La Resistenza negli occhi dell’Agnese

di Renata Viganò

Al Mic – Museo interattivo del Cinema di Milano mercoledì 4 dicembre 2019 (ore 15) verrà proiettato il film L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo, tratto dall’omonimo romanzo del 1949 di Renata Viganò che ha come protagonista una lavandaia che, intimamente ferita dalla violenza del nazifascismo, diventa quasi senza accorgersene una valorosa partigiana. La trasposizione cinematografica del bellissimo libro, di cui proponiamo le pagine iniziali, è del 1974, con Ingrid Thulin nel ruolo della protagonista e Massimo Girotti in quello del marito Palita. Musiche di Ennio Moricone.

Una sera di settembre l’Agnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. Era un soldato giovane, piccolo e stracciato. Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche color di fango. Guardandolo, l’Agnese si sentì stanca. Si fermò, abbassò le stanghe. La carriola era pesante.

Ma il soldato aveva gli occhi chiari e lieti, e le fece il saluto militare. Disse: – La guerra è finita. Io vado a casa. Sono tanti giorni che cammino -. L’Agnese si slegò il fazzoletto sotto il mento, ne rovesciò le punte sulla testa, si sventolò con la mano: – Fa ancora molto caldo -. Aggiunse, come se si ricordasse: – La guerra è finita. Lo so. Si sono tutti ubriacati l’altra sera, quando la radio ha dato la notizia -. Guardò il viso del soldato e sorrise, un sorriso rozzo e e inatteso sulla sua faccia bruciata dall’aria. – Io credo che i guai peggiori siano ancora da passare, – disse improvvisamente, con la rassegnata incredulità dei poveri; e il soldato si fregò le mani: era un ragazzo molto allegro.

L’Agnese piegò la sua schiena rigida e grassa, e riprese la carriola. Ma il soldato disse: – Prego, – e s’infilò fra le stanghe. Dette uno scossone, il mucchio di biancheria oscillò, ma lui fece: – Hop! – e riafferrò l’equilibrio. Camminò svelto senza sforzo, spingendo la ruota nella carreggiata.

Quando sbucarono dal varco della siepe, l’Agnese vide sull’aia le due ragazze della Minghina. Davano da mangiare ai polli, ma si fermarono vedendo il soldato, e si misero a parlar piano fra loro. La casa era vecchia, avrebbe dovuto essere riparata, ma nessuno faceva niente perché le due famiglie non andavano d’accordo. – Chiacchiere di donne, – diceva Palita, il marito dell’Agnese, e fumava la pipa con Augusto, il marito della Minghina. Quando le donne trovavano da dire e urlavano con la voce aspra, allora anche Augusto e Palita si guardavano male e spesso si insultavano.

L’Agnese fece entrare il soldato in cucina. C’era Palita seduto presso la finestra con la gatta nera accucciata come il solito sulla credenza a fare le fusa: guardarono tutti e due verso chi entrava, poi la gatta cancellò i due sottili spiragli verdi fra il pelo lustro e rimase chiusa e muta come una pietra. – Gatto nero porta fortuna, – disse il soldato.

Sedettero a cena che ancora faceva giorno. Palita diceva: Mangia militare, non fare complimenti -. Era contento di vedere qualcuno di fuori, di farsi raccontare le novità. In realtà non si fece raccontare niente, parlava sempre lui, come fanno quelli che sono avvezzi a stare troppo soli. Lui passava i giorni seduto sotto il portico, o in casa presso la finestra, fabbricava scope e panieri, impagliava fiaschi. Era l’unico lavoro che poteva fare: da giovane era stato molto ammalato. Non certo questa vita aveva sognato quando era ragazzo e faceva ogni giorno trenta chilometri in bicicletta per andare a scuola in città. La malattia lo aveva costretto a lasciare lo studio, poi ad entrare in un sanatorio: – Là sono guarito, lo dicevano i dottori. Guarito come possono guarire quelli che hanno quella malattia. Mio babbo faceva il contadino, questa casa era sua, e anche il podere. Ma poi abbiamo dovuto venderlo, il podere, e metà della casa, perché io non potevo lavorare la terra. Facevo però molti chilometri in bicicletta, per andare a far l’amore con l’Agnese -. Si mise a ridere; aveva la bocca viva e larga, gli occhi buoni, sembrava molto più giovane di sua moglie. – Mi ha voluto perché ero più istruito degli altri, – disse. Lei era bella, alta, non grossa come adesso, sai, militare -. L’Agnese lo guardò con severità, ma le ridevano gli occhi: – Non gliene importa niente, – disse, indicando il soldato. – Finiscila con queste storie.

Il soldato masticava in silenzio; si capiva che aveva molta fame arretrata, trascinata con sé dalle soste nei fossi e sotto gli alberi, dalle secche mangiate di pane che erano state i suoi pranzi di tutti quei giorni. Sembrava un po’ stanco ma allegro: stava bene, sazio, con gente fida e i piedi in riposo sotto la tavola. Pensava che tra poco sarebbe andato a dormire. L’Agnese uscì col secchio a prendere l’acqua al pozzo. S’era fatto buio: il buio di una sera d’estate che pareva ormai fuori della guerra, al sicuro. Palita disse, con voce affettuosa: – L’Agnese è sempre stata brava. Lavora lei per me, fa la lavandaia al paese. Mi tiene con tutte le cure come un bambino. Senza di lei non sarei più vivo -. Si sentì stridere la carrucola, poi il passo dell’Agnese, e il suono dell’acqua che si versava dalla secchia piena. La cucina era già tutta scura. Palita si curvò verso il soldato: si vergognava a un tratto di aver sempre parlato di sé. Disse: – Allegro, militare, la guerra è finita -. Voleva chiedergli se aveva la mamma e se era contento di essere sulla via di casa. Ma il soldato dormiva.

(a cura di Paola Ciccioli)

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