In Val di Susa il nostro grido contro lo “stupro di territorio”

di Erri De Luca

Oggi, sabato 11 gennaio 2020, a Torino si tiene una manifestazione in solidarietà di Nicoletta Dosio, l’attivista NoTav dal 30 dicembre in carcere per scontare una pena definitiva a un anno per aver partecipato a un blocco stradale contro la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione. Anche lo scrittore Erri De Luca ha subìto un processo per istigazione al sabotaggio dell’infrastuttura, da più parti ritenuta impattante e superata. Ne è nato il libro La parola contraria, pubblicato nel 2015 da Feltrinelli, da cui Paola Ciccioli ha estratto questo brano dedicato a chi si batte in ogni ambito per il bene comune.

«Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, “ mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane”», scrive Nicoletta Dosio sul suo sito. La foto è quella dell’account Twitter dell’attivista arrestata (https://www.nicolettadosio.it).

Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria. Tra i tutti comprendo in prima fila i muti, gli ammutoliti, i detenuti, i diffamati da organi di informazione, gli analfabeti e chi, da nuovo residente, conosce poco e male la lingua.

Prima di dovermi impicciare del mio caso, posso dire di essermi occupato del diritto di parola di questi altri.

“Ptàkh pìkha le illèm”: apri la tua bocca per il muto (Proverbi/Moshlé 31,8). Oltre a quella di comunicare, è questa la ragione sociale di uno scrittore, portavoce di chi è senza ascolto.

Salman Rushdie con il suo romanzo Versetti satanici ha scatenato manifestazioni di masse islamiche contro una blasfemia risentita nel suo racconto. Delle persone sono scese in piazza e sono morte per questo effetto di reazione.

Il romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther scatenò un’ondata di suicidi nei giovani europei.

Con minori conseguenze, Reinhold Messner con le sue pubblicazioni ha attirato lettori a salire in montagna e alpinisti a tentare le sue imprese.

Mauro Corona ha fatto venire voglia ai suoi lettori di visitare Erto e la diga del Vajont.

Questi sono casi di istigazione? O con più proprietà di linguaggio e nessuna conseguenza penale semplicemente suggestioni dovute al verbo ispirare? Se dalla parola pubblica di uno scrittore seguono azioni, questo è un risultato ingovernabile e fuori del suo controllo.

Le parole possono solo questo, anche quando incitano a più impetuosi impegni: Aux armes citoyens è istigazione presente nella Marsigliese, inno nazionale francese, il più bello che conosco. Incita alla guerra civile, a prendere le armi contro il tiranno. Fa da colonna sonora sottintesa di ogni insurrezione. Claude Joseph Rouget de Lisle, autore del testo, aspetta da un paio di secoli denuncia per istigazione.

L’utopia non è il traguardo ma il punto di partenza. Si immagina e si vuole realizzare un luogo che non c’è ancora.

La Val di Susa si batte dal tempo di una generazione per il motivo opposto: perché il luogo ci sia ancora. Non quello immaginato da chi, pur di realizzare profitto su uno dei grandi lavori, è indifferente al danno procurato alla salute pubblica. Utopia, e delle peggiori, è l’asservimento di un territorio a una speculazione dichiarata, per meglio abusare, strategica. Le perforazioni e la polverizzazione di giacimenti di amianto fanno inorridire chiunque abbia notizia del guasto micidiale di uno spargimento delle sue fibre tossiche. La mia definizione è: stupro di territorio.

La Val di Susa si batte contro il disastro ambientale per scongiurarlo, per non doverlo piangere dopo. Si tratta della più intensa e durevole lotta di prevenzione popolare.

Paga questa sua volontà con una repressione su scala di massa e con la militarizzazione della sua vita civile.

Una grande prepotenza pretende di schiacciare le ragioni e i corpi di una piccola vallata. resistono da una generazione con determinazione commovente. Da commosso ho aderito alle loro ragioni aggiungendo spesso e da molti anni la mia presenza fisica alle loro manifestazioni.

Il nostro paese ha bisogno di rinnovarsi scrollandosi di dosso i parassiti delle corruzioni, degli interessi privati a danno delle pubbliche spese, dei privilegi. L’organismo è sano ma il suo manto è aggredito.

In Val di Susa il corpo reagisce e ostacola lo scavo degli acari infestanti, dei tarli rosicchianti le montagne. La resistenza civile produce gli anticorpi necessari.

Così pure a Lampedusa una comunità ha saputo reagire alla degradazione imposta da leggi criminali. Gli ordini venuti dal continente hanno voluto stringere un nodo scorsoio intorno all’isola e farne terra chiusa. I Lampedusani hanno slegato e fatto terra aperta.

Dare cibo, acqua, vestiti, alloggio, premura per gli ammalati, i prigionieri, i morti: le sette opere di misericordia sono state compiute da loro, che vivono sul mare e usano le leggi opposte. E non sono LampeduSanti, ma semplicemente LampeduSani.

La rima nord e sud, Val di Susa e Lampedusa, riscatta oggi il titolo di cittadini da prepotenze che li vogliono sudditi.

2 thoughts on “In Val di Susa il nostro grido contro lo “stupro di territorio”

  1. Quanti scrittori piemontesi esistono? E un unico uomo si è messo contro tutti e gli altri tutti zitti? Che pessimo esempio di scrittori senza palle. Erri è stato veramente una voce di fuoco ma tutti gli altri dove sono? Io non sono piemontese e la Val di Susa l’ho vista solo dall’autostrada eppure son rimasta in lacrime a pensare che quella bellezza scomparirà. Perchè nessun altro piemontese parla? Son tutti consenzienti?

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