (sintetizzandola per ragioni di spazio) la storia di Martha Kold Kleiman, rea per i nazisti di aver sposato un polacco ebreo e di aver generato con lui due figlie impure. Nell’incontro che si è tenuto il 27 gennaio 2020 a Palazzo d’Accursio, e al quale hanno partecipato anche il cardinale Matteo Zuppi, il rabbino Alberto Sermoneta e una delle due figlie Kleiman, questa tragedia è stata presentata in forma teatrale da Massimo Manini e Carolina Borghi.

(a cura di Paola Ciccioli)

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